Alle origini della tragedia

piccolo-teatro-milano-80x80Al Piccolo Teatro Studio di Milano Malacrescita di Mimmo Borrelli. Storia in versi di una Medea dei Campi Flegrei.

Malacrescita, dialogo infantile in fusa e in versi per attore e musicista, di Mimmo Borrelli è uno spettacolo sorprendente non solo per la qualità letteraria della scrittura, ma anche per la bellezza essenziale della realizzazione scenica.
Il napoletano Mimmo Borrelli, 35 anni, ha già al suo attivo due capolavori: ‘Nzularchia e La madre: i ‘figlie so’ piezze ‘i sfaccimma, spettacoli pluripremiati, che hanno fatto innamorare critica e pubblico (Renato Palazzi, recensendo la sua ultima fatica Opera pezzentella che a giugno ha debuttato nella Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco di Napoli, lo ha definito il più grande drammaturgo italiano del momento).
Malacrescita nasce proprio dalla tragedia La madre, prodotta nel 2010 dal Teatro Mercadante, celebrando una sorta di funerale di quegli eroi del degrado, ma anche della sua stessa creazione artistica, prematuramente messa a dormire.
La storia ruota attorno a una Medea dei nostri giorni: figlia di un camorrista dei Campi Flegrei, puttana e profetessa, Maria Sibilla Ascione per amore del giovane Francesco Schiavone, soprannominato Sandokanne («perché uguale a cchillo ‘nt ‘ televisione»), uccide il fratello e causa la morte del padre. Ma Sandokanne la tradisce e Maria, dopo aver tentato inutilmente di abortire, dà alla luce due gemelli, Pascale Mammilluccio e Totore: non li uccide, ma li allatta a vino, fino a farli inebetire, vendicando così la sua femminilità anzitempo fiorita e violata.
In Malacrescita la storia è raccontata dalla fine da Pascale (Mimmo Borrelli), mentre Totore (Antonio della Ragione) «non parla mai, se non con giocattoli, pupazzi, carionne, campane» costruendo un tessuto sonoro ora ritmico ora misterioso sempre alienante alla parole del fratello. I protagonisti sono ormai tutti morti. Attorno a Pascale una teoria di bottiglie vuote, alcuni fiori (offerte votive) qualche lumino creano uno spazio vuoto e funereo, che si raccorda al pubblico con il resto di un velo da sposa (cordone ombelicale?) sopravvissuto dalla precedente realizzazione.
La storia si svolge in quel di Cuma, nei pressi di Torregaveta, proprio dove la Sibilla, a detta di Virgilio, pronunciava i suoi enigmatici responsi: terra oggi malata, straziata dalla camorra, inquinata dai rifiuti tossici provenienti dalle industrie settentrionali, i cui pomodori sono stati coltivati a estrogeni.
Il racconto riparte dall’inizio, dal primo e mestruo di Maria ancora bambina, passando per l’innamoramento, il tentativo d’aborto, il parto dei gemelli… Mimmo Borrelli assume su di sé tutti i ruoli di questa tragedia contemporanea, come se Pascale fosse posseduto dalla madre, dal padre, dal fratello: un interpretazione davvero virtuosistica per l’esattezza della partitura gestuale, la varietà dei ritmi e delle intonazioni, l’intensità fisica della partecipazione.
Mimmo Borrelli ha prodotto un impasto linguistico di stupefacente forza espressiva: il dialetto arcaico dei Campi Flegrei si mescola con le parole della modernità storpiate e assorbe con naturalezza citazioni letterarie (Iacopone, Dante), preghiere e detti latini. Il teatro in versi di Borrelli ricorda con la sua sanguigna teatralità quello del palermitano Franco Scaldati e soprattutto l’opera di Enzo Moscato. Ma il teatro di Moscato ha una componente autobiografica che qui non c’è e il suo dialetto è una forza centrifuga che tende all’astrazione. La scrittura di Borrelli è invece materica, dionisiacamente impastata di terra, sangue e sperma.
I suoi personaggi vivono un mondo di violenze ancestrali, di riti e superstizioni pagane che sopravvivono anche sulla soglia della contemporaneità: odi e passioni, la forza dilagante della sessualità, una fisicità dirompente, ma inconsapevole.
Borrelli, pur non rinunciando alla denuncia sociale, punta diritto alle origini del teatro, risale oltre la tragedia greca, aspirando al momento rituale che le ha dato origine, e traccia le linee di un campo in cui l’indifferenziato del sacrum accoglie la violenza della bestemmia e convive con essa.
Da vedere e rivedere.

Lo spettacolo continua
Piccolo Teatro Studio Melato

Fino al 9 novembre 2014

Malacrescita
tratto dalla tragedia La Madre: ’i figlie so’ piezze ’i sfaccimma
con Mimmo Borrelli
musiche in scena Antonio della Ragione
oggetti di scena, elementi e spazio scenico Luigi Ferrigno
testi e regia Mimmo Borrelli
disegno luci Gennaro Di Colandrea
produzione Associazione Culturale Sciaveca
collaborazione al progetto Luigi Ferrigno, Placido Frisone, Enzo Pirozzi, Tobia Massa
si ringraziano Teatro Mercadante Stabile di Napoli, Eti-Teatri del Tempo Presente 2009, Primavera dei teatri di Castrovillari 2009, A.S.D “Il Centro”

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