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Maratona di New York

Maratona di New York, articolo di "Riccardo Calandra Scialacomo" su Persinsala Teatro
mercoledì , 20 giugno 2018
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Maratona di New York
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Sul palcoscenico del Teatro Argot Studio Edoardo Purgatori e Marcello Paesano analizzano la vita di un uomo e la sua conclusione. Uno scenario autunnale, foglie secche per terra e rami scarni sopra le teste degli attori, lo spettacolo si apre con un uomo steso sul suolo, privo di sensi al centro di questo ambiente, mentre …

Nell’attimo della morte corre l’ultimo istante della vita

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Sul palcoscenico del Teatro Argot Studio Edoardo Purgatori e Marcello Paesano analizzano la vita di un uomo e la sua conclusione.

Uno scenario autunnale, foglie secche per terra e rami scarni sopra le teste degli attori, lo spettacolo si apre con un uomo steso sul suolo, privo di sensi al centro di questo ambiente, mentre un secondo personaggio a fatica lo rialza, gli dice di chiudere la macchina che poco più in là era stata parcheggiata in curva e lo incita a correre. I due si conoscono, anzi sono amici di lunga data e si ritrovano ogni settimana in un parco per allenarsi per la maratona che di lì a un anno si sarebbe svolta a New York.

Durante la corsa emergono le caratteristiche dei due personaggi, Mario mostra la sua poca voglia di correre con movimenti goffi e asincroni, i suoi piedi si alzano a fatica dal terreno, la sua voce è strozzata e il respiro affannoso diventa pretesto continuo per fermarsi e riposarsi. Al contrario Steve enfatizza la sua determinazione nella corsa e la sua volontà di andare avanti, oltre i suoi limiti, con una compostezza del fisico mai troppo stanco per interrompere il suo allenamento. Inizialmente lo spettacolo mostra senza variazioni i due protagonisti che corrono, Mario sempre un po’ più indietro rispetto a Steve; in questa scena si diramano i dialoghi che vertono spesso sul passato di Mario e sul perché questi due uomini siano diventati amici.

La scena cambia quando i due superano un ponte che avrebbe dovuto rappresentare la fine della corsa e il ritorno a casa, Mario si mostra palesemente preoccupato, non essendosi mai spinto oltre e incita l’amico a tornare indietro non ottenendone però l’assenso. L’ambiente intorno comincia a farsi sempre più cupo e spettrale agli occhi di Mario che sembra però sentirsi sempre più leggero, la fatica lo abbandona e lo distanzia da Steve rimanendo solo, a questo punto comincia a preoccuparsi, si agita, e i suoi ricordi sembrano contorcersi nella mente costringendolo a chiedere all’amico cosa fosse successo prima dell’inizio della corsa.

Steve, sorprendentemente, gli dà una risposta, come un fantasma, che quel giorno non è mai andato a correre con lui ma è restato a casa a vedere la partita di calcio. Mario allora si ferma e, riferendosi a un discorso fatto in precedenza con Steve sulla leggenda dell’ateniese Filippide ,che percorse un tragitto di 40 km da Maratona ad Atene per portare il messaggio della vittoria sui Persiani, chiede disperato quale messaggio dovrebbe portare lui, chiudendo così lo spettacolo.

La rappresentazione si mostra inizialmente come una monotona serie di racconti privi di una reale connessione se non per il fatto di vertere sulla vita di Mario, i discorsi sono semplici e colloquiali ben riproducendo lo stile leggero di una conversazione tra amici. Si parla infatti di donne, di calcio e dell’infanzia dei protagonisti. Questa ripetitività trova però un senso alla fine dello spettacolo quando lo spettatore comincia a realizzare che ciò che ha visto è stata una visione di Mario prima della morte causata da un incidente d’auto. Il protagonista dunque ripercorre con l’amico tutta la sua esistenza ricordando momenti importanti della propria vita.

Per tutta la prima parte della rappresentazione Mario ansima e fatica per raggiungere Steve senza mai riuscirci, simbolo di una vita sofferta e pesante passata a essere sempre in ritardo, sempre alle spalle di qualcuno, un eterno sentore di inadeguatezza e inettitudine. Il ponte, passato dai due protagonisti, appare come la soglia verso il regno dei morti, soglia oltre la quale Mario non sente più dolore ma solo leggerezza come se la sua anima, ormai divisa dal corpo, continuasse a correre verso la fine della vita. La frase finale del personaggio «che messaggio devo portare io?» è forse la parte più significativa dell’intero spettacolo. Un attimo prima di morire l’intera esistenza del personaggio scorre davanti ai suoi occhi e con un ultimo appello chiede quale sia stato lo scopo di tutta la sua vita, a quale fine sia servito il suo vivere e qual sia il messaggio che riassume il suo essere. Una terribile domanda alla quale è difficile dare risposta certa e definitiva, forse una risposta non esiste ma di certo l’uomo non smetterà mai di dare un senso alle sue azioni perché cercarne il significato vuol dire sentirsi vivi.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Argot Studio

Via Natale del Grande 27 Trastevere Roma
Dal 6 all’8 dicembre 2016
Da martedì a sabato alle ore 20:30 e la domenica alle ore 17:30

Maratona di New York
di Edoardo Erba
regia di Maurizio Pepe
con Edoardo Purgatori e Marcello Paesano

4,00

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