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Dal bilancio positivo dell’edizione 2016 di Kilowatt Festival ai nuovi progetti di Capotrave fino alla Riforma del Fus, Luca Ricci, direttore artistico e regista, si racconta.

Un bilancio dell’ultima edizione di Kilowatt?
Luca Ricci: «La mia sensazione è che siamo riusciti a migliorare il processo di partecipazione. Nel senso che si è percepita con chiarezza, a misura che il Festival procedeva, un’ondata sempre più forte di simpatia da parte della cittadinanza nei confronti della manifestazione. Credo che questo sia avvenuto grazie all’equilibrio che abbiamo raggiunto rispetto al coinvolgimento popolare. In altre parole, spettacoli come quello di Piergiorgio Odifreddi, Tiromancino, Teatro dei Venti o, ancora, Trio Trioche, proposti in piazza Torre di Berta, hanno espresso tutto il loro potenziale permettendo agli abitanti di Sansepolcro di percepire positivamente la presenza di Kilowatt. Credo, inoltre, che abbiano funzionato molto bene i due spettacoli che definirei “interattivi”. In effetti, The Stranger, da un lato, e Kamyon, dall’altro, hanno sollecitato quel desiderio di partecipazione popolare che, visto il successo delle iniziative e il conseguente sold out, ha generato a sua volta un interesse vivace per l’intera manifestazione. Nel merito, penso che The Stranger abbia la capacità di creare un piccolo straniamento rispetto al quotidiano, sempre in maniera delicata e mai invasiva o violenta, che permette allo spettatore, al termine dell’esperienza, di vedere ciò che lo circonda in modo diverso. Così come avviene quando si spalanca il portellone del camion, sul quale si è stati rinchiusi per 55 minuti, in un caldo soffocante, ad ascoltare una storia di migranti, e alla fine si esce e si vede un cagnolino, del quale si è appreso dal racconto, che salta in braccio a una ragazzina. La sensazione provata dallo spettatore è quella di partecipare non a una esperienza teatrale bensì di vita. Kamyon costringe il pubblico a una riflessione seria sulle condizioni inumane di chi deve emigrare. Non a caso, il suo ideatore, Michael De Cock, ha partecipato a una serie di incontri ai quali sono stati invitati gli assessori al sociale di Sansepolcro e dei comuni limitrofi, le associazioni che lavorano con le Prefetture all’assistenza ai richiedenti asilo, e i migranti stessi. Può sembrare incredibile ma è stato il teatro a permettere questo dialogo a più voci».

A oltre un anno dal via, in Be SpectActive! come sta procedendo la collaborazione istituzionale a livello europeo, e l’interazione spettatori/artisti?
L. R.: «Innanzi tutto, sono molto felice della diffusione dell’idea dei Visionari (gruppo di spettatori che, durante l’anno, visiona e sceglie alcuni tra gli spettacoli che saranno proposti a Kilowatt, n.d.g.). Inorgoglisce un po’ vedere come un’idea nata qui, a Sansepolcro, stia diventando un format esportato in otto città europee, e in sei italiane. In secondo luogo, stiamo cercando di creare delle connessioni tra i vari gruppi e, a novembre, quando si terrà la seconda edizione della Giornata Europea dello Spettatore, coinvolgeremo anche altri network, oltre a Be SpectActive!. Infine, sul piano delle produzioni, nel momento in cui andiamo a scegliere gli artisti che partecipano al progetto, poniamo con sempre maggior forza la necessità – in chi vi aderisce – di aprire il proprio processo creativo all’interazione con le comunità locali. Naturalmente, essendo un progetto tuttora sperimentale, può accadere che l’artista faccia resistenza o che utilizzi l’interazione in maniera pretestuosa; ma, d’altra parte, accade sempre più spesso che alcuni artisti modifichino effettivamente il proprio lavoro per rispondere alle esigenze poste dagli spettatori».

Anche un altro progetto presentato a Kilowatt, composto da 4 spettacoli, ovvero Playing Identities, si basa sulla collaborazione di giovani registi professionisti e attori appena diplomati, provenienti da diversi Paesi europei. Nonostante Brexit, il teatro respira aria internazionale?
L. R.: «Sicuramente. Penso che il mondo della cultura anglosassone abbia votato contro Brexit. Personalmente, ho ricevuto due email, la mattina dopo, dai nostri partner di Be SpectActive! di York e Londra, che si scusavano perché l’esito del voto era tutto il contrario di ciò per cui stavamo – e stiamo – lavorando. Non ho dubbi che l’area che sviluppa un pensiero più evoluto nel Regno Unito, come nel resto d’Europa, sia contraria a queste scelte scellerate. Che, tra l’altro, finiscono con il portare gli Stati a trattare su un’uscita formale e su una sostanziale continuità di fatto. Purtroppo, questi sono i dazi che si devono pagare ai populismi dei nostri tempi. Tornando a Playing Identities, penso sia stata una scelta positiva avere ospitato questo progetto dell’Università di Siena che, per la miopia che a volte caratterizza le istituzioni, non trovava uno spazio adeguato là dov’era nato. Di questa esperienza apprezzo soprattutto l’idea che gruppi di giovani artisti europei abbiano voluto lavorare su temi politici. Credo, infatti, che attivare un processo di pensiero intorno alle questioni sociali sia decisamente importante».

L’idea dei Visionari è stata accolta anche da sei realtà italiane. A cosa è dovuto il successo di tale iniziativa?
L. R.: «Secondo me, il suo successo è dovuto al fatto di non essere un progetto educativo. Ossia, non c’è nessuno che si mette in cattedra a insegnare qualcosa. Per quanto mi riguarda, il teatro non si insegna, bensì se ne fa esperienza, tutti insieme. E in questo modo, lo si trasforma in un qualcosa di cui si sente il bisogno e grazie al quale si avverte la necessità di fare. Il format dei Visionari funziona, quindi, perché attiva un processo di educazione alla pari. Naturalmente, è un processo lungo ma a Sansepolcro, grazie ai vari gruppi di Visionari che si sono succeduti, abbiamo assistito a un piccolo miracolo di condivisione di un progetto artistico da parte di fasce della popolazione sempre più larghe. E questo ha persino un maggior valore quando si percepisce che il teatro contemporaneo, intorno a noi, è disprezzato e criticato. Basti citare lo scandalo suscitato dalla performance del ballerino Frank Willens a Santarcangelo, l’anno scorso; o le difficoltà sorte tra l’amministrazione comunale e Armunia, a Castiglioncello, quest’anno. Le incomprensioni non sono dovute a errori della direzione artistica, secondo me, bensì al fatto che si sia considerati come alieni. Alieni rispetto alla convenzione e ai suoi riti consolatori. Noi cerchiamo risposte altre, includiamo la diversità, relativizziamo il concetto di bellezza. È ovvio, quindi, che facciamo paura. Tornando al progetto dei Visionari, penso che sia uno dei modi che può, sul lungo periodo, favorire un diverso rapporto fra la cittadinanza e il teatro contemporaneo, proprio perché i Visionari ne fanno esperienza e, di conseguenza, capiscono quale lavoro ci sia dietro a uno spettacolo. Al momento, le città italiane che hanno importato il format, sono: Como, Rimini, Messina e Teramo. Inoltre, hanno chiesto di unirsi a noi: Novara e Livorno».

I Sacchi di Sabbia, Oscar De Summa e Sotterraneo. L’accoglienza del pubblico per le presenze italiane a Kilowatt?
L. R.: «Per i primi due potremmo sintetizzare con un trionfo totale. Oscar ha vissuto la complessità dello spettacolo all’aperto (in piazza Torre di Berta, n.d.g.), dove non si ha mai il silenzio totale. Anche se sono molto felice che quest’anno, rispetto al 2015, il livello di decibel intorno agli spettacoli si sia dimezzato. Ciò significa che abbiamo registrato maggiore rispetto e attenzione. E, nonostante la necessità per l’artista di concentrarsi, data la complessità dell’interpretazione, lo spettacolo ha funzionato benissimo. I quattro moschettieri in America, de I Sacchi di Sabbia, è andato in scena in teatro perché non si prestava alla fruizione all’aperto. Uno spettacolo talmente trasversale, delizioso, ricco di piccole idee artigianali, che ha conquistato tutti. Dirò di più. Erano rimasti liberi quattro o cinque posti. A questo punto abbiamo invitato a teatro alcuni ragazzi pakistani. E qui faccio un inciso perché ci tengo a sottolineare il lavoro di integrazione che Kilowatt ha portato avanti quest’anno, chiedendo a 24 migranti, da Pakistan, Gambia, Mali e Nigeria, di lavorare per il Festival. In poche parole, abbiamo invitato questi ragazzi a vedere lo spettacolo e loro si sono molto divertiti, sentendosi anche parte della comunità che li ospita. Il che significa che I quattro moschettieri è in grado di travalicare i confini sia culturali che generazionali. Per quanto riguarda Sotterraneo, sono stato molto contento di averli ospitati. Va però sottolineato che il loro teatro si basa su dispositivi sempre piuttosto intelligenti ma più raffinati, che stimolano una risposta che definirei intellettuale. Il loro lavoro non vuole sfondare, colpendo lo spettatore in maniera diretta. Al contrario, gli chiede di avvicinarsi, operando uno scarto intellettivo».

Lei fa parte della Compagnia Capotrave. Quali i progetti come regista?
L. R.: «Continueranno a circuitare sia Lourdes che Piero della Francesca. Il punto e la luce, che, per i parametri del teatro contemporaneo, stanno andando bene, dato che il secondo ha già raggiunto le 24 repliche; e il primo, quota 38. Inoltre, Lourdes sarà ospitato al Piccolo di Milano all’interno della rassegna sulla drammaturgia contemporanea (Tramedautore, dal 15 al 25 settembre, n.d.g.). Inoltre, con Lucia Franchi, abbiamo appena terminato di scrivere un nuovo testo che, al momento, abbiamo intitolato La lotta al terrore. Come si può immaginare, affronterà temi scottanti, spostando però il punto di vista; nel senso che i protagonisti si troveranno nello spazio chiuso di un Comune dove, improvvisamente, si dovrà affrontare l’emergenza di un ipotetico attentatore asserragliatosi in un supermercato. Quello che racconteremo sarà soprattutto la nostra convivenza con la paura e, quindi, le strategie che intervengono per minimizzare o esasperare la stessa. Penso che debutteremo l’estate prossima».

Cambiando argomento. Dopo la recente sentenza del Tar del Lazio sul Ricorso di Elfo-Puccini e Parma Due in merito ai parametri quantitativi della Riforma del Fus, si va verso una nuova normativa. Ci sono dei punti che riterrebbe qualificanti in una legge quadro?
L. R.: «Il primo punto è che la legge quadro non entri troppo nel merito perché i suoi principi dovranno rimanere validi per un lungo periodo di tempo. La legge quadro dovrà definire gli obiettivi generali. Saranno poi i decreti a entrare nello specifico. Una legge agile, veloce, e che tuteli, in primis, il rischio culturale. In parole povere, una legge che affermi che lo Stato deve intervenire nel settore, investendo su quei soggetti che si assumono il rischio culturale. Il teatro commerciale, infatti, non ha bisogno dell’intervento dello Stato perché il nome famoso o televisivo genera di per sé una curiosità e un’economia tali da non necessitare di un aiuto finanziario. Il secondo punto che andrebbe fissato è un riequilibrio del sostegno alla produzione con quello per l’ospitalità. Oggi come oggi, noi assistiamo a uno sbilanciamento causato dalla richiesta dello Stato di produrre a livelli esasperanti ma che, d’altro canto, finanzia pochissimo l’ospitalità, demandandola quasi interamente ai circuiti. Ne consegue che gli spettacoli contemporanei rischiano di non trovare spazi di rappresentazione. Ma la soluzione a questa problematica è il radicamento nel territorio. La differenza, la fanno quelle realtà che operano nei luoghi con continuità, che vi lavorano e conoscono il proprio pubblico. E così facendo, quando ospitano una Compagnia, sanno di avere un gruppo di persone interessate e incuriosite che assisterà allo spettacolo proposto».

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