Fuori dalle logiche di mercato

LoveA Cagliari, una settimana all’insegna della compartecipazione e della cultura teatrale grazie all’Associazione Culturale Theandric.

Attivare partecipazione. Provocarla. Schiodare dalla passività di consumo, dall’opportunismo relazionale, dall’autodeterminazione e l’autoerotismo. Rendere lo spettatore praticante. Evitando di educarlo, contrariamente alle mode di indicizzazione all’osservazione ammaestrata (tentativi comprensibili di produzione di reddito di operatori culturali), insinuando dubbi, riflessioni senza padrone, coscienza critica. Evitare la pubblicità, l’ammiccamento, la dialettica culturale ridotta a mercimonio, la prostituzione di intelletti e corpi. Ritornare al teatro di rappresentanti di rappresentati. L’uomo che sfida la morte, nell’illusione meravigliosa di allontanarla, di fare finta si possa ingannare. Fingendo realmente. Riprodurre i suoni, le scene, le azioni, i gesti, dell’umano e della sua comunità. Nell’infinitezza d’un momento riverberato.
A Cagliari, quelli di Theandric, ci provano. Con poca aspettativa di risultati altisonanti in termini di “audience developement” (locuzione inflazionata tra i direttori di riviste telematiche spacciate per critica teatrale) o di arrampicamento sociale verso il gotha delle scene (quelli nei palchetti di prim’ordine e tra i banchi delle giurie dei premi televisivi e radiofonici che levano e abbassano il pollice secondo il ritmo della loro vita sessuale). Ci provano a creare relazioni, quelli di Theandric. Che non siano liquide, usa e getta. Che impiantino radici. Che per il medium del teatro, consolidino un anelito sociale alla cura e al progresso politico, culturale delle popolazioni.
Teatro, cinema, laboratori, arte visiva. Per dieci giorni. Attorno, ciò che resta d’agosto, nell’ottobrata sarda, tra i contorni d’una città meticcia senza averne l’aria, formale per convenzione, venduta ai banchi e intima per pochi. Una città del Sud, mediterranea, attorcigliata su se stessa, in difformità urbanistiche e architettoniche, in riti tribali, lasciva e impudica, godereccia e riservata. Odore di mare dappertutto. E il senso d’esotismo incosciente. L’arbitrio fatto a regola. E qualcuno a volere fare il barone. Venuto da fuori, perché la gente di queste terre è impegnata a tenere vive tradizioni e memorie, anziché dedicarsi alle fatiche del governo.
Si sente ancora dire d’utopia, di socialismo. Farsi beffa del macismo, dell’idolatria alla furberia, alla scaltrezza, al disonesto. Automatizzati, meravigliosi, si tramandano segni, feticci, rituali. Si sente dire di fare comune, e si trasforma l’idea in fatto d’arte.

Nel giardino del Lazzaretto, in bocca al mare, Thomas Walker, del Living Theater – che ha condiviso la sua vita con Judith, Julian, ostinatamente contro alla plastica brillante del sogno americano per rivendicare libertà, pura, sboccata, e darne nutrimento – raccoglie un mucchio di uomini e donne, sognanti e sognati, per ricreare scene collettive da stilemi tipici e sempreverdi, benché inattuali e fuori posto nell’epoca della conformità e dell’alter ego virtuale, potenti proprio perché inediti, difformi, dissacranti. Attori d’un giorno, d’un attimo sdoganato dai doveri di moda e codici. Liberi, da se stessi e dall’impiego, autori di gesti immediatamente riconducibili ad attività consuete amplificati dalla potenza della figurazione teatrale. Le eco profonde della fonetica per materia plastica, per icona, per costruzioni fisiche di gruppo. Le voci dei pochi, degli inascoltati, risonanza universale. Parola primordiale, primigenia, origine di senso comune. La mano di Walker a orchestrare fonesi soggettive e divenire, per mimesi, organo plurale. Disegnare geometrie di corpo e azione dall’atto psicomotorio creativo, determinare il processo sbrigliato dalla pianificazione. Fare fuoco su temi d’attualità civile e politica: migrazioni, distanze, isolamenti, discriminazioni. E fuorviare dalla retorica, riprodurre moto di slancio, scatti.
Il teatro efficace. Risolutorio. Non finito o di comoda fruizione. Un teatro che ancora – in tempi di accentramento di potere riducenti le scene a propaganda di sistema – provoca, induce al dissenso, alla presa di coscienza. Il teatro che scandalizza. Non per il piacere di farlo. Che incuriosisce e suscita reazione. Consensuale o dissidente. Coadiuvato da Valentina Solinas e Dario La Stella, della Compagnia Senza Confini di Pelle.

E ritornare nella sala del Teatro, tra palco e platea, a sfidare la memoria collettiva. Per pratiche e segni consolidati, manifesti in codici usuali, mischiando il mezzo comunicativo (video, musica dal vivo, gesto e parola) per centrare l’atto spettacolare nel medium difforme, a rintracciare l’unico nella frammentazione. Duennas di Maria Virgina Siriu – Deus ex machina del Festival – è un atto d’amore verso la propria terra. Di cui se ne soffre il confine, aperto e infinito, del mare. Che recinta, ma preserva. Modulare e in quadri, sciolti e non sincopati, lo spettacolo sgrana, come pietre di rosario, misteri e topos d’una cultura autoctona, indica, rintracciando in orme contemporanee una riaffermazione identitaria e culturale. L’uso della lingua idiomatica, il sardo, evocativo e provocante fascinum. Una lingua per ricreare relazioni, una lingua del parlato, prosaico popolare, senza formalità di distanza e convenzione. L’evitamento attoriale a favore del contenuto. La scena, scatola di caotico assemblaggio a individuare netti gli elementi. Un lavoro verticale. Incisivo.

Di particolare rilevanza artistico/sociale la mostra collettiva d’arte contemporanea Stati di Famiglia, a cura di Ivana Salis dell’Associazione Asteras: sei artisti e altrettante visioni sulla condizione di famiglia “coinvolta tra le cause dell’equilibrio e disequilibrio sociale e personale, intesa nelle sue varie e molteplici definizioni, accezioni, tipologie e interpretazioni”. Il segno grafico, materico, dialettico per forme e tonalità, per immagini e installazioni, il linguaggio scolpito o impastato in cromaticità o figurazioni nette ad espressione del concetto senza didascalie di sorta e tentativi morali. Disistruire a ciò che ci si vuole sentire dire. Per fruirne incamerandone individualmente, per forme e segni plurali. L’approccio diversificato, a stimolare neurologicamente la aree dell’intelletto predisposte a filtrare e codificare i segni non convenzionali. E mutarsi, di sguardo e di forma.

E ancora, proiezioni, dibattiti, convivi; parlare confidenziale, leggero, insieme. Fare insieme. Non delimitati da ruoli o posizioni, a mani vuote, senza etichette o badge. Love Sharing, si preserva spazio di purità. Con l’augurio non si dissolvi nelle solite danze in maschera degli amori di gruppo borghesi delle consuetudini festivaliere continentali. Dove il senso della pratica artistica, teatrale, comunitaria, è andato da tempo a farsi fottere per sfoggio muscolare e sintetico del potere di goffe sagome e delle loro greggi. Quando il teatro somiglia a se stesso e non ai sistemi di potere a cui dovrebbe fronteggiare (in maniera non violenta), è la più alta espressione, meravigliosa e potentissima, necessaria, d’umanità.

Spettacolo ed eventi si sono svolti nell’ambito del Love Sharing Festival:
a cura dell’Associazione Culturale Theandric
Cagliari, varie location

venerdì 18 ottobre 2019, ore 21.00
Teatro Adriano
via Sassari, 16
Duennas. Storia di una donna tra magia e musica
regia di Maria Virginia Siriu
con Maria Virginia Siriu e Gavino Murgia
interventi di arte visiva di Batash

da giovedì 17 a domenica 20 ottobre 2019
Laboratorio teatrale Le tecniche del Living Theatre
condotto da Tom Walker, Dario La Stella e Valentina Solinas della Compagnia Senza Confini di Pelle

domenica 20 ottobre 2019, ore 17.00
Lazzaretto di Sant’Elia
via dei Navigatori, 1
Overlap
performance esito del laboratorio teatrale

www.lovesharingfestival.org

 

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