Il contemporaneo come misura del contemporaneo

Alla Galleria Bosi Artes di Roma è in corso la mostra Magistri: Da Emilio Vedova a Mimmo Paladino. Un’occasione unica per ammirare le opere di cinque artisti, percorrendo – con linguaggi e stili diversi –  cinquant’anni della storia dell’arte non solo italiana, ma mondiale.

Nella sede accogliente di via Pinciana 41, la Galleria Bosi Artes espone alcune delle opere più significative di alcuni maestri dell’arte contemporanea, coprendo l’arco temporale che va dai primi anni Sessanta fino ai primi Novanta, tenendo insieme passato e presente con lo sguardo rivolto al futuro, alle tendenze e alle sperimentazioni successive che da questi artisti hanno tratto spunti critici e ispirazioni concettuali fondamentali.

Il viaggio inizia con Ciclo ’61 di Emilio Vedova: le sue pennellate caotiche sembrano scolpite come solchi nella tela, creando un gioco dialettico curioso tra vuoti e pieni, bianco e nero, in un vortice sensitivo ed empirico unico e ineguagliabile, proiettando la sua pittura nell’alveo dei grandi interpreti del Novecento; un Novecento che però ammicca a un ventunesimo secolo incapace di alienarsi dalle sue radici, che Vedova incarna alla perfezione come anti-radici. Un qui e ora in eterno ritorno su se stesso, articolato in una sorta di metafisica terrestre difficile da interpretare e godere fino in fondo: un enigma insomma, tutto da dipanare.

Dai tumultuosi anni Sessanta di Vedova, dai suoi graffi pittorici ed esistenziali – in un paese, ricordiamolo, che passava dalla realtà contadino-rurale a quella industriale-finanziaria – passiamo alla “crisi d’identità” proposta da Emilio Isgrò: una crisi puntualmente mnemonica ma soprattutto fisica, spaziale, di un uomo-coscienza “incosciente” che non riesce – o non vuole più – ritrovare il suo spazio, la sua dimensione etico-civile, la pregnanza psichica del suo essere al mondo, e non per la morte, come direbbe Heidegger, ma per una vita ormai dispersa, afona, ingiudicabile, che non ha più nulla da dire né da insegnare agli uomini, entità anch’essi  disperse nell’oblio del tempo, di una storia che non scandisce più i tempi, le mode, il progresso-utopia, ma solo se stessa, il ritmo lento e indecifrabile del suo scorrere, senza senso né tendenza. In questo contesto, l’uomo non è più tale, non è più suo elemento organico, ma sfugge continuamente, anzi, si sfugge: non resta che negarsi, annichilirsi per poter essere vivo e presente. Un oblio ricostruito e “bramato” da un soggetto concretamente annacquato nel brodo vitale, come unica condizione per ricostruire una comunità mnemonica autentica e qualitativamente superiore allo status quo esiziale in cui vive.

Anni Settanta carichi di inquietudini e ricerche di significato ideale, di una qualsivoglia identità da spendere e riconoscere come presenza e allo stesso tempo assenza nel mondano, nel civile in quanto sociale, che ritroviamo nelle opere di Fernandez Arman, con il suo violoncello spezzato e ricomposto “ingenuamente” nella pittura, in un tratto che si illude di riunire ciò che è da sempre diviso, e cioè la forma e la sostanza dell’arte come della vita quotidiana. E ingenuo è pure lo sforzo artistico nel ridare vita a ciò che è morto, sanare le fratture di un moderno sempre più contemporaneo e di un contemporaneo sempre più moderno, incapaci a concepirsi uno senza l’altro, indissolubilmente complici nel definirsi misura del dato presente, inteso mai come processo, ma freddo divenire delle cose nel loro frantumarsi organico.

Alighiero Boetti, viceversa, con il suo Giocare attorniato da tratti infiniti di biro nera, rappresenta una falsa alternativa – in realtà omogenea alla stessa scomposizione-ricomposizione di Arman – a questa ingenua spinta figurativa di riunificazione totalizzante di una realtà lacerata, che non tenta neanche di ricomporne,  nella prassi concreta, le contraddizioni strutturali, ma vaga idealmente, astrattamente, concettualmente, alla ricerca di un luogo interiore, di una coerenza logica attraverso cui risolverne le tensioni senza però parteciparvi, nel perenne diletto novecentesco dell’esserci senza essere, del comunicarsi senza comunicare, del narrarsi senza narrare. Un gioco affascinante ma che può cadere nell’anonimato, se non in un oblio difficile da superare con le sole armi estetiche e di gusto, in un pigro ed evanescente civettare con i processi storici concreti che, in ultima istanza, determinano qualsiasi espressione di coscienza e fruizione artistica. In questa direzione, l’opera quadrettata con sfondo marino di Mambar del 1990 racchiude in sé tutta l’impotenza estetica di un tratto concettuale avulso dalle familiari tensioni della cronaca, la neutra mappatura di un ambiente-natura estromesso dalla propria stessa essenza artistica, dove l’estrema ratio è la definizione puntuale di uno sguardo svuotato da ogni attiva funzione critica.

Un percorso accidentato che si conclude con due grandi opere di Mimmo Paladino della fine degli anni Ottanta, che evocano l’esaurirsi oggettivo e senz’appello della sperimentazione iniziata nei primi anni Sessanta con Vedova: un lavorio intenso e “primitivo”, di un’essenzialità spaziale e cromatica che certifica come nessun altro l’apice raggiunto da un linguaggio privo di grammatica propria – in quanto si deve affidare ad altre simbologie e icone, a una semiotica extra-artistica – ma senza dubbio efficace ed evocativo di una radice profonda dell’arte come misurabilità assolutamente immanente del darsi concreto delle cose, come scambio critico con i processi, collage psichico di immagini e residui di vita passata che si sovrappongono fino a determinare la totale latitanza di un qualsiasi concetto di mondo, di esistenza e di futuro possibili e spendibili come àncora di salvezza dalla decomposizione in atto.

L’arte per Paladino, seguendo in questo la Teoria estetica di T.W. Adorno e L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin, non deve abbellire artificialmente il mondo, dargli un senso compiuto, una morale estetica rasserenante e rassicurante in cui l’ente sensibile si possa rispecchiare riconoscendosi, ma urlare in faccia all’osservatore l’orrore che la pervade e l’ansia di sofferenza che nelle sue forme si è sedimentata nei secoli; la denuncia brutale, la critica radicale è – e deve essere – la sua cifra politico-stilistica. Se viene meno a questo impegno umanitario, è puro e semplice amusement, intrattenimento e complicità ineluttabile col potere.

La mostra continua:
Galleria Bosi Artes
via Pinciana, 41 – Roma
fino a sabato 28 maggio
orari: da lunedì a venerdì ore 10.00-13.30/15.30-19.30, sabato ore 10.00-13.30 (sabato pomeriggio e domenica chiuso)

Magistri: da Emilio Vedova a Mimmo Paladino
con le opere di Fernandez Arman, Alighiero Boetti, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Emilio Vedova

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