La recitazione dolente di Renato Sarti dà voce a un nostalgico della Decima Mas, che si trova decisamente a suo agio nei bui tempi presenti.

Non impariamo mai. Dai nostri errori, dalla storia, dall’esperienza nostra e altrui. Non impariamo mai.

Qualche anno fa a Radio Popolare una deportata di San Sabba raccontava: «Io ricordo… io ricordo… io ricordo», insieme litania evocativa e denuncia spietata del Fascismo, artefice dell’uccisione di milioni di uomini e di donne, non tanto debitore quanto “venerabile” maestro – P2 acconsenta – del Nazismo nel gasare le popolazioni civili, costruire campi di concentramento, invadere territori, sposare idee di autarchia e superiorità della razza (come se gli esseri umani fossero cani), reprimere libertà – più che mai in pericolo oggi – come quella di parola, di manifestazione (i terremotati di L’Aquila insegnano) e di stampa.
Non impariamo mai. E dalle tavole del palcoscenico, a dieci anni dal debutto dello spettacolo, ce lo rammenta ancora una volta Renato Sarti, più dolente che mai, in una recitazione che rincorre il flusso di ricordi di un ex appartenente della Decima Mas che rivendica settant’anni di “gesta gloriose”, dall’eccidio della comunità copta di Debrà Libanos alla strage di piazza Fontana – che ha ormai una sua verità storica aldilà di quella giudiziaria – dall’elenco puntuale degli interrogatori dei torturatori di via Rovello – “famosa” ben prima di diventare la sede del Piccolo Teatro – fino ai fatti più recenti che dimostrano come quel passato sia più che mai presente: i pestaggi al G8 di Genova, la persecuzione di rom e omosessuali, l’odio per i migranti, le nuove politiche di una destra sempre più orgogliosa e inorgoglita da queste “gesta gloriose”. E i tizzoni di questo incendio si stanno propagando in tutta Europa – come dimostra il bel documentario firmato da Roberto Festa (una delle voci più scomode e argute di Radio Popolare e del giornalismo italiano), trasmesso prima dello spettacolo.
Non impariamo mai. E questa pièce lo dimostra attraverso mezzi propriamente teatrali, ricreando spazi altri con la sola forza della parola evocativa del protagonista – come quando sembrano materializzarsi in un cassetto i corpi dei bambini morti di sete e fame a Debrà Libanos – della sua mimica – che d’un tratto ne altera i caratteri fino a dargli le movenze del torturatore compiaciuto per il bel lavoro fatto – di un’improvvisa recitazione dialettale – che ci fa balzare davanti agli occhi un personaggio che racconta di borse vendute, identiche a quelle usate per la strage del ’69 a Milano. Uno spettacolo, quindi, che pur essendo un monologo ha la forza dell’azione e si avvale non tanto dell’istrionismo dell’interprete (in questo, Bebo Storti rimane maestro) ma della recitazione sentita del suo autore: Renato Sarti.
Una pièce da vedere e rivedere perché non impariamo mai e perché là fuori c’è sempre un sedicenne al quale sono mancati dei nonni come i miei che si ricordavano la camicia nera, obbligatoria se si voleva trovare un lavoro, ottenere una casa popolare, avere la tessera per acquistare i generi di prima necessità – mentre le bombe fioccavano ed era una festa se colpivano un treno merci in piazza Tirana perché allora l’intero Giambellino si alzava, in piena notte, per correre ad afferrare un sacco di riso, di farina o di patate.

Lo spettacolo continua:
Teatro della Cooperativa

via Hermada 8 – Milano
stasera ore 20.45, con Renato Sarti
da martedì 13 a giovedì 15 luglio ore 20.45, con Bebo Storti
Mai morti – Dieci anni prima
testo e regia Renato Sarti
in collaborazione con Teatri 90 Progetti/Maratona Di Milano, Teatridithalia

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