Una parabola sulla condizione umana fra tubi Innocenti e rumori notturni

Ribelle, inquieto, bellissimo, morto a quarant’anni a seguito dell’AIDS, omosessuale, Bernard-Marie Koltès sembra discendere da quella schiatta di artisti maledetti, suoi connazionali, che oltre un secolo prima avevano vagabondato per il mondo intero, come Baudelaire o Rimbaud.

Lotta di negro e cani lo scrive a trent’anni, durante il suo soggiorno in Guatemala, “in un piccolo villaggio dove non si parlava neppure lo spagnolo”; e non credo sia arbitrario ipotizzare che questo periodo di forzato meticciato verbale abbia influito sull’evolversi della sua lingua di scrittore. Nel testo si trovano frasi in tedesco e in wolof (una delle lingue parlate in Senegal, ove Koltès ambienta l’azione); ma la stessa lingua francese ha ora le costruzioni aspre, smozzicate, del dialogo concitato, dell’alterco, ora la pulitezza del linguaggio formale, ora si fa letterario, poetico, ai limiti del cartaceo.
La regia di Renzo Martinelli sottolinea questi scarti, e li amplifica. Alfie Nze, l’attore nigeriano che interpreta Alboruy, il negro del titolo, mescola all’italiano frammenti di inglese e frasi della sua lingua madre, l’igbo, che risuonano come formule rituali, o sottolineano momenti di particolare intensità emotiva (un espediente, quest’ultimo, che ricorda l’irrompere dell’inglese di Marlon Brando, nell’edizione originale di Ultimo tango a Parigi). Altrove, nel finale, il registro realistico si scioglie in una recitazione quasi da voce fuori campo, distaccata, come riportasse pensieri che non diventano voce. A tutto ciò fa da supporto non secondario un uso espressivo della scenotecnica, sia nell’amplificazione, sia nel disegno delle luci, a volte manovrate a vista.
Ma l’intervento registico più significativo sta forse nella creazione dello spazio teatrale. Martinelli sconvolge la planimetria del Teatro i, erigendovi una struttura rettangolare di tubi Innocenti che circonda lo spazio scenico, sulla quale il pubblico, come dagli spalti di un’arena, osserva la scena dall’alto, con una visione che sembra mutuata dalle classiche inquadrature dei film d’azione.
E invece, come spesso in Koltès, non succede quasi nulla, almeno fino allo scioglimento finale che, peraltro, lascia alcune domande volutamente senza risposta.
Ma nelle due ore di spettacolo si delineano a poco a poco i caratteri dei tre personaggi principali; si affronta il tema del diverso, si declina il contrasto fra civiltà, fra visioni della vita, fra culture, insanabile come quello fra i tubi Innocenti, le luci al neon, il rumore dei motori da un lato e, dall’altro, i versi degli animali notturni, suoni arcani della savana, i richiami inquietanti dei guardiani negri, invisibili ma ben presenti. E prende forma una metafora, giustamente ambigua e polisemica, sulla condizione umana.
La bravura degli attori fa il resto: oltre al già citato Alfie Nze, i bravi Alberto Astorri (Horn) e Rosario Lisma (Col) e, in un ruolo non facile, apparentemente modesto, ma che assume sul finale l’inattesa funzione di personaggio coro, la convincente Léone di Valentina Picello.

Lumpatius Vagabundus

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Lo spettacolo continua:
Teatro i
Via Gaudenzio Ferrari, 11 – Milano
Fino a martedì 12 marzo
Orari: lunedì e da mercoledì al sabato, ore 21; domenica, ore17
Lotta di negro e cani
di Bernard-Marie Koltès
traduzione di Valerio Magrelli
regia di Renzo Martinelli
con Alberto Astorri (Horn), Rosario Lisma (Col), Alfie Nze (Alboury), Valentina Picello (Léone)
dramaturgia  Francesca Garolla
scene di Renzo Martinelli
Produzione Teatro i
in collaborazione con Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia e Institut Français Milano

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