Non si piange miseria, qui la si ride

teatro-studio-uno-roma-80x80Un trasporto giocoso, un umoristico teatro e una riflessione drammaturgica. Gli sketch di Madame Misère alla casa romana del teatro indipendente.

Cantava Leo Ferrè, personificando la miseria: «Madame Misère ascolta il tumulto, il clamore, il silenzio», rivolgendosi alla condizione di miseria materiale, umana, esistenziale, quotidiana, «di chi stringe la cinghia, di chi piega il groppone quando muore di sete e si abbevera di pianto. Quando non piange più crepa sotto l’incanto della natura e della distruzione». Gli affamati e gli arrabbiati, che coltivano speranze e abbattimenti, che tirano avanti nonostante il violento quotidiano. Questo è quello che va in scena sul palco di quel fervente microcosmo artistico che è il Teatro Studio Uno, garante sempre di alternative proposte e sponsorizzatore di sperimentalismi. In scena un duo che funziona, quello della Usai e della Maiorino.

Sulla scia della drammaturgia contemporanea interpretazioni di scenari delicati, problematici, affrontati in maniera del tutto originale. Le giovani attrici ci mostrano questa personale scrittura che si inserisce nel progetto più ampio: Dittico su una povertà da fiaba.
Roma, giorni nostri, Yasmina e Mezzanotte, due nomi che stanno per una mendicante sciancata e speranzosa e una prostituta dallo sguardo perso e disillusa. Due storie che lasceranno scorgere un po’ del loro vissuto nelle pause di una sceneggiatura veloce, colorata, eccentricamente rappresentata. L’una cerca l’oro nel Tevere, l’altra l’amore sulla Casilina. L’oro e «l’uomo mio» fra i sogni in cui si rinchiudono, emarginate dal reale, «non c’è nessun posto libero dove poterci fermare».

Piccoli scorci che ci vengono regalati, immagini che prendono forma, quei bar all’angoletto con l’insegna al neon, il fiume, il semaforo, tratti urbani di una Roma che tocca il degenero, ma che è vestita di sfumature, quelle che nel vivere giornaliero non tutti, forse, percepiscono. Anche in quel bar di strada, in quel malandato fiume c’è della bellezza; e della realtà intrisa di tristezza di Ferrè rimane il messaggio, ma la spettacolarizzazione è senz’altro diversa, assume un diverso tono di riproduzione.
La miseria che riporta mimiche e grandi capacità espressive, che dipinge i volti di follia, i gesti inconsueti e fuori dagli schemi di due disadattate, il tutto formulato in modo da abbattere i preconcetti sociali, far comprendere quanta umanità, profondità e bisogno misto a desiderio c’è in chi è ancora catalogato come diverso. Le linguacce, gli occhi spalancati, i gesti calcati, le movenze accentuate e buffe, i segni dell’universo che si costruisce chi una dimensione di adattamento in questo mondo proprio non l’ha trovata.

Dopo un primo scontro iniziale le due donne si trovano ad accettarsi come complici di sventura o forse avventura. Basta poco per riscattare la propria condizione, questo paiono dirci. Decidono di farsi compagnia, di intraprendere questo piccolo viaggio alla ricerca dell’oro, e si coglie bene la metafora qui. Camminate, accelerate, piccoli sketch, caricaturali mimiche, sembra di trovarsi di fronte ad una vignetta fumettistica che prende vita. Un elogio alla pantomima che, d’altronde, come diceva Chaplin: «costituisce la base di qualsivoglia forma di dramma». Loro, le due protagoniste animate, traspongono la loro giovinezza nelle sequenze, nelle esasperate movenze e nella simpatia suscitata, si muovono in una serie di dialoghi essenziali, semplici, ma carichi. Solitudini che si incrociano le loro, in cammino verso questa meta che viene raggiunta e porta con se il segno della rassegnazione a una condizione subalterna, accettata, però, con ironia.

Eccolo il riscatto, l’ironia. In scena hanno l’effervescenza giocosa che ricorda quel tocco ribelle e fresco di due giovani flapper girls e il finale è un’esplosione totale. Letteralmente si lanciano verso il pubblico per poi simulare varie scenette mute, come titoli di coda alla chiusura. Complicità e condivisione, nuove prospettive di vedere e concepire l’altro, paure e ansie, ragionamenti: «Se ci muoviamo dove andiamo? E se ci fermiamo siamo perdute». Oltre i soliti canoni sociali, sequenze che toccano la dimensione umana, quella dei contorni semplici, quella dimensione dove tu che vivi nel grigio ci insegni ad avere una sensibilità più sottile; e anche in una cicca per strada, in una lisca di pesce trovi lo stimolo per un sogno.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno

Via Carlo Della Rocca 6
dal 22 al 25 gennaio

Madame Misère 
di e con Maria Luisa Usai e Irene Maiorino

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