L’unica cosa (im)possibile

Al Teatro Studio Uno, va in scena un sordido atto unico, in cui due donne cercano di liberarsi dall’abbraccio di un terzo, in un corpo a corpo tra violenza e sesso.

La scena riproduce un ambiente claustrofobico, che rimanda al soffocamento dei sentimenti quando la loro prossimità è sentita come insopportabile. Due donne si cercano e allo stesso tempo si respingono; vagheggiano la presenza di un terzo, Julian, che dovrebbe essere l’amante di entrambe, tra desideri artistici, dipendenza da droghe e scorciatoie di soluzioni repentine in cui la cosa più semplice è farlo fuori, ossia far fuori la realtà dell’Altro, di colui che fa difetto nel quadro immaginario che seduce i protagonisti.
L’Altro fa sempre difetto; è qui per questo. Se l’arte può essere vissuta come il tentativo di far perfezione del quadro di sé, allora la soddisfazione che se ne può ricavare è sempre a metà, tra il desiderio impossibile di assoluto e la macchia che, tuttavia, emerge tra i colori ben stesi.
La drammaturgia sembra ammiccare all’azione di tanto cinema noir, con dialoghi secchi, cambi repentini di tono, allusioni al sesso come ricerca fusionale di contatto con l’altro, anch’esso una scorciatoia per sedare l’angoscia che – bruciando nel suo acme – ristagna tra un amplesso e l’altro, trasformando l’eros in violenza.
Il quadro drammaturgico che emerge provoca un faticoso lavoro per il pubblico di collegare testo e una azione spezzata dal dover evocare altri personaggi che entrano e escono dalla scena, sempre caricati sulle spalle delle due stesse interpreti femminili. La sensazione è quella di assistere a un fumetto che per una volta esce dalle striscie per scendere tra le tavole di un teatro, con dialoghi sincopati, strappi di azione, bang, boom, sigh che dribblano il flusso disteso di una coscienza che si confessa, faticando ad arrivare al nucleo di una verità scenica.
Qual è la verità che i personaggi non riescono a incontrare? Cos’è che inciampa come un disco rotto sul solco della nostra vita? Tra il delirio e il desiderio, nel finale si evoca la presenza di un bambino che piange in una stanza attigua, svegliato dal chiasso. Quel bambino è l’unica cosa viva, tra il ciarpame dell’immaginario artistico e la fantasia di trovare soddisfazione in sostanze che promettono pace. Continuerà a piangere fino a che non entrerà anche lui in scena, incalzando i personaggi a uscire da sé stessi, dal loro involucro immaginario, e trovare carne nella risposta al suo pianto.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno (Sala Teatro)
Via Carlo della Rocca 6, 00177 Roma
dal 4 al 7 gennaio 2018 (da giovedì a sabato ore 21.00; domenica ore 18.00)

L’unica cosa possibile
regia Francesco Prudente e Giulia Aleandri
con Iris Basilicata e Eleonora Gusmano
musiche Temporeale

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