It Takes a Stranger to Know a Stranger

L’Orchestre d’hommes-orchestres grazia le orecchie italiane con una data imperdibile all’interno del Romaeuropa Festival e gioca a fare Tom Waits come solo loro sanno fare: con ironia, sgangheratezza e un pizzico di cabaret.

Chi è Tom Waits?
È un cantautore di Pomona, California, con una voce «soaked in a vat of bourbon, left hanging in the smokehouse for a few months and then taken outside and run over with a car»?
È un personaggio (nel senso bergmaniano del termine) responsabile di aver dato vita a uno stile a metà strada tra il blues, il jazz e il vaudeville rockettaro?
È un attore icona di un secolo ormai scaduto in cui l’attesa era arte e il perditempo un poeta?

Forse, però, la domanda più pertinente sarebbe: “Quante persone contiene Tom Waits?”. L’Orchestre d’hommes-orchestres, live al Monk all’interno del Romaeuropa Festival, risponde con un bel “sei” e procede a decostruire anche il più minimo gesto dell’artista americano. Percuotendo culle, tinozze di latta e padelle memori di tempi migliori, questi folli mimi canadesi offrono una cornucopia di suoni e rumori “pitch perfect” talmente artigianale da essere eseguita direttamente con spaghetti e altre materie prime. Gli archetti sfibrati e le movenze grottesche di ciascuno di questi uomini-portmanteau ideatori di una one man’s band al contrario (incentrata cioè su un solo artista performato da più strumenti umani, reminiscente de L’homme-orchestre di Georges Méliès) canalizzano l’intero microcosmo waitsiano in una performance di 110 minuti spessa come una cortina di fumo che solo un banjo indaffarato e un Libro sfregato su legno possono tagliare.

Bruno Bouchard, Jasmin Cloutier, Simon Drouin e Simon Elmaleh (special guest le incantevoli e yodel-icious The New Cackle Sisters Gabrielle Bouthillier e Danya Ortmann), adottando un «do-it-yourself approach» e muovendosi quindi verso una «free, open, inventive and deliberately disorderly art form based on resourcefulness and intelligence», offrono un distillato odeporico tra i meandri più discordanti e sdruciti di Tom Waits, restituendo una di quelle notti difficili da dimenticare. Perché non si tratta solo di un omaggio: i canadesi interpretano il cantante, lo dispiegano come fosse una mappa e ne percorrono i tortuosi sentieri tagliando, spesso e volentieri, per la spessa boscaglia a colpi di grammofono a strappi e tappi di sughero belli umidi, mantice e cucchiaiate sui denti.

«We’re all gonna be in the same place when we die». Un lungo filo di lana rosso unisce il people dal preacher per l’occasione non nerovestito, un filo che si districa tra tutti e sei i membri misfits della orchestre e rivela un’aritmia dissonante che si fa coro dentro i megafoni e gli imbuti di plastica. L’atmosfera anni ‘50 enfatizzata da una struggente singing saw richiama alla mente un tempo andato, un tempo più semplice in quel Far West roccioso dove 4 sassi in padella bastavano per raccontare una storia e riempire lo stomaco di sogni.

Al di là, quindi, dei virtuosismi strabilianti, L’Orchestre d’hommes-orchestres taglia la mela in più parti e mette in scena un concerto-spettacolo che vuole forse dimostrare come dentro il mito si nasconda un uomo assurdo tanto quanto noi.

Il concerto è andato in scena
Monk

venerdì 28 e sabato 29 ottobre alle 22.00
via Giuseppe Mirri, 35 – Roma

L’Orchestre d’hommes-orchestres
Performs Tom Waits

voce, man band, chitarra, valigia, spaghetti, violino Bruno Bouchard
voce, chitarra, banjo, megafono, stivali Jasmin Cloutier
voce, armonica, taglio del legno, forbici, guantoni da boxe Simon Drouin
voce, basso elettrico, martelli, baby culla Simon Elmaleh
ospiti The New Cackle Sisters Gabrielle Bouthillier + Danya Ortmann voci, teiere, fazzoletti

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