In pensione anticipata. Se a 40 anni, esponi il titolo di direttore artistico (già critico cinematografico) ed evidentemente sei un casellante dal modus Prima Repubblica. Di quelli che nell’abitacolo in mezzo alle autostrade, prendono il posto di chi li precede. E sempre la stessa cosa fanno.

Mandiamoli in pensione i giovani già vecchi. Animati fino al midollo dal “dare voce a cosa voce non ha”, abbrutiti dai confini sempre più stretti e insormontabili a cui la gerontocrazia li costringe, e per questo incendiari e fieri… per poi peccare di goffaggine nel tentativo di mascherare la loro sudditanza al vecchio di turno, di cui sono i lacchè, rivelando l’incompetenza e l’ignoranza ipocrita dei servi. Nuovi pulcinella, o baldanzosi arlecchino. Cui almeno si riconosceva l’eleganza dei gesti da commedianti.

E alla dialettica, quindi, al dissenso articolato, alla polemica, sopperire con l’insulto. Quando, alla pari, vista la mole dell’interlocutore, si sarebbe al tappeto senza troppi sforzi. Messi al tappeto dalla verità. Schopenhauer insegna: l’insulto ragionato ad arte, sub-liminato a prassi. Per escogitare scappatoie e ridurre il confronto all’eliminazione violenta, dell’ostico e superiore avversario. La demagogia, di questi tempi, è testimonianza. Ad accorgersi dunque si è nell’apicale dell’era della menzogna, basta essere animati da un minimo di buon senso e di coscienza critica. Basta rovistare nelle pagine social e rendersi conto di quanto l’apparenza inganna.

L’idiozia ancora mi indigna. E mi sorprende. Per fortuna. O per ingenuità. Una fortuna anch’essa.

Così che mi indigno della tracotanza di un nuovo direttore artistico di questa nostra terra, che fa della cultura prostituta alla mercé dell’ammortizzazione sociale, quando con quello che scrivi non riesci a varcare nemmeno il cancello di casa.

Mi indigno e rispondo per le rime. A basso tono. Perché troppo si è abituati a vedere vanificate le ragioni quando per reazione, uguale e contraria, si pareggia all’insulto.

Mi indigno ma non troppo, misurando la bassezza dei concorrenti. Perché di beffa avrebbe il gusto, l’abbattimento all’idiozia.

Vengo invitato a un Festival che prossimamente ingrosserà le fila della Calabria festivaliera, filiera di introiti pubblici per bandi vinti con partecipazioni ipoteticamente farlocche. Dei bandi vinti per gli amici alla Regione. Dei bandi vinti da teatranti, cinefili, direttori artistici, addetti alla cultura, di cui fino a quel momento non si conoscevano le generalità (e per vincere bandi normalmente si deve comprovare un’attività valevole e cronicizzata, nel settore). Vengo invitato a un Festival in qualità di critico, a sostenere un incontro pubblico. Chiedo di essere retribuito. È il mio mestiere. Non è possibile. Ma mi rimborsano viaggio e alloggio. Almeno non ci rimetto. Però, i mezzi che mi portano in aeroporto, sono a mie spese. Una trentina di euro rimborsabili “quando arrivano i soldi della Regione”, e nella mail di invito, oltre a postillarmi in “N.B.: La preghiamo di non diffondere in nessun modo le informazioni sul Festival prima che la comunicazione del ns. ufficio stampa sia partita” (!), mi si propone: “Per quanto riguarda poi la parte prettamente giornalistica, saremmo lieti se potesse scrivere qualcosa sul nostro Festival, e magari sullo spettacolo, su …… o ……”.

Ecco. Sono il solito ingenuo e illuso che possa interessare davvero il mio operato quasi ventennale, dieci in ambito nazionale, di critica teatrale. Vogliono che ne faccia pubblicità! Quanto sciocco sono a pensare di avere stima, io, l’unico calabrese ad avere vinto il Premio Garrone (l’oscar della critica) a trent’anni – sì, un po’ di vanità è necessaria adesso – e uno dei pochi a stare con la schiena dritta. E litigare fino all’essere bandito (si fa per dire…) con i padroncini di turni del teatro calabro, per non averli lusingati o per essermi permesso di non passare per il loro regno, sulla strada del mio piccolo, piccolissimo riconoscimento pubblico. Ma questa è un’altra storia. Di cui dò e darò traccia…

Quello che importa, in questa pagina che oggi alla poesia lascia il posto alla verità amara (che poi non c’è molta differenza), è il finale della storia.

Il direttore artistico new age, alle mie riserve di cacciare anche solo un euro per lavorare – dovere spendere per LAVORARE (!) – mi accusa di “non sapere come funziona il mondo”. “Che il sistema è questo, e non è che si vuole favorire questo sistema, ma questo si fa per potere fare il nostro mestiere”. Non c’è bisogno di commento. “Che nemmeno Carlo Verdone mi ha chiesto il rimborso taxi…” (frase tipica che mal sottende: “ma tu a canusci a gente? Io sono l’amico di Carlo Verdone”).

Mi piacerebbe sapere quanto ha retribuito il signor Verdone per farlo scendere più giù la vecchia Terina. Di soldi pubblici. Soldi nostri. Per foraggiare interessi professionali personali, nel proporsi in cerca di future grazie. Come si portavano i capeccuaddhri ai baroni, per un posticino al figlio o alla moglie. L’usanza quella è, tipicamente nostrana… con i soldi pubblici però… dei contribuenti. Io ti pascio e ti civo, barone di turno, con i soldi della Regione. Qualcosa in cambio ce l’avrò.

Di queste modalità, quasi l’interezza dei Festival calabresi ne sono caratterizzati. Tentare di fare carriera con finanziamenti pubblici, spesi non per la comunità (come dovrebbe essere per statuto) ma investiti in strutture o eventi al fine di intessere rapporti professionali con esperti e veterani dei settori, a usanza di moneta di scambio. E maltrattare noi altri calabresi, poeti, critici, teatranti squattrinati e disonorati, a cui viene fatto brillare lo specchio delle allodole della “visibilità nazionale”, “del contatto con mostri sacri”. Peccato che a noi altri, senza moneta e odalische da far danzare, nemmeno ci cagano anche se gli baciamo le mani.

Come non pensare a Fellini. E al circo. O ancora prima, alle orge dei consoli romani organizzate dai lanisti: masse di carne indigena per soddisfare le voglie e il ludibrio dei potenti. Ad avere riconoscimenti e accrescere la posizione sociale, era solo il lanista.

I tempi, e gli idioti, non cambiano mai.

Lettera Aperta di Emilio Nigro, pubblicata anche su Il Meridione.

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