Van Gogh, il blu e il verde marcio

teatro-era-pontedera2[1]Li avevamo incontrati quest’estate al festival di Lari, Collinarea, ognuno impegnato con un proprio progetto, la Marsicano con Socialmente, e Perinelli, insieme a Le Canaglie, con la performance La folie Van Gogh. Stavano però già elaborando Made in China, lo spettacolo presentato al Teatro Era di Pontedera lo scorso sabato. Un’intensa riflessione sul senso dell’arte e sulla vita che conduciamo.

Il feng shui recita: non scegliere il blu per le stanze a giorno, perché il blu è profondità, sguardo rivolto verso se stessi, malinconia. Blu come la Notte stellata, contemplazione del mistero dell’universo. Non va bene guardarsi dentro. Ma, soprattutto, non ci interessa e forse neanche sappiamo cosa significhi.

Bergson distingueva fra la sensibilità dell’uomo della strada e quella dell’artista. Il primo, incalzato dalle necessità materiali della vita quotidiana non può permettersi inutili distrazioni, e deve massimizzare ed essere efficiente nel suo sentire. Tuttavia, nel secolo che ci separa dal filosofo francese, valori e oggetti sono cambiati, e se prima l’uomo comune era comunque in contatto con oggetti autentici, artigianali; gli oggetti industriali che ci sommergono cambiano di molto le carte in tavola.

I prodotti Made in China sono deteriorabili perché non hanno anima. Come le tazzine o i piatti del supermercato. Non si tratta solo della qualità visibile, chiaramente più scadente, ma anche di ciò che trasmettono al corpo e allo spirito. Non sono oggetti a cui ci si può affezionare. Sono fatti per essere sostituiti. Un oggetto di qualità, artigianale, possiede in sé una vibrazione diversa. Non abbiamo più la sensibilità per sentire la differenza fra questi due tipi di oggetti. E non ci interessa neanche più. Scegliamo in base al prezzo, ma in cambio gli oggetti che abbiamo intorno non sono più in grado di trasmetterci emozioni, o raccontare una storia.

Se trasliamo il discorso all’arte, nell’oggetto (che chiamiamo, in questo caso, opera) l’energia del lavoro manuale dell’artigiano si unisce alla ricerca estetica e spirituale dell’artista in senso stretto. Nel concetto di produzione d’arte, immagine e soggetto in certo senso coincidono – anche se spesso questo aspetto viene sottovalutato. E si arriva a considerare il frutto di un’esistenza vissuta divorati dalla necessità e dall’angoscia del dipingere – dall’essere un fuoco a cui nessuno si scalda, in sofferenza e solitudine – soltanto nella sua apparenza. Benjamin parlava di aura, ma l’aura non è solo l’istante magico che rimane racchiuso nell’opera d’arte, bensì la vita intera che si nasconde dentro l’opera, è tutto il sentire, tutta l’energia che viene riversata in essa: la volontà che ha guidato la mano, l’aver camminato sull’orlo dell’abisso.

Le scelte che facciamo sono il nostro autoritratto, e noi scegliamo il Made in China. Ma è il nostro spirito a venirne offeso, perché sceglierlo significa non avere gusto, non essere sensibili, confondere l’apparenza con tutto il resto. E allora si perde il senso del colore e delle sfumature – il lato artigianale dell’arte – e la sofferenza, l’autenticità, la sensibilità verso se stessi e ciò che si ha intorno, la ricerca e la consapevolezza dei valori, il sentire la voce dell’universo (il lato spirituale dell’esistenza).

Se il Made in China avanza e incombe non è solo colpa di un destino ineluttabile ma delle scelte che compiamo ogni giorno (in uno processo peraltro pagato sulla pelle di lavoratori che non solo non  vengono tutelati, ma vivono in condizioni talvolta proibitive e che rischiano realmente la morte, come nel rogo di Prato qualche anno fa).

Quale sentire e quale sensibilità possono accompagnarsi ai nostri valori? Potrebbe nascere oggi, fra noi, un Van Gogh?

Durante lo spettacolo, vediamo in scena una donna che domina principalmente il lato destro del palco: il mondo cinese, fatto di venditori, feng shui, rituali banalizzati e di cineserie moderne: negozi che, a basso costo, offrono prodotti e servizi si scarsa qualità. A sinistra ci sono un uomo, una sedia, uno straccio rosso (citazioni delle opere di Van Gogh): è il mondo dell’artista. La sensibilità e l’energia dello spirito contro l’apparenza, l’imitazione, la contraffazione, ma anche la seduzione e il sorriso accattivante. I due binari esplorano altrettanti mondi, due autentici luoghi dello spirito, oltre che spazi mentali: l’Olanda e la Cina.

La drammaturgia rimane sempre in bilico fra comico e tragico, ispirata dagli scritti del pittore, ma ricca di citazioni cinematografiche e televisive. Anche in essa si rispecchia il doppio binario della messinscena: arte e produzione industriale. Un lavoro sempre a togliere e ad abbassare i toni e il pathos, estremamente essenziale a livello scenografico e giocato in gran parte sull’illuminazione; ricco di simboli, che si ha difficoltà – a volte – a decifrare.

Se si deve avanzare qualche dubbio, esso sorge principalmente per quanto riguarda i lunghi monologhi di Perinelli, che tendono a perdere energia e a sfilacciarsi sul finale. Per il resto, uno spettacolo ottimamente interpretato che lascia molto a cui pensare e mantiene (quasi sempre) un clima emotivo intenso e avvincente.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
Parco Jerzy Grotowski – Pontedera (Pisa)
da giovedì 1° a domenica 4 ottobre, ore 21.00

Made in China
uno spettacolo di Leviedelfool
drammaturgia e regia Simone Perinelli
con Claudia Marsicano e Simone Perinelli
aiuto regia e consulenza artistica Isabella Rotolo
musiche originali Massimiliano Setti
disegno luci Marco Bagnai
foto di scena Nico Bruchi
produzione Fondazione Teatro della Toscana

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