Alchimia mancata

arcobaleno-teatro-romaIl Teatro Arcobaleno saluta il proprio pubblico con la messa in scena della scandalosa epopea di una giovane ninfetta chiamata Lolita.

Scritto dal russo Nabokov e diventato patrimonio dell’immaginario collettivo grazie alla superba trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick, Lolita è uno dei romanzi più famosi del secolo scorso. La sua fama è tale che si è ormai soliti utilizzarne il nome quale sinonimo per ragazze giovanissime, provocanti e consapevoli del proprio potere seduttivo nei confronti dei maschi adulti.

Il testo, che a una lettura superficiale potrebbe apparire profetico, descrive in realtà – con straordinaria sublimazione letteraria – una situazione in essere allora come oggi.
Un grande merito, perché capace di dar forma artistica alla denuncia ideologica di uno dei dispositivi culturali più spietati della società, il matrimonio. Inteso come concentrato di perbenismo, moralismo e ipocrisia, proprio analizzando le modalità in cui i protagonisti si relazionano a esso è possibile individuare una tra le chiavi di lettura più suggestive di Lolita.

È, infatti, il fallimento dell’unione con la prima moglie a convincere Humbert a trasferirsi a casa di Charlotte (futura sposa) ed è proprio nel matrimonio che si rifugia Lolita dopo aver lasciato il possessivo patrigno, aver visto naufragare la relazione con l’alternativo scrittore di teatro Quilty e placato la ribellione adolescenziale a soli diciassette anni.
Relazioni sempre drammatiche e mai felici perché velate di rimorso, come enunciato in scena dalla confessione finale di lui («nulla avrebbe potuto far dimenticare alla mia Lolita l’immonda lussuria che io le avevo inflitto»), o obbligate dal bisogno, come evidenziato dalla richiesta di lei dei danari dell’ex incestuoso compagno, ormai moglie di Richard e priva di alcuna riconoscenza nei confronti di Humbert.

Humbert Humbert, personaggio doppio già dal nome e soggetto narrante del racconto come di questo spettacolo, professore di mezza età ossessionato da una dodicenne, rappresenta di fatto uno dei possibili esiti strutturali del modello di uomo della cultura borghese. Un modello che destina la perfetta realizzazione della propria individualità nel matrimonio e che, per la sua connotazione rozzamente patriarcale e patrilineare, ha definito nella coppia la forma d’amore ideale e necessaria, pertanto patologica nei confronti della libera e creativa realizzazione di ognuno.

Si tratta dunque di un’opera particolarmente complessa, nei confronti della quale l’allestimento di Ilaria Testoni mostra qualche incertezza e alcune disomogeneità, probabilmente determinate da una forzata aderenza all’immaginario filmico. Se la giovanissima Virginia Ferruccio, lodevolmente disinvolta pur essendo alle prese con una parte alquanto complessa, sembra lontana dalla sfrontatezza richiesta, a funzionare poco è soprattutto l’alchimia tra i vari personaggi. Un deficit potenziato da una recitazione costretta nelle gestualità e nella timbrica, solo in parte compensata da soluzioni drammaturgiche di indubbia efficacia, come i cambi di luce e il ritmo dell’alternanza tra la soggettiva di Humbert e le dinamiche sceniche.
Uno spettacolo dunque dai due volti, e che risulta positivo e godibile se valutato al netto di intenzioni che, lontane da ogni attualizzazione, fanno tendere questa Lolita a un senso di inopportuno anacronismo.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Arcobaleno (Centro Stabile del Classico)

via F. Redi 1/a – Roma
dal 7 maggio al 1 giugno 2014
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 17.30

Un desiderio per Lolita
drammaturgia e regia Ilaria Testoni
con Mauro Mandolini, Annalisa Biancofiore, Virginia Ferruccio, Paolo Benvenuto Vezzoso

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