Scenari della mente

Superficialmente Luciano è il delirio di un folle, ma è soprattutto un atto di coraggio. Il grande Teatro è capace di guardare al fondo di noi stessi, senza consolazione, senza deviare dal volto di Medusa del proprio oggetto, al rischio di rimanerne pietrificati.

È innegabile che lo studio drammaturgico di Danio Manfredini abbia il merito di dare dignità scenica a ciò che rifugge la scena. Non si tratta certo del corpo esposto in pose cosiddette “oscene”, ma di come la morte lavori in corpore vili, annullando la soggettività e il suo desiderio, esaltando il corpo pulsionale come “macchina di carne”.

Il protagonista – Luciano – commenta con il suo delirio gli angoli metropolitani in cui sagome di uomini cercano un contatto erotomaniaco che accenda una qualunque zona erogena. L’oggetto è indifferente alla presa della pulsione. Questa agisce all’improvviso, come una scarica epilettica. Allo stesso modo dell’immaginario dei morti viventi (da George Romero a Lucio Fulci), il corpo agisce per scarica motoria involontaria, in cui il soggetto sparisce per divenire oggetto di sé stesso: si gode sempre del proprio corpo.

Ci si mangia, ci si violenta, ci si fa del male, secondo la ben nota metafora freudiana della “bocca che bacia sé stessa”, in cui soggetto, oggetto e meta coincidono. La distinzione dei sessi sembra sparire. Il solo oggetto erotomaniaco è il “fallo”, da cui si è attratti come operatore di quel linguaggio di cui si è perduto l’ancoraggio. Il soggetto non parla più, è parlato da un discorso che lo travolge. Si sente “femmina”, posto nella condizione mistica di ripetere parole che alienano tutto sé stesso.

Luciano visita squallidi bagni pubblici, parchi poco illuminati, cinema porno fumosi e in ombra. Il corpo femminile è delirato per il sospetto che dà di un godimento senza limite (quello della “puttana” ingorda), un godimento che prova ma che non sa dire, e che il maschio – ridotto a parzialissimo corpo sensibile (il pene) – invidia. Il golem triste cerca allora una fusione orgiastica col corpo dell’altro ridotto a “pezzo”. Tra avere il fallo e essere il fallo non passa alcuna differenza, così come si delira essere maschio e maschio\femmina insieme, a patto di “plusgodere”.

Travestiti nelle loro grottesche pose oscene, i corpi si mostrano, si lasciano toccare. Nella scena al parco pubblico un uomo in guêpière si appoggia a un albero, trasformato in palo di tortura tra godimento e dolore. Manfredini trova in questi tristi personaggi la questione che cerchiamo con più paura di tenere a bada: non la pace ma l’inquietudine e la tensione governano gli esseri umani. La logica positivistica che vuole l’individuo capace di governare la propria omeostasi pulsionale, è la favola de l’anima bella, di cui l’immaginario mediatico – soprattutto quello di matrice confessionale – cerca di dare consolatoria rassicurazione.

Manfredini all’opposto non rovescia solo il teatro come un capo consunto, ma anche noi seduti sugli spalti del teatro India. «La meta di tutto ciò che è vivo – scrive Freud in Al di là del principio di piacere – è la morte. […] L’aspirazione di tutti gli esseri viventi sarebbe quella di tornare alla quiete del mondo inorganico». Il soggetto attraverso la pulsione indistinta lavora lungo una linea di regressione verso un luogo di quiete, esente da tensioni. Thanatos segnala il desiderio di concludere la sofferenza della vita e tornare al riposo, al nulla, alla tomba. Tutta la drammaturgia di Manfredini tende a dipingere il “non luogo” in cui ogni perturbazione si acquieta, il luogo al negativo dove abitare la morte in “vita”, sul filo interrotto di maestri – per dirne solo alcuni – quali Tadeusz Kantor, Fassbinder, Carmelo Bene, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Marco Ferreri.

I personaggi sono “non morti”, pupazzi dinoccolati, “animali” che vibrano a una secrezione ghiandolare, a un colore del piumaggio, alla puzza di urina. Sono zombie desoggettivati, assoggettati alla pulsione che non ha oggetto. Luciano vorrebbe far sesso, ma – dice – «ho il cervello diviso in quattro parti, uno dice una cosa, un altro un’altra, e non so a chi dar retta». Il fantasma dell’altro (senza l’altro) è tutto ciò che rimane. Non resta che cercare la scena su cui un tempo morì il proprio desiderio, per scartare l’angoscia che ci procura una troppo prossima vicinanza umana.

Manfredini guarda alle parole di un folle per riportare la fuga dal senso dentro il discorso. Prende per mano il delirio per porre la questione della sessualità umana, fatta di pezzi tutti da comporre in quel quadro surrealista che è il rapporto tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tra donna e donna, rapporto in ogni caso che si rivolge alla “mancanza” dell’altro e che a sua volta fa mancanza dentro sé. Fuggire questa “amorosa” mortificazione vuol dire ridursi a automi che godono al ribasso della malattia, piuttosto che del corpo dell’Altro, abitato dall’Altro. Se il teatro è vita (rappresentazione dell’irrappresentabile), la malattia è morte al lavoro. Stasera attraverso questo splendido lavoro, Teatro e Malattia si sono toccati e qualcosa è accaduto.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro India

Lungotevere Vittorio Gassman 1, 00146 – Roma
dal 26 al 28 febbraio 2019, ore 21.00

Luciano
ideazione e regia Danio Manfredini
con Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro
aiuto regia Vincenzo del Prete
ideazione scene e maschere Danio Manfredini
realizzazione elementi di scena Rinaldo Rinaldi, Andrea Muriani, Francesca Paltrinieri
disegno luci Luigi Biondi
fonico Francesco Traverso
mixaggio colonna sonora Marco Maccari – Peak Studio Reggio Emilia
durata 1 ora e 10′
La visione dello spettacolo è consigliata ad un pubblico adulto

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