J’en sais rien, viens, donne-moi la main

Mentre dentro impazza l’Iran, fuori è tempo di argentini francesizzati. L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, una tragicommedia sull’incomunicabilità scritta da Raúl Damonte Botana (in arte Copi), strabilia tutte le sere all’interno della rassegna Cuori di Persia per la regia di Andrea Adriatico.

Per esprimersi, innanzitutto, occorre avere uno spazio adatto e, vista la situazione, quale atmosfera migliore della canicola siberiana? La fiera dell’antiteticità ha inizio quando Irina e la Madre stendono un velo di pietà e neve sulla dura terra dei Teatri di Vita e ci si piazzano sopra a prendere il sole (rigorosamente in costume da bagno). La storia, a prima vista, sembra semplice: le due donne sopravvivono sotto il dominio cosacco grazie ai soldi di un tale zio Pierre che, tra le altre cose, paga anche per le lezioni di piano della giovane Irina. Da mesi, però, la ragazza ha smesso di recarsi ala casa dell’insegnante, la signora Garbo, e un giorno il fatto viene scoperto. Da questo momento in poi, la già sottile patina di perbenismo medio-borghese viene dilaniata e fatta a pezzi dalla lingua tagliente e senza scrupoli della Madre, che accusa la figlia di essere, semplicemente, una troia. Davanti, il desiderio, l’amore non corrisposto, l’identità non meglio definita e l’esilio. Dietro, amplessi sulle mattonelle dei bagni della stazione, una Cina fantasma, una società canaglia da cui fuggire e una sentinella in piedi che non vede l’ora di volgere quel velo di pietà umana in un telo di pudore e giudizio.

Tra siparietti deliranti e drammi da avanspettacolo, Copi riesce a condensare in poche battute inevitabilmente coprolaliche tutta l’incertezza e l’instabilità dell’essere “umani”. La questione principale è, ovviamente, l’identità, quella di genere, ma anche quella sociale. La signora Garbo, transgender suo malgrado, perde la testa per Irina, ormai donna dopo l’operazione, lasciandola incinta. Al di là delle improbabili derive fantascientifiche, invero trascurabili e anzi deliziosamente parodiche, è l’onestà con cui questi personaggi affrontano il tema del genere, del sesso e di tutto quello che vi gravita attorno a lasciare il segno.

«Devo andare al gabinetto per cagare il bambino», dice Irina, ed è solo uno degli esempi di come anche la lingua, in quest’opera dai toni e dai colori lisergici, si faccia foriera d’identità, delimitando confini nuovi e sgretolandone di antichi, per quanto fatti carne. Si lavora quindi sull’apparenza per negare l’essenza, o per ribadirla con ferocia, in un gioco costante di dentro/fuori, strenuamente tesi sul filo del liminale. La mesta Anna Amadori (Irina), l’iperprotettiva Olga Durano (Madre) e l’esuberante Eva Robin’s (signora Garbo)) lottano per conquistare l’affetto l’una dell’altra, ma la «difficoltà di esprimersi» è talmente grande da rendere vana qualsiasi azione.

Un fuoco d’artificio di situazioni rocambolesche dalle tinte poetiche esplodono sulla scena con gusto e misura, rivelando una regia fresca che non ha paura di osare e di usare lo spazio. Tutto il resto, è finocchio.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno di Cuore di Persia, festival di arte, spettacolo e società dall’Iran contemporaneo:
Teatri di Vita

via Emilia Ponente 485 – Bologna
dal 29 giugno al 10 luglio, tutti i giorni
ore 20

L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi
scritto da Copi
diretto da Andrea Adriatico
interpreti Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin’s, Leonardo Bianconi, Saverio Peschechera, Alberto Sarti

produzione Teatri di Vita

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