Il Re è morto. Lunga vita al Re!

tordinona-romaAmbizione, moralità turpe, follia omicida emergono quando l’umanità mostra la sua anima nera. Al Teatro Tordinona va in scena uno tra i signori dell’ignobile, Macbeth e l’orrore prende la forma in versi di Shakespeare.

Tra le numerose opere composte dal poeta di Stratford Upon Avon, il Macbeth si distingue per l’inconsueta brevità (rispetto alle altre), circa 2000 righe, in maggioranza versi, per un numero significativo di 40 personaggi. In parole assai più povere, la tragedia non sfora le sei ore se rappresentata integralmente, come accade con quasi tutte le altre. Dato rimarchevole vista l’intenzione di Giovanni Lombardo Radice, insieme al suo numeroso gruppo di lavoro, di portare in scena una tra le tragedie più famose del Bardo senza esagerare nei tagli. Soprattutto considerato l’orario di inizio spettacolo, ben due ore dopo l’apertura del sipario alla Royal Shakespeare Company House di Londra (a noi latini, si sa, viene il prurito se ci chiedono di prendere posto prima delle otto). La vicenda di Macbeth è tratta dagli annali scozzesi al principio dell’anno Mille, ossia quando il nobile cavaliere uccise re Duncan e conquistò il trono, sul quale regnò saggiamente per diciassette anni. Il regicidio era più o meno sistematico nel 1040, come da noi lo sono – per intenderci – i governi tecnici. Shakespeare, come suo solito, modifica la storia secondo le esigenze drammatiche: per esaltare le origini della casata Stuart, dopo la successione al trono inglese di James I, Banquo non è più complice di Macbeth nell’omicidio del Re, piuttosto vittima eroica, più bianca di un fantasma. Tuttavia l’elemento di maggiore rilievo resta innegabilmente l’introduzione del personaggio di Lady Macbeth, istigatrice maliziosa e diabolica, vera e propria dramatis causa. I pensieri di Macbeth acquistano toni sinistri e l’intera vicenda, compressa nell’arco di poche settimane, prende l’aria infernale, con streghe, fantasmi, profezie e sangue. Deve essere questo ad aver attirato, in particolare, Lombardo Radice, volto noto nel cinema di genere, avendo collaborato tra gli altri con Lamberto Bava e Michele Soavi. L’impresa che ha scelto di portare avanti con coraggio è quella di tradurre il testo e rappresentarlo in una versione (più o meno) integrale con una compagnia mista, senza produzioni. Uno sforzo imponente, visibile nell’apparato scenico che non si vuole arrendere alle scarse disponibilità e monta un secondo palco al centro della scena, dimora delle streghe e degli inferi. Gli interpreti si muovono sopra e intorno con un certo ingombro. Specialmente se si considera che delle sedie in fila davanti al fondale sono visibili solo gli schienali. Una volontà tenace, che sente la necessità di costumi, anche quando uno degli attori porta i jeans e una felpa con cappuccio neri. Gli effetti sfiorano la parodia, senza peraltro mai centrarla: gli interpreti non lo permettono, concentrati come sono a dire le battute, con una buonissima dizione e trasporto, ma non sempre e non per tutti con interpretazione. Il problema fondamentale, al di là del materiale tecnico che non è assolutamente importante (si può recitare senza scenografia, senza costumi, senza oggetti di scena e riuscire a ottenere un effetto dirompente sul pubblico, come sappiamo bene nel nostro eterno limbo di crisi, che questo Macbeth cerca di contrastare), è l’assenza di una direzione lucida.  Sembra che la volontà sia stata solo quella di riprodurre pedissequamente le indicazioni che Shakespeare ha scritto nel XVII secolo, senza nessuna interpretazione, progettualità, lettura. Non c’è una marca stilistica autorale, una tematica preponderante, come spesso accade nel teatro realizzato con passione, ma in modo inconsapevole. Con il risultato di una performance paludata e canonica che può essere perfetta per la diffusione dell’opera a chi non la conosce, ma funziona poco su chi il testo lo conosce già e si aspetta, magari ingenuamente, di vederlo rinnovato. Nell’Aldilà, ossia dall’altra parte della Manica, è andata in scena l’anno scorso una versione di Macbeth talmente cruda che il pubblico in sala gridava spaventato, secondo i tabloid. Certo, nell'”altro mondo” i mezzi sono decisamente diversi: per prima cosa esiste un pubblico, numeroso e pagante. Poi ci sono attori giovani come James MacAvoy e Emily Mortimer che mettono i brividi, e l’intuizione di un regista Jamie Lloyd di far indossare a Shakespeare il suo abito horror. Ma occorre riflettere se non valga la pena osare di più, per risvegliarci da questo incubo della crisi.

Lo spettacolo continua:
Teatro Tordinona
via degli Acquasparta 16 – Roma
fino a domenica 13 aprile
orari: da martedì a sabato ore 21.15; domenica ore 18.00
(durata 2 ore e 20 circa, con un intervallo di 10 minuti)

Macbeth
di William Sheakespeare
traduzione e regia Giovanni Lombardo Radice
con Duccio Camerini, Vincenzo Crivello, Walter Da Pozzo, Claudia Della Seta, Simone Faloppa, Antonio Fazzini, Natalia Giro, Maurizia Grossi, Giulio Federico Janni, Giovanni Lombardo Radice, Eugenio Politi, Elena Vettori, Francesco Ciccone (violino), Angelo Giuliani (percussioni)
scene Camilla Grappelli
costumi Claudia Della Seta
elementi di costume Massimo Melloni
direzione tecnica e disegno luci Biagio Roscioli
assistenti alla regia Giorgia Piracci, Ivan Zingariello
attori sostituti Dario de Francesco, Giorgia Piracci
maestro d’armi Alberto Bellandi
trucco Laura Alessandri
vocal coach Valeria Benedetti Michelangeli
sarta Fabiana Desogus
scenografia Francesco Pellicano, Niccolò Giorgi
sartoria Grandi Feste
progetto video Simone Fabiani
grafica e promozione internet Ivan Zingariello

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