So sad, Christopher Robin

Un maestro del teatro contemporaneo, Danio Manfredini, torna a La Spezia con Luciano, il suo nuovo lavoro.

Ricordare, celebrare, omaggiare. Qualcuno o qualcosa che è stato così importante. Nello stesso tempo regalare agli altri la possibilità di conoscere mondi altri, come quello del disagio psichico. Un’immersione nella mente, nei ricordi, in cui la sensibilità di chi è rappresentato e di chi rappresenta, rendono possibile l’esperienza di un fare poetico che tutto sente, accoglie – nella sua umanità, verità e tenerezza. Luciano, in scena, si racconta, e racconta storie. Domanda. Alcuni sono interrogativi importanti – ma sempre così presto dimenticati – quali, ad esempio, cosa sia un’esistenza normale. Eppure le domande cascano, perché in fondo di tutte le cose che si possono pensare, dire, immaginare, quello che rimane è fondamentalmente un senso di dolcezza e tenerezza. Tutto qui. Luciano è essenzialmente questo. E come Christopher Robin che tiene per mano Winnie Pooh, Luciano cammina, raccontando aneddoti del passato al suo amico elefante. Sono loro i compagni migliori, i più fidati, quelli che sanno ascoltare, quelli che danno conforto nel loro saper essere presenti. Quelli che senti che ti vogliono bene. Proprio a te. E l’elefantino, così triste, segue fedele il suo padrone e ascolta.
Il protagonista di questa nuova tappa teatrale di Danio Manfredini ci parla del suo mondo, e della vita: è ironico, a volte sembra quasi stia giocando a fare il matto, o che non lo sia per niente. Di sicuro non è semplicemente rappresentazione dell’altro. Quasi attraversando pagine di un libro pop-up, rivisita luoghi e ambienti, ricordi e visioni. Il parco, il bagno, il cinema, la discoteca, sempre rigorosamente popolati da ragazzi di vita – così presenti. La prima e l’ultima pagina sono, al contrario, una cornice in cui si presenta il luogo di riferimento, la sala comune di una struttura psichiatrica, la sua popolazione, le attività, per finire con una piccola rappresentazione: un matrimonio, una donna danzante, menade solitaria e abbandonata (visione del ruolo della follia, fra antico e attuale). Una menade sola, senza contesto, rinchiusa.
La classicità declinata in varie forme – come poesia, o figure mitiche – torna senza sosta. Mentre attraversa le pagine del libro, Luciano recita versi noti, li reinventa, scherza, ci gioca. La sua testa è popolata dai classici e le figure stesse della malattia si fanno classiche: la Medea Star, il Minotauro su stivaletti rossi. Assieme a loro compaiono la morte e il Cristo sui trampoli, in pantaloni attillati dorati – immagine suggestiva per una religione da ridefinire, dove la Madonna fuma, dice le parolacce, e insegue le persone. Frammenti onirici, in cui si dispiega la potenza dell’immaginario e della follia, la sua forza indagatrice, rivelatrice – che disvela ciò che, ai normali, non è dato pensare, vedere, immaginare.
Eppure, mistero di antica genitura, qual è il sottile confine fra la pazzia che porta alla conoscenza e quella che debilita? Come un Erasmo finito nel luogo sbagliato, Luciano è dissacrante, perché denuda e demistifica (e si fa beffe) la stessa follia che si nasconde dietro la vanità del classico, della cultura, dell’essere normali, dell’essere bravi o famosi. Di essere “artistoni”. «Eh, tu suoni, fai teatro, dipingi. Ma sei un artistone!»: sentire pronunciare questa battuta, dalla voce di Luciano, sull’artista in scena, sul suo fare, sul suo attraversare i mondi altri della follia nel suo reale percorso di vita, è il segno di un’autoironia, che scava, che toglie valore, che sa ridere del proprio non senso e della propria pazzia.
In questo clima onirico, tra memoria e tenerezza, la presenza così forte del mondo dei ragazzi di vita quasi stona, e la convivenza dei due universi di significato risulta faticosa. In ogni caso, davanti a Luciano si sta sempre in bilico fra le lacrime e il sorriso. Non si prova compassione o pietà, solo una profonda tristezza di fronte al suo e al nostro mistero.

Lo spettacolo è andato in scena:
Auditorium Dialma Ruggiero

via Monteverdi, 117 – La Spezia (SP)
venerdì 15 dicembre, ore 21.15

Luciano
ideazione e regia Danio Manfredini
con Danio Manfredini, Vincenzo Del Prete, Ivano Bruner, Giuseppe Semeraro, Cristian Conti e Darioush Forooghi
aiuto regia Vincenzo del Prete
ideazione scene e maschere Danio Manfredini
realizzazione elementi di scena Rinaldo Rinaldi, Andrea Muriani, Francesca Paltrinieri
disegno luci Luigi Biondi
fonico Francesco Traverso
mixaggio colonna sonora Marco Maccari – Peak Studio Reggio Emilia
produzione La Corte Ospitale coproduzione Associazione Gli Scarti, Armunia centro di residenze artistiche, Castiglioncello – Festival Inequilibrio
un ringraziamento a Cristina Pavarotti, Massimo Neri, Paola Ricci e Giacomo Giannangeli
un ringraziamento a Paola Ricci, Cristina Pavarotti e Massimo Neri

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