Lo straniero e il nuovo Sisifo

Al Teatro Studio Uno, va in scena un riuscito adattamento de Lo straniero di Camus, per la regia di Lorenzo De Liberato.

Nel Mito di Sisifo, dopo avere dichiarato, non senza destare qualche scandalo nel lettore, che l’unico problema filosoficamente rilevante è quello del suicidio, Camus sostenne che il sentimento dell’assurdo dipende dal divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena. Poco oltre, gettando una luce sinistra sulle potenzialità della ragione umana, affermava: «l’assurdo è la ragione lucida, che accetta i propri limiti«. Al tema esistenziale dell’assurdo, affrontato nella prima fase della sua produzione letteraria, Camus ha consacrato un ciclo di scritti formato da una pièce teatrale, Caligola (terminata nel ‘38), un romanzo, Lo straniero (scritto tra il ‘38 e il ‘40, ma pubblicato solo nel giugno del ‘42), e un saggio, il già menzionato Mito di Sisifo (terminato nel ‘41 e dato alle stampe nell’ottobre ‘42). Al romanzo e alla pièce spettava il compito di mostrare “visivamente” la tesi filosofica argomentata nel saggio: in che modo l’uomo può vivere pur avendo coscienza dell’assurdo, ovvero dell’assoluta irragionevolezza del mondo, da una parte, e dell’inquietante indifferenza delle sue scelte, dall’altra?
Lo straniero, di recente messo in scena al Teatro Uno di Roma, per la regia di Lorenzo De Liberato, incarna la sfida, in gran parte riuscita, di dare plasticità a un romanzo – scritto, dunque, per essere letto, non per essere rappresentato – e di riportare all’attenzione del pubblico un testo complesso, a tratti sfuggente, insieme ai perturbanti interrogativi che esso suscita. Che senso ha esistere e compiere delle scelte che tanto ci angosciano, se siamo certi di morire e se di fronte alla morte ogni opzione ha lo stesso valore delle altre?
Regista e attori (Marco Usai, Tiziano Caputo, Agnese Fallongo, Mario Russo), tutti impegnati su più ruoli tranne il protagonista, hanno fatto un brillante lavoro di squadra, riuscendo a trasformare un romanzo in testo teatrale capace di offrire una fisionomia ai suoi personaggi, alle loro vicende “assurde”, ai loro dialoghi, che sconfinano talvolta in lucido delirio. Gli attori recitano e cantano, ma accompagnano anche musicalmente la rappresentazione con il suono delle loro voci, dando prova di straordinaria bravura ed ecletticità.
Tutti i nodi salienti del romanzo di Camus sono affrontati. Ovviamente, le tre morti: quella della madre di Meursault, avvenuta nell’ospizio in cui il figlio l’aveva spedita. Il funerale è un gioco delle parti in cui tutti i soggetti coinvolti recitano il loro ruolo: il direttore dell’ospizio, gli amici della donna scomparsa, l’anziano fidanzato con cui aveva condiviso l’ultima fase della sua vita. Meursault, con grande scandalo di tutti, beve e fuma di fronte alla bara. L’altra morte è quella dell’arabo assassinato da Meursault con un colpo di pistola, forse esploso per paura di essere aggredito per primo, a cui però hanno fatto seguito altri quattro colpi tutt’altro che necessari. Infine, la pena capitale a cui è condannato il protagonista, dopo uno stravagante processo basato non tanto sull’accertamento dei fatti quanto sulla dimostrazione della mostruosa insensibilità dell’imputato. L’ultimo giorno del condannato alla ghigliottina viene rappresentato con effetti di lirismo: l’attesa della fine è di per se stessa una tortura, ma ha l’effetto imprevisto di intensificare il desiderio di vivere. Non è dato assistere all’esecuzione; alla scena del sacerdote che cerca di consolare il morituro con la speranza in un al di là migliore fa da contraltare la collera furibonda del nichilista ateo Meursault.
Non potevano mancare gli altri due personaggi: Raymond Sintès, il vicino di casa del protagonista, coinvolto in loschi giri di prostituzione, responsabile di avere picchiato la moglie araba e di avere così scatenato il desiderio di vendetta del fratello, che poi resterà fatalmente ucciso da Mersault stesso. E Maria, la donna innamorata di Meursault che gli chiede più volte di sposarla, con la quale però egli non riesce a stringere un impegno duraturo. La paralisi mostrata dal protagonista di fronte alla scelta auspicata da Maria ricorda la “spina nelle carni” avvertita da Kierkegaard di fronte alla possibilità, vissuta come nientificante, di convolare a nozze con l’amata Regina Olsen.
Alla fine dello spettacolo, a tutti sembra di trovarsi ad Algeri, allora colonia francese, circondata dal deserto e dai vapori caldi del sole cocente. In quest’atmosfera rarefatta e confusa, che non conduce certo al non-senso estremo della Cantatrice calva o alla svuotante attesa di Aspettando Godot, siamo tutti anime gettate nel mondo, condannate a essere libere, destinate allo scacco esistenziale, sull’orlo della situazione-limite costituita dalla morte. Eppure, assieme a questa consapevolezza dell’assurdo, che ha sfumature diverse da quella parossistica di Ionesco o da quella raggelante di Beckett (che, pure, non condivise mai la sua inclusione al teatro dell’assurdo), percepiamo in noi uno strano senso di felicità e di gratitudine verso il mondo. Lo sguardo “esclusivamente umano” con cui Meursault (assai ben recitato dall’asciutto e teso Marco Usai) trafigge il pubblico, alla fine dello spettacolo, è lo stesso con cui il Sisifo di Camus si congeda dal lettore, mentre continua a trascinare il suo macigno: «Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare né sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Studio Uno

via Carlo della Rocca, 6 Roma
9 – 19 Novembre 2017
giov – sab ore 21.00
dom. ore 18.00

Lo straniero
di Camus
adattamento e regia Lorenzo De Liberato
con Marco Usai, Tiziano Caputo, Agnese Fallongo, Mario Russo
musiche arrangiate ed eseguite dal vivo da Tiziano Caputo, Agnese Fallongo, Mario Russo
ass.regia Lorenzo Garufo
luci Matteo Ziglio
scene Laura Giusti con la collaborazione di Cecilia Fallongo
supervisione costumi Manifesto Costumista
foto e grafica Camilla Mandarino
coproduzione De Liberato / Usai e Teatro Studio Uno

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