Meditazioni e non

A La Città del Teatro di Cascina, vanno in scena Enrico Rava e il Living Coltrane Quartet. Bellezza, pathos e un po’ di confusione.

L’atmosfera è quella ideale. Si può affermare che, in certe situazioni, sia d’importanza addirittura capitale. E su questo, nulla da ridire. A La Città del Teatro non manca nulla di ciò che occorre per mandare un profano in visibilio: ambiente curvilineo, lucido, in bizzarro ma perfetto equilibrio tra elitarietà e universalità; una platea ampia, con spazio in abbondanza; buona acustica e luci dal tono avvolgente. Ecco, tutto questo a fare da infallibile cornice. Adesso però passiamo al quadro.
Quando si parla di concetti astratti, quasi impalpabili, come la musica, si cade facilmente in errore. E la sfida si fa impresa quando si tratta di quei generi etichettati come colti, quali appunto il jazz. Trattare di questo universo senza farne parte richiede di calzare più di un paio dei proverbiali guanti bianchi. Ma andiamo con ordine.
Giovedì 7 maggio, alle ore 21.30, il Living Coltrane Quartet sparge sul palcoscenico di Cascina le ombre azzurrognole del jazz, accompagnato da un solista d’eccezione: Enrico Rava. Nel pomeriggio, riservata alle scuole e a pochi prenotati, una lezione a tema.
Il repertorio, di vasto respiro, abbraccia i pezzi salienti del genere, non mancando di soffermarsi su Monk e sul giovane Coltrane dell’hard bop (che, per chi non mastichi la storia e i tecnicismi jazz, corrisponde a uno stile veloce, arrabbiato, gracchiante, alle volte chiassoso). Il tutto reinterpretato in chiave europea. Altri brani sono, al contrario, inediti.
Cominciamo da In Blue Monk – dove il pianista Francesco Maccianti si sforza di riprodurre il caratteristico stile statico e, al contempo, sfaccettato, azzardiamoci a dire “cubista”, di Thelonious, in una frenesia schematizzatrice dello spazio che affresca. Inabissandosi in un’atmosfera che via via si ammorbidisce, i cinque strumenti (il sax, il basso, il piano, la batteria e la tromba) intavolano una conversazione fitta, a tratti borbottata, in altri esclamata, generosa di picchi e momenti statici. Ogni elemento ha le proprie parole e a ognuno è regalato uno spazio da riempire: bellissimo e trascinante l’assolo di batteria di Piero Borri, il tocco furbesco del basso e le caratteristiche ascese acute della tromba di Rava. Dedito all’improvvisazione pura di un canovaccio, il jazz crea con qualunque altra tipologia musicale un delizioso contrasto, fin quasi a perdere il nome stesso di “esibizione”. Così, l’intero contesto assume le sembianze di un salotto impregnato di fumo, soffuso di voci, brusii, o di un significante silenzio. Sul palcoscenico ci si può interrompere per bere un sorso d’acqua, dibattere sul pezzo successivo, ammutolire lo spazio per interi secondi. Il fitto tessuto sonoro si accompagna alle scale modali, catturate dal folklore e da antichità lontane, che non offrono le note di riferimento alle quali il nostro orecchio è in gran parte abituato. Stefano Cantini rende a Coltrane, con l’ausilio del sax soprano, un’idea di sonorità orientale – di un luogo, l’Egitto, lontano nello spazio e nel tempo.
La performance scivola senza intoppi fino alla fine e si protrae con due bis ma questo, forse, può diventare per chi non sia un appassionato un problema paradossale. Se consideriamo che la cosiddetta “soglia di sopportazione” di un evento jazz – per alcuni – supera di poco i quarantacinque minuti, dopo un concerto di oltre un’ora – seppur bellissimo – i bis possono portare gli artisti a ripetersi. Altro errore, ma nella presentazione dell’evento, è l’aver parlato di “gioco di squadra per rinverdire la quanto mai sfaccettata impronta lasciata da Coltrane” e in cui non manca l’allusione alle atmosfere meditative. Nel corso dello spettacolo è, al contrario, lo stesso Cantini a dichiarare l’evento inteso a mostrare un panorama musicale più ampio, mentre il John Coltrane che ci viene presentato, come già scritto, è quello giovane, ancora perduto nei ritmi dell’hard bop. Non esattamente il mistico di A Love Supreme che ci immagineremmo di ascoltare. Ma questa svista è da rimettere al comunicato, e non al quartetto. Un terzo dubbio, valido esclusivamente per alcuni puristi, risiede nella scelta di far rivisitare il sopracitato Coltrane ad Enrico Rava. La perplessità sorge dato che quest’ultimo, le cui influenze ascendono a Miles Davis e Chet Baker, deve confrontarsi con la mordacità dell’hard bop, essendo egli, di sua natura, un musicista che (condividendo anche i giudizi di altri critici) “si esprime meglio su tempi lenti e medi”.
A ogni modo, lo spettacolo non ha mancato di suggestionare ed emozionare il pubblico, composto in discreta parte da incivili che per l’intera durata del concerto non sono stati in grado di trattenersi dallo scattare fotografie con il flash (nonostante il divieto), riprodurre video con i supporti digitali (ancora, nonostante il divieto) e applaudire costantemente, guastando i silenzi pregnanti dell’esibizione e costringendo Ares Tavolazzi (bassista) a interrompere il delicato finale di un pezzo, sommerso dai rumori. E, comunque, sipario. Se la musica pacifica l’anima, a sbilanciarla ci pensa l’uomo.

Sharon Tofanelli
Andrea Bernardo

Lo spettacolo è andato in scena:
La Città del Teatro
Cascina (Pisa)
giovedì 7 maggio, ore 21.30

Living Coltrane Quartet, con Enrico Rava
Stefano Cantini (sax), Ares Tavolazzi (basso), Francesco Maccianti (piano), Piero Borri (batteria), Enrico Rava (tromba)

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