Visioni imperative

Il giovane e prolifico Luca De Bei giunge a perturbare il finale dei Liberi Esperimenti Teatrali, un’ottava edizione di grande successo, oramai una consuetudine.

Fino al 18 marzo il Cometa Off di Testaccio ospita l’ultima fatica di un artista sollecito nell’indagare i molteplici aspetti della coscienza umana. Reduce dal premio Le Maschere del Teatro come Miglior Autore di Novità Italiana con il suo Le mattine 10 alle 4, De Bei si confronta con uno dei testi più inquietanti della letteratura romantica. L’uomo della sabbia, scritto nel 1815 e inserito nella raccolta Notturni, è forse l’opera maggiormente nota di E.T.A. Hoffmann, avvocato, musicista e compositore originario di Königsberg, il quale ha trovato massima espressione nella letteratura, scardinando le tendenze classiche del suo tempo e rivelando un fertile percorso attraverso l’inesplorato. Non a caso il racconto della deriva psicologica di Nathanael è servito al padre della psicanalisi moderna per la rappresentazione dell’inconscio, nell’ardore che il tormentato protagonista prova verso l’automa Olimpia, emblema di ciò che Freud illustrava nel suo saggio Das Unheimliche, Il Perturbante.
Der Sandmann è un testo altamente simbolico, sovraccarico di spunti, nel quale si abbandona ogni conforto dovuto alla certezza. Allestito in una polifonia narrativa, l’opera si occupa di un’ossessione pervasiva, frutto della traumatica suggestione infantile, la figura dell’avvocato Coppelius, diabolico “uomo della sabbia” forse responsabile della morte del padre del protagonista. I fatti che compongono la vicenda sono inquinati immancabilmente dalle distorsioni percettive di Nathanael, incapace di disciplinare le proprie visioni, di calmierare le proprie pulsioni sia erotiche sia violente. Vani sono gli amorevoli tentativi da parte della sua promessa sposa, Clara e del fratello di lei, Lotario, di tranquillizzare la foga del protagonista. Nathanael distorce anche l’angelico intervento dell’amore puro, etereo di Clara e lo perverte in una passione malsana per un oggetto inanimato, un folle processo di libido nei confronti di una bambola di legno che la sua mente riempie di significato vivificandola.
Apprezzabile la scelta misurata ed essenziale nell’adattamento, che ci assicura dal rischio di una disinvolta indulgenza per gli stati visionari onirici presentati in sequenze sconnesse, ma l’approccio di De Bea mostra una riverente aderenza al testo di partenza al punto da restarne incatenato. La prima parte epistolare è intervallata da efficaci scorci orrorosi, nella seconda, in scena come sulla pagina scritta, un narratore esterno si preoccupa dello sviluppo e della conclusione limitando gli attori a intervenire nei dialoghi e, per lo più, relegandoli a rappresentare il senso del parlato, creando, di rado fortunatamente, un effetto telenovela. Estrema cura è posta alla costruzione dell’atmosfera, con l’ottimo contributo di luci, fumo ed essenze profumate, ma l’allestimento sembra dissipare la tensione di una macabra ricerca del terrore rendendosi schiava di una lettura scenica. Vale la pena scomodare Aristotele che nella Poetica metteva al primo posto della tragedia la composizione delle azioni. In questo caso, tanta è la concentrazione rivolta all’elocuzione che spesso interi paragrafi dello straordinario scritto sono recitati pedissequamente proprio a scapito dell’azione. Si genera una spiacevole sensazione per cui tutto sembra già avvenuto e, da spettatori, non ci resta che osservare la mise-en-scène della memoria, pure interessante, ma statica. Gli attori si distribuiscono in uno schieramento geometrico e plastico sul palco e declamano le battute per raccontare più che vivere le emozioni. Il tono è veicolato dall’assiduo commento musicale, piuttosto che dalla performance, costituita quindi da eventi episodici all’interno del flusso narrativo mai inceppato. Gli interpreti/narratori sono fin troppo abili a mantenere il ritmo. In particolare, Riccardo Francia scandisce il tempo con voce potente e piglio sardonico, Mauro Conte è un Nathanael mai eccessivo e Giselle Martino restituisce una Clara razionale e posata. Positiva l’assenza in scena di Coppelius, che rimane un’ombra alla quale il pubblico, nella propria immaginazione, affiderà le sembianze più adatte. Inadatto invece il suono sintetico attribuito a Olimpia, latore di involontari effetti comici. Nel complesso, L’uomo della sabbia in questa versione mostra una sua coerenza stilistica che ha il suo maggiore pregio nell’approcciare un testo, assolutamente calato nei cunicoli della psiche. D’altronde, non è impresa facile oggettivare un’opera basata sull’imbroglio degli occhi che suscita dubbi sulla realtà fomentando demoniaci mostri nella virtualità della verosimiglianza. Gli occhi che guardano all’esterno, ma che inevitabilmente restituiscono impressioni vivide di un mondo interiore talvolta tetro e imperativo.
Nota di merito, i costumi di Lucia Mariani: rievocano il contesto storico dell’epoca e insieme commentano eloquentemente e in modo funzionale tutta la rappresentazione.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Cometa Off
via Luca della Robbia, 47 – Roma
fino a domenica 18 marzo
orari: da martedì a domenica ore 20.45 e ore 22.30, domenica doppia replica con pomeridiana alle 17.30 (lunedì riposo)
(durata 1 ora e mezza circa senza intervallo)

I Magi s.r.l. presenta
L’uomo della sabbia
ispirato all’omonimo racconto di E.T.A. Hoffmann
di Luca De Bei
regia Luca De Bei
con Mauro Conte, Riccardo Francia, Fabio Maffei, Giselle Martino
costumi Lucia Mariani
luci Marco Laudando
foto di scena Piero Pesce
grafica Paolo Camilli
ufficio stampa Maya Amenduni

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