Much Ado About Nothing?

Al teatro Vascello di Roma, per Teatri di Vetro, è andato in scena il Macbettu, l’opera breve del Bardo di Stratford Upon Avon nella versione neolatina di Alessandro Serra.

Tragedia tutt’altro che mastodontica, almeno se comparata alle altre sorelle, il Macbeth fu un’opera scritta in maggioranza in versi e per un cospicuo numero di personaggi. Nata da una vicenda storica realmente accaduta e stravolta dall’autore per esigenze poetiche, essa rappresenta con adamantina efficacia la capacità del poeta di dare forma a storie eterne, fuori dal tempo e dallo spazio, e così plasmare autentici archetipi per la coscienza a venire.

Particolare fortuna ebbe il character di Lady Macbeth, donna tentatrice e diabolica, laico alter ego dell’Eva veterotestamentaria, talmente carismatica e psicologicamente complicata che, in lei, l’interpretazione freudiana vide il lato oscuro della controparte maschile. Quello tra Macbeth e consorte, con l’inaudita polarizzazione in monade della dualità naturale, fu, infatti, uno dei matrimoni meglio riusciti nel teatro shakesperiano (e non solo) e vederla sostanzialmente soppressa in questo Macbettu suscita istintivamente un’intrinseca curiosità.

Dedicando la propria attenzione alla realtà di una regione tra le più isolate dal contesto europeo e, di conseguenza, conservative rispetto ai propri mores, Serra declina l’inattualità del Macbeth sulla questione di lingua, pardon della limba, quale dispositivo identitario del popolo sardo.

La scena, quasi vuota ma abilmente plasmata dalla densità di una scenografia minima e modulare, è cupa e ferina. In essa, tra materiali poveri (pietre e pani, sabbia e ferro) e sonorità ridondanti, troveranno riuscita contestualizzazione non solo, o non tanto, gli essenziali e suggestivi movimenti scenici dei suoi protagonisti, letteralmente straordinari per tenuta e tensione scenica, quanto la bella atmosfera di una cruda arcaicità al cui interno la coscienza di Macbeth non potrà che smarrirsi, lacerata dal timore di perdere non tanto il potere tout court, quanto ciò cui esso – il potere – lo aveva consegnato.

A questo Macbettu, grazie all’esperta messa in scena di Serra, non mancano i toni sinistri dell’inferno in terra, tra profezie di streghe (la cui presenza, purtroppo, patisce una non riuscita vis comica) ed esseri umani bardati di nero, cappucci e maschere, dilaniati dal conflitto etico e dal peso del dominio e della responsabilità. Dunque, nella sublimazione teatrale, da sangue, e dolore, e morte. E non a caso, le note di regia citano esplicitamente dai Quaderni di Simone Weil per ricordare come la drammatica commistione tra la paura e un potere che assolutizza la propria ambizione diventi disumanità, folle aspirazione al controllo totale sul corpo e sulle menti, ossia dispositivo di coercizione dell’identità («La lezione è questa: l’ambizione è illimitata, mentre le possibilità reali non lo sono mai; nell’oltrepassarle si cade»).

«Recitato in sardo e, come nella più pura tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini», l’ambizione di Serra coglie, però, senza particolare profondità «analogie tra il capolavoro shakespeariano e i tipi e le maschere della Sardegna».

Dal punto di vista linguistico, la scelta «non limita la fruizione ma trasforma in canto ciò che in italiano rischierebbe di scadere in letteratura», compiendo un’autentica traduzione che elude il rischio del tradimento e supera di slancio la stucchevole e controversa polemica nata nelle ultime settimane tra auctoritas del settore, divisi tra l’opinione preventiva dell’Alto Passero della carta stampata e l’esaltazione per contrarietà della new age dell’intellighènzia online. Tuttavia, complice la scelta di ridurre Macbeth alla tematica dell’homo homini lupus e di indugiare scolasticamente sull’anima e sui nervi di un territorio solcato, fin dalla sua preesistente civiltà nuragica, dal diritto alla violenza sancito da leggi non scritte e dal riscatto del e dal sangue, l’operazione rimane ancorata a un semplicistico didascalismo antropologico e risulta, in termini squisitamente drammaturgici, lontana tanto dal rispetto del testo originario, quanto dal tentativo di un suo rinnovamento.

Sia chiaro come non sconcerti la mancanza di rispetto per l’autore, al contrario suscita interesse il tentativo di limitare il protagonismo di Lady Macbeth (oltre che la conversione linguistica), ma dopo averne estirpato la centralità senza aver proposto una valida interpretazione alternativa e aver sfumato il dramma su momenti ironici a forte rischio stereotipia, Serra orienta con poca audacia questo Macbettu su un terreno di straordinaria inattualità e, senza riuscire a gettare del tutto il cuore oltre l’ostacolo, lo posiziona di fatto sul piano del prodotto teatrale, tra l’altro, non privo di significative sbavature.

Pur offrendo spunti di estremo interesse, in particolar modo a livello interpretativo, visivo e sonoro, l’allestimento soffre, infatti, una collocazione a metà tra due registri linguistici troppo divergenti fra loro che trasforma parte del testo shakespeariano in farsa grottesca e inficia parzialmente un’operazione che, senza nulla togliere alle musiche di Pinuccio Sciola e alla scenografia e alle luci dello stesso Serra, regge quasi interamente su una restituzione attorale di ineccepibile potenza, mentre, attorno a essa, la novità del testo tende a costituirsi con pesante manierismo nei costumi e negli accostamenti rituali, così andando a discapito della pur forte intenzione di base fino a disperderne le potenzialità drammaturgiche, nonostante in diversi momenti sia stato estremamente semplice riconoscere a Serra una significativa dose di talento (dal pasto dei porci alla caduta dei fari che tagliano le figure da dietro in controluce rispetto alla platea fino al glaciale monologo finale).

Un’operazione che provoca i puristi e, forse, accontenta i contemporanei, ma che non riesce a far andare oltre la percezione di uno spettacolo complessivamente ben fatto/prodotto e diretto con estremo rigore ed esperienza, ma incoerente e incapace di brillare al di là del fulgore offerto da Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano (un gigantesco Macbeth), Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu e Felice Montervino.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno di Teatri di Vetro
Teatro Vascello
via Giacinto Carini, 78, Roma
2 ottobre 2017, ore 21.00

Macbettu
di Alessandro Serra
tratto dal Macbeth di William Shakespeare
con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino
traduzione in sardo e consulenza linguistica Giovanni Carroni
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
musiche pietre sonore Pinuccio Sciola
composizioni pietre sonore Marcellino Garau
regia, scene, luci, costumi Alessandro Serra
produzione Sardegna Teatro e compagnia Teatropersona
con il sostegno di Fondazione Pinuccio Sciola, Cedac Circuito Regionale Sardegna

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