Ritratti d’autore

La provincia bolognese ospita molti gruppi teatrali che fanno un lavoro discreto e appartato, ma al tempo stesso prezioso e attento. Tra questi spazi, ho avuto il piacere di incontrare la compagnia Sementerie Artistiche di Manuela De Meo e Pietro Traldi, che gestisce l’omonimo spazio agri-culturale nella campagna di Crevalcore. Il complesso è definito dalla coppia di artisti un «villaggio delle arti» e dispone di una sala teatrale, di una foresteria e di spazi che ospitano residenze artistiche o spettacoli teatrali. Questi ultimi vengono allestiti soprattutto durante la stagione d’inverno Nebbie e quella d’estate Le Notti delle Sementerie.

Formatisi alla Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, De Meo e Traldi hanno svolto un’ininterrotta attività di studio-ricerca sia in Italia che all’estero. Decisiva per la loro crescita è stata la condivisione del percorso con l’artista argentino César Brie (2010-2014). Ciò ha portato a una stretta collaborazione con l’Argentina, sancendo il gemellaggio artistico con il Banfield Teatro Ensamble di Buenos Aires tramite il Progetto Nexo. Tra i risultati dello scambio italo-argentino, va menzionato il lavoro Labirinti del 2017, sostenuto dall’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e dalla Regione Emilia-Romagna.

Sensibile al tema ecologico e alla ricerca di una relazione autentica con il pubblico, che non è considerato un consumatore passivo di “prodotti poetici”, la compagnia Sementerie Artistiche è stata costretta a spostare le sue attività da remoto, al pari di molti altri gruppi artistici. Ne sono nate alcune proposte di formazione online e il podcast Vivere altrove. Storie di altri mondi, che raccoglie alcune favole inventate dai bambini in Italia da famiglie straniere, che la compagnia ha rielaborato e musicato conservando il loro spirito spontaneo e fantasioso. Il loro periodo di fermo non coincide dunque con una stagnazione creativa. Nei prossimi mesi, ad esempio, la compagnia ospiterà alcune residenze di danza all’interno della rete h(abita)t, preparerà gli appuntamenti del progetto Declinazioni che auspicabilmente avranno luogo da aprile 2021, lavorerà alla nuova produzione Il Viaggio del dott. Čechov, col debutto programmato nell’edizione 2021 de Le Notti delle Sementerie.
Il mio incontro con Sementerie Artistiche è avvenuto durante l’edizione 2020 de Le notti delle Sementerie (23 luglio – 22 agosto), in occasione dell’allestimento dello spettacolo Cammelli a Barbiana di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia (30 luglio). Si pubblica l’intervista che De Meo e Traldi hanno gentilmente rilasciato al sottoscritto. Ne discende il ritratto di un gruppo artistico originale che unisce il desiderio di socializzazione e di approfondimento poetico, il bisogno di incontro e di inseguimento di una visione estetica.

Come siete arrivati a fondare Sementerie Artistiche e cosa vi ha spinto ad andare a Crevalcore?
Manuela De Meo, Pietro Traldi: «La nascita delle Sementerie è avvenuta in modo improvviso e sconvolgente come un terremoto.
Diciamo così perché se non ci fosse stato il terremoto emiliano del 2012 non ci sarebbero nemmeno le Sementerie Artistiche così come le conosciamo.
In un certo senso fondare il centro culturale a Crevalcore non è stata una scelta ma una chiamata.
Negli anni precedenti alla fondazione delle Sementerie, lavoravamo entrambi [scil. De Meo e Traldi] in una compagnia con altri sei attori guidata da César Brie, con cui eravamo appena stati in tournée in Argentina.
È dall’esperienza in Argentina e dal lavoro con César Brie che è maturata la consapevolezza di volere uno spazio, una casa in cui sviluppare il nostro percorso di ricerca, ospitare altri artisti e creare un pubblico partecipe della vita artistica e sociale del teatro.
Il progetto, le attività, il percorso che sviluppiamo con Sementerie è stato ed è il frutto di un costante dialogo con il contesto agricolo dentro cui si trova lo spazio teatrale, con il territorio decentrato, con le nostre esigenze artistiche e naturalmente con le esigenze di sostenibilità del progetto.
La spinta sta senza dubbio nella necessità di sperimentare una relazione viva, poliedrica e stimolante con il pubblico; di avere uno spazio dove sviluppare la nostra libertà creativa; di far nascere un teatro dove prima non c’era generando in questo modo un luogo aperto, un riferimento per artisti e pubblico, un luogo di socialità e dialogo tra le persone».

Definite il vostro spazio un “villaggio delle arti”. Potete spiegare di cosa si tratta?
MDM, PT: «Il villaggio delle arti è una visione. Lo spazio aperto, naturale, ampio che abbiamo la fortuna di abitare può ospitare progetti di diversa natura, non solo legati al teatro. Fino ad oggi abbiamo organizzato rassegne, workshop e residenze artistiche, ma immaginiamo di creare sinergie anche al di fuori dell’ambito prettamente teatrale.
Un esempio in questo senso è la nostra collaborazione con il collettivo ArchitteturAgricoltura con cui progettiamo e costruiamo il Teatro di Paglia in occasione della rassegna estiva.
L’ambiente agricolo, il teatro “effimero” di paglia e l’esperienza legata alla “piccola” cucina che apriamo durante il festival, stimola nel pubblico una riflessione stratificata che riguarda non solo la fruizione dell’opera in sé ma anche la relazione con il paesaggio, la scelta ecologica nell’utilizzo dei materiali e dei prodotti, il senso di comunità. Proprio questa ci sembra infatti la funzione della nostra proposta culturale: stimolare una riflessione articolata dell’individuo in relazione a una società complessa».

Vorrei chiedervi qualcosa di più a proposito del vostro periodo argentino. Cosa avete ricavato da questa esperienza che poi avete applicato in Italia? E viceversa, cosa avete portato voi di specifico dall’Italia all’Argentina?
MDM, PT: «L’incontro con il modo di fare teatro in Argentina è stato per noi un’ispirazione fondamentale.
Prima di tutto abbiamo avuto esperienza di un “teatro popolare” nella sua forma più nobile. Il pubblico non si è mai allontanato dal teatro: è un’esperienza condivisa trasversalmente all’interno della società. L’offerta è molto ampia sia a livello di generi che di spazi. Il teatro si fa ovunque: dalla stanza di una casa, a un magazzino, in un garage o in un seminterrato fino ai grandi teatri di Calle Corrientes.
Il pubblico rispecchia l’eterogeneità degli spazi ed è numeroso e partecipe.
Esiste un sito internet molto efficace che permette di sapere rapidamente che spettacoli sono programmati, dove e quando: il fine settimana solo a Buenos Aires si può scegliere tra più di 300 spettacoli diversi programmati a ogni ora del giorno.
Abbiamo conosciuto anche molti artisti che sono stati fonte di grande ispirazione.
L’entusiasmo e la disponibilità con cui ci si mette a disposizione perché un teatro esista, perché uno spettacolo prenda vita, sono contagiose.
Siamo tornati con la convinzione che anche l’impresa più straordinaria fosse possibile grazie alla volontà e all’attivazione delle persone.
Quello che ci sentiamo di avere portato là è stato il nostro metodo di lavoro artistico, che definiremmo più “formale” nella padronanza delle tecniche espressive legate alla scena. Noi, invece, abbiamo imparato l’arte dell’improvvisazione, dell’andare in scena anche in condizioni difficili e riuscire comunque a non perdersi, del buttarsi senza paura».

Nel vostro spazio organizzate due stagioni teatrali: una invernale (Nebbia), una estiva (Le Notti delle Sementerie). Che criteri applicate nella selezione degli spettacoli? Inoltre, avete un’idea di teatro unitaria che tiene insieme tutte queste proposte così diverse?
MDM, PT: «Quando si inizia a fare teatro in un posto dove il teatro prima non c’era, è importantissimo lavorare per attivare il pubblico: è un’opera di seduzione e di sincerità.
Noi esseri umani abbiamo la fortuna, nonostante spesso le apparenze suggeriscano il contrario, di essere animali sensibili alla bellezza: la sappiamo riconoscere e sappiamo goderne istintivamente. Possiamo esserne più o meno consapevoli, e crediamo che la nostra funzione di artisti sia proprio quella di alimentare questa consapevolezza. È un meccanismo simile alla propagazione di un incendio, basta essere vicini per esserne coinvolti.
Per noi ogni serata in cui apriamo le porte del teatro agli spettatori è una conquista, un’occasione da non sprecare: per questo scegliamo di programmare solo spettacoli che abbiamo visto e che ci hanno fatto “risuonare”. Non importa il genere, il linguaggio, il tema, la novità: per noi è fondamentale riconoscere una scintilla, perché possa accendere a sua volta il fuoco negli spettatori».

Poco fa avete menzionato che un tema che vi sta a cuore – in termini sia artistici che organizzativi – è quello ecologico, complice anche lo spazio agri-culturale in cui operate. Potreste raccontare come questa tematica influenza il vostro lavoro e se/come questo è cambiato, a seguito dell’emergenza sanitaria?
MDM, PT: «Pensiamo che in questo momento sia un tema fondamentale con cui fare i conti, a livello di pensiero, di organizzazione della società, di visione politica.
Non può essere escluso dalla nostra azione.
Quando iniziamo la creazione di un nuovo spettacolo ci chiediamo: quale è la nostra urgenza nel raccontare questa storia?
In qualità di direttori del centro culturale sappiamo che il tema ecologico, il rapporto con l’ambiente inteso sia come natura che come sistema umano, è al centro della nostra azione.
Siamo convinti che sia fondamentale che l’arte si faccia portatrice di stimoli che possano diventare azioni concrete nella vita di tutti i giorni.
Le scelte che operiamo nella gestione dello spazio, nella forma di comunicazione e nel tipo di eventi che organizziamo crediamo possano essere di esempio e stimolo.
Durante l’emergenza sanitaria, come tutti abbiamo aumentato drasticamente le nostre attività online perdendo molta forza di relazione.
Una piccola conseguenza positiva della più diffusa confidenza con la comunicazione virtuale è stata quella di evitare di stampare il materiale promozionale delle attività, e speriamo che questa modalità possa diventare consuetudine anche in futuro.
In questi mesi di sospensione, abbiamo finito le prove di una nuova produzione: Il Viaggio del dott. Čechov, ispirato al viaggio di Anton Čechov verso l’isola di Sachalin. In questo spettacolo abbiamo indagato il suo sguardo sulla realtà. Il centro della riflessione verte sulla responsabilità individuale all’interno della società e la tematica climatica emerge in modo molto chiaro».

In ultimo, una domanda di poetica. Pensate che il teatro sia un’arte codificabile in leggi e regole, o una pratica sempre da re-inventare? Quali fini animano in ogni caso la vostra personale ricerca teatrale?
MDM, PT: «Il teatro è un’arte che si crea a partire da uno spazio vuoto.
Nell’immensità del vuoto ci sono infinite possibilità.
Sicuramente ci sono linguaggi che possono essere studiati, tecniche che si possono apprendere e percorsi di creazione da emulare; ma la possibilità di imbattersi in un processo ancora sconosciuto, che spesso nasce dall’impossibilità di poter “risolvere” una creazione in modo razionale, è uno stimolo e una paura che fanno parte della natura stessa di questa arte.
Per noi il teatro è la possibilità di immergersi in una dimensione del “reale” alla quale si può accedere solamente attraverso il vuoto di uno spazio scenico e dalla quale è possibile riflettere la realtà attraverso la forma scenica di uno spettacolo che permette di condividere questa esperienza con il pubblico.
Crediamo fortemente nella necessità di un teatro accessibile e che, spesso attraverso l’ironia, veicoli un’impressione della realtà inaspettata».

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