Intervista a Monica Morini

L’anno scorso, a Reggio Emilia, abbiamo vissuto in prima persona l’esperienza teatrale ideata da Monica Morini, Bernardino Bonzani e Annamaria Gozzi, ossia quel rito laico e collettivo che fu Argonauti, e pochi giorni dopo applaudimmo, a Calenzano, Questo è il mio nome. A distanza di un anno, ritroviamo il Teatro dell’Orsa immerso in una campagna di crowdfunding per aprire, dopo tre lustri di attività, la Casa delle Storie, un luogo accogliente che farà da ponte tra culture e arti, «per la costruzione di comunità pensanti». In tempi in cui sembra eticamente civile erigere muri, o come racconta Monica Morini, in «tempi tanto bui da chiederci di apparecchiare la tavola dell’anima», occorre essere «audaci» perché «la vita, come il teatro, è piena di sorprese».

In un clima di intolleranza generalizzata, La Casa delle Storie nasce come luogo inclusivo. Una sfida che pensate di vincere?
Monica Morini: «Il tempo che viviamo pare ringhiare, accatastare pietre per formare muri. Più di 70 muri sono sparsi per il mondo, ma per non fermarsi, per camminare servono i ponti. Il nostro teatro è un ponte, che include, che si tende, popolato di umanità diversa, fragile, aperta, in ascolto. La sfida della costruzione di uno spazio aperto, uno spazio ponte tra le arti, i saperi e le storie dice un po’ della nostra utopia. Un fare teatro insieme che è allenamento alla vita, è costruzione di comunità pensanti. In realtà c’è un mondo che sta rispondendo al nostro appello, che si riconosce in questo progetto. Narratori giovani ma anche pubblico nutrito da incontri, laboratori, spettacoli che si sono irradiati in modo capillare nel tessuto urbano, che hanno cercato le persone e non si sono fatti cercare. È un cammino, lo stiamo facendo insieme, nella bellezza della diversità, e nella fatica, ma pare ricaricarci».

Ci sono voluti ben quindici anni per individuare uno spazio adeguato e avere i fondi necessari a iniziare i lavori di ristrutturazione. Come si può essere Compagnia teatrale e luogo inclusivo e di dialogo, senza un luogo fisico?
M. M.: «Camminando, stando dentro spazi di convivenza. Le scuole, le biblioteche, le piazze, i cortili, i luoghi dove sopravvive ammaccata la democrazia e la cultura. In questi 15 anni abbiamo indirizzato la nostra ricerca per dialogare con la storia di un territorio, con le sue radici di memoria, ma ci siamo occupati di futuro, lavorando nella formazione, a stretto contatto con il sistema delle scuole, con l’infanzia, con le cooperative sociali, con lo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, n.d.g.) e il sistema di accoglienza. Mentre rispondo alla domanda ho negli occhi la posta arrivata oggi alla Casa delle Storie. Dice cosa abbiamo seminato nel tempo. E cosa vorremmo fosse il futuro. Nelle lettere trovo una cartolina inviata dall’Archivio delle Reggiane, la grande fabbrica di aerei di cui abbiamo raccontato la storia che ci dice che senza memoria non si legge il futuro; poi una lettera di una giovane spettatrice, Sofia, che chiede di salvare le fiabe; infine la lettera, con uno schizzo mirabolante sulle parole di Raffaele, che è diventato narratore volontario durante uno dei corsi che abbiamo tenuto durante la formazione di Reggionarra dedicata ai genitori. Dentro la Casa delle Storie ci sono lettere che vengono da lontano, da Roma, da Napoli, da Genova, da Padova, dalla Sardegna. Ci sono i fili che abbiamo teso con i giovani narratori. Ci sono i gomitoli di vita riconosciuti dei giovani rifugiati».

Come avete trovato la vostra futura Casa? Il Comune e la Regione vi hanno aiutato e/o finanziato?
M. M.: «La Casa delle Storie è un progetto indipendente, attuato dal Teatro dell’Orsa, e avrà le caratteristiche funzionali di un piccolo teatro. Il Comune e la Regione sono i nostri Enti di riferimento e ci sostengono come centro di produzione teatrale e per i progetti culturali e sociali che realizziamo sul territorio. La Casa delle Storie non è una sede, è un luogo dove nutrirsi, stare, pensare, accogliere il pensiero degli altri, creare. In quattro anni c’è stato un lungo peregrinare per esplorare sia le periferie che il cuore della città alla ricerca di uno spazio possibile, ne abbiamo contati più di una decina. Una stazione ferroviaria, la Casa del Mutilato, una palestra in una vecchia cavallerizza, l’ex sede dell’Aci, un ex mangimificio, chiostri storici, la Sala delle Carrozze, teatri di periferia, ex sale cinematografiche, capannoni in disuso. Un’attesa, fatta di incontri istituzionali, valutazioni, trattative che accendevano speranze e poi non arrivavano a uno sbocco concreto. Lavoriamo costantemente con il Comune di Reggio Emilia con progetti che sono germe della vita culturale cittadina. Ma dopo quattro anni di attesa si rischiava di vedere disperso il patrimonio umano di relazioni costruite con il progetto Casa delle Storie. E quando la segnalazione di un amico ci ha indicato il capannone nel quartiere storico del Gattaglio, abbiamo sentito che quello era proprio il posto giusto, avremmo camminato con le nostre gambe, con lo slancio che covava dentro da troppo tempo. E non siamo soli, abbiamo creato una comunità pensante, attiva, appassionata, che stava aspettando questo luogo».

Nelle immagini che stanno girando sui media sembra che vi aiutino nell’impresa tanti giovani, migranti, persone comuni. Noi abbiamo respirato questo clima compartecipativo l’anno scorso quando abbiamo assistito ad Argonauti. Avete, quindi, il sostegno dei cittadini di Reggio Emilia?
M. M.: «È un’adesione che entusiasma, nei giorni di cantiere aperto, ci siamo ritrovati in tanti, l’azione partecipata è fatica in festa. Questa Casa è nata, prima, nei desideri di molti che con noi già formavano una casa invisibile; è stato naturale, poi, ritrovarsi intorno a un progetto concreto. Nei cantieri non c’è solo calce e colore, ma anche una piccola tavola, un gioco dell’oca in caselle di vita e libri di poesia salvati. Mentre impastiamo calce, ascoltiamo memorie, accogliamo racconti, leggiamo poesie. Il clima è laborioso ma anarchicamente creativo e accogliente. Si fermano molti curiosi e poi vinti cedono e ci raccontano pezzi di vita, mangiano un biscotto e promettono di ritornare».

In questi anni avete formato una comunità di narratori e questi avranno un loro spazio nella nuova Casa. Ci raccontate il percorso fin qui fatto?
M. M.: «L’arte che pratichiamo nel bando Giovani Narratori, tocca l’oralità come patrimonio autentico di sapere e di sentire che ci rende uomini, ci allena alla vita, ci svela il fiume carsico delle storie dove scorrono insieme memoria e immaginazione. Antonella Talamonti lavora con noi sulla parola nelle storie, sull’ascolto e il disvelamento della musica invisibile che soffia nel fiume dell’oralità. Nell’Alveare delle storie avevamo rovesciato un intero teatro all’italiana, il Teatro Valli, ogni palco ospitava un narratore diverso e gli spettatori facevano un’esperienza unica di ascolto dentro singoli palchi fino ad approdare sul palcoscenico per udire il ronzare di tutte le storie – il nettare dell’invisibile direbbe Rilke. La narrazione svela il primo livello di relazione, il più intimo tra due esseri umani: raccontiamo per dirci al mondo, mentre raccontiamo allunghiamo il tempo. Negli anni è cresciuta la consapevolezza di un patrimonio di persone che con noi volevano continuare a camminare. La Casa delle Storie è un luogo di passaggio dei saperi, prevede la contaminazione felice di altri luoghi oltre il nostro, dove agire insieme. Accade durante la notte dei racconti, accadrà il 9 dicembre alla vigilia della giornata dedicata alla Carta dei diritti dell’uomo quando in un’ideale maratona leggeremo e racconteremo in più città storie e parole dedicate alla dignità di ogni uomo. Ci sono, collegati a noi, più di venti giovani narratori che hanno preso parte non solo al bando, ma a più performance e festival».

La Casa delle Storie sarà un luogo dove dialogheranno tutte le arti. Così come le culture. Una possibilità che state indicando, con il vostro lavoro, per superare le barriere che paiono ergersi sempre più alte?
M. M.: «Le esperienze di Argonauti, di Questo è il mio nome, vissute con un gruppo di giovani rifugiati, ragazzi di seconda generazione e italiani, ci hanno cambiati. L’incontro e il dialogo nella creazione d’arte sono stati costruzione di futuro insieme, anche fuori dal teatro. Questo conta: cosa resta dopo, in chi vede, in chi partecipa, cosa si è costruito? La Casa delle Storie era già nata come un tetto invisibile di ascolto che ci riparava. Alla fine dello spettacolo Argonauti in un rito laico e magico abbiamo cercato insieme l’alba, andando fino a Cervia, abbiamo atteso insieme la luce dorata del sole, e come i giovani eroi del mito che fondano il tempio della Concordia ci siamo promessi eterno aiuto. Penso sempre alla tavola dei Feaci, a Odisseo raccolto sulla spiaggia nudo e indifeso che viene accolto e, per lui, non si cuoce sulla brace solo carne profumata di mirto e ginepro, ma si chiama l’aedo, che sulle corde della cetra intoni un canto. I tempi sono tanto bui da chiederci di apparecchiare la tavola dell’anima, abbiamo bisogno di una cetra con molte corde, abbiamo bisogno di parole che ci ricordino da dove veniamo e verso dove stiamo andando. L’arte è il più potente balsamo sulle ferite e, nello stesso tempo, è la domanda che scuote e sveglia e fa muovere il passo. Così apriamo la Casa, ai testimoni del tempo, agli artisti, alle case editrici, a ciò che sarà nutrimento stando in dialogo».

Per finanziare gli investimenti di ristrutturazione dello spazio avete lanciato una campagna di crowdfunding all-or-nothing sulla piattaforma IdeaGinger.it, che si concluderà a fine anno. Come sta andando e quanto vi manca per raggiungere l’obiettivo?
M. M.: «In meno di un mese più di 120 persone hanno sostenuto questa impresa, in modo commovente. Abbiamo raggiunto l’obiettivo degli 8.000 euro che garantiscono il successo della raccolta e ora lo stiamo superando. Spenderemo tanto, tanto di più. Ma questa prima tappa è non solo un aiuto concreto, è buon vento nelle vele e ci ha fatto arrivare al primo gradino di copertura. Quando con mio padre andavo in montagna da bambina la cosa più difficile era rompere il fiato durante la prima salita, arrivare al primo rifugio. Ecco, la prima tappa degli 8000 euro è stata raggiunta, fino alla fine di dicembre altri possono sostenerci, per raggiungere insieme il secondo e il terzo livello di avanzamento dei lavori, fino al completamento con la gradinata, il bagno senza barriere, il riscaldamento, il soppalco, il fondale e le quinte ignifugate, le luci, l’impianto audio… insomma sarebbe un miracolo coprire tutte le spese, ma perché non crederci? Le persone ci stanno sorprendendo per adesione e generosità».

L’inaugurazione dello spazio è fissata per il 12 gennaio 2019. Troppo ottimisti?
M. M.: «Audaci, bisogna esserlo. Infaticabili aggiungo. Ma la vita, come il teatro, è piena di sorprese. I lavori sono al giro di boa, ma molto dipenderà dalle autorizzazioni che dovranno pervenire da Comune, Vigili del Fuoco e Commissione Pubblico Spettacolo. Per molti anni abbiamo sognato di alzare i calici per dare il buon anno dentro la Casa delle Storie e forse quest’anno, tra pennelli e cartavetrata, ci ritroveremo nel posto giusto per continuare a pensare nuovi progetti insieme».

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