Ritratti d’Autore

Tre giorni di happening, con spettacoli, laboratori, restituzioni all’esterno e incontri internazionali: il collettivo Pandora, all’anagrafe Marcello Savi (Traattori), Mauro Simolo (B-Teatro), Enzo Zammuto (B-Teatro), Paolo Puleo (B-Teatro) e Martina Pavone (responsabile di ImproWOW), ci racconta il complesso e audace mondo dell’improvvisazione.

Iniziamo facendovi conoscere, per formazione, interessi e attività, ai nostri lettori, probabilmente più avvezzi ai nomi del teatro drammaturgico che a quello dell’improvvisazione.
Collettivo Pandora: «Pandora Improv Festival è organizzato dal Pandora Collective, un collettivo di improvvisatori teatrali con una direzione artistica e una serie di responsabili dei diversi settori produttivi del Festival.
Alla base di tutto c’è una rete di associazioni teatrali che contribuisce al festival con la propria presenza e il proprio apporto creativo.
La direzione artistica è composta da cinque artisti di Torino, Piacenza e… Istanbul! Siamo partiti con la creatività di B-Teatro Improv di Torino e la logistica dei Traattori di Piacenza. Oggi siamo semplicemente Marcello, Martina, Paolo, Enzo e Mauro.
La nostra formazione si fonda nel terreno comune dell’improvvisazione teatrale, ma ognuno di noi ha un percorso personale che va dalla produzione cinematografica, al canto, alla clownerie, al musical, al teatro di prosa, al cabaret.
Ci rispecchiamo in alcuni valori comuni e nell’ambizione di fare qualcosa che non c’è. Ambizione intesa come azione che parte dal sogno e prova a realizzarlo».

Nello specifico, il recente ingresso di Martina Pavone nello staff di Pandora è motivato anche dalla presenza del progetto di ImproWOW. Di cosa si tratta, come nasce, con quali obiettivi e strategie di portarlo avanti? Qual è la situazione di genere all’interno del mondo dell’improvvisazione?
Martina Pavone: «ImproWOW è un gruppo di lavoro per l’inclusione nell’improvvisazione teatrale italiana e internazionale, formatosi in Italia nella seconda metà del 2017 grazie alla produzione del Pandora Improv Festival.

Inclusione è Equità, Empowerment, Rispetto per le diversità, Coinvolgimento e Crescita attiva. Il lavoro è focalizzato, in questa fase iniziale, sul panorama dell’improvvisazione femminile comprendendo la didattica, gli allenamenti, gli spettacoli, le attività condotte nelle scuole, compagnie e diversi gruppi. ImproWOW spera che questo focus, impegnativo e articolato, sia il primo passo per una totale inclusione di chiunque avverta il disagio della diversità e della differenza, nel panorama internazionale dell’improvvisazione. Il nostro progetto spera di offrire a più persone l’opportunità di essere coinvolte in una piccola concreta positività. In particolare cosa possiamo fare per assicurarci che le nostre compagnie e le nostre classi garantiscano pari opportunità ? Dobbiamo rispettare la diversità e il multifattoriale. Siamo narratori, quindi abbiamo il privilegio di raccontare storie sul palco. Tutte le storie, nessuna esclusa.

L’improvvisazione ci rende dei buoni ascoltatori, il nostro lavoro è basato sull’accettazione e su come far risplendere i nostri partner, quindi possiamo dare un ottimo esempio cercando di creare una reazione a catena. Dobbiamo dare una spinta, deliberata e intenzionale, per diventare più diversificati ed inclusivi perché crediamo che una comunità diversificata di artisti sia essenziale per uno storytelling artistico e significativo.Vogliamo evitare stereotipi e ruoli di genere. Vogliamo esplorare più libertà sul palco quando si parla di status e personaggi, indipendentemente dal sesso del performer.

In questo momento stiamo raccogliendo dati, a livello nazionale ed internazionale che elaboreremo e poi pubblicheremo. Allo stesso tempo stiamo girando i Festival per organizzare focus group sull’argomento, forniamo consulenza a scuole e compagnie e corsi di formazione per insegnanti. C’è molto lavoro da fare, ma crediamo fermamente che il potere dell’improvvisazione avrà un impatto molto positivo anche sulla società e così facciamo la nostra parte per rendere il nostro mondo più inclusivo, aperto al diverso e più rispettoso».

Si è soliti associare l’improvvisazione alla risata, ma la dimensione comica è davvero l’unica forma espressiva del vostro mondo? Oppure esistono motivazioni che la rendono privilegiata, ma non esclusiva?
CP: «Il teatro d’improvvisazione nella maggior parte dei casi è un teatro leggero, in un certo senso pop. Il motivo sta nel processo di creazione di una scena improvvisata.
Nel momento in cui si improvvisa con qualcuno ci si basa su uno scambio di fiducia reciproco e di complicità con il pubblico, ma si tratta pur sempre di un gruppo di estranei che si mette in gioco con le proprie personalità e i propri punti deboli. Se è già molto complesso mettersi a nudo in un contesto che non ha appigli, lo diventa molto di più se gli argomenti trattati sono più complessi.
Per questo motivo determinate scene drammatiche necessitano un livello di fiducia fra gli attori molto più approfondito o di contesti in un certo qual modo protetti.
Inoltre, dal punto di vista del pubblico, alcune tematiche richiedono una elevata profondità nella costruzione di un personaggio, viceversa si rischia di risultare banali o peggio fuori luogo, ma spesso in una improvvisazione non si ha il tempo per costruire la complessità di uno Iago. Ciò non toglie che anno dopo anno ci siano più produzioni di improvvisazione teatrale che usano altre forme espressive toccando temi diversi, drammatici o addirittura politico-sociali».

Come definite l’improvvisazione e come la mettete in relazione alla (eventuale o meno) necessità dell’artista di avere una solida preparazione alle spalle (non per forza accademica, ma comunque di studi ed esperienza) per evitare di cadere nella continua ripetizione dell’esistente e, di conseguenza, di rinnovarsi e dare un contributo al rinnovamento delle arti?
CP: «Beh, è una domanda che richiede una risposta piuttosto complessa.
Cominciamo con un concetto a noi molto caro: non esiste una definizione di improvvisazione teatrale, ma ne esistono diverse e ognuna di queste sottintende una filosofia teatrale e spesso di vita.
Se facessimo un parallelismo con le arti marziali, potremmo dire che tutte le arti marziali ricercano lo sviluppo del potenziale umano attraverso l’atto fisico, ma ogni disciplina lo fa attraverso un sistema differente.
Così nel teatro d’improvvisazione si raccontano storie e si mettono in scena emozioni, ma vi sono diverse scuole e tecniche per farlo.
C’è chi lavora sulla fusione degli attori nella scena, attraverso l’annullamento dell’ego e della proposta personale, chi preferisce l’esplosione dell’atto creativo indipendentemente dal come questo avvenga, chi ancora necessita di un continuo riscontro del pubblico.
In tutti i casi la ricerca e lo sviluppo dell’improvvisatore sono fondamentali. Si ricerca nell’ambito delle arti performative, della scrittura creativa, del canto, della musica, della danza, del cabaret, della stand up comedy, persino dello zen.
Ogni ambito umano è fonte di ispirazione e ogni strumento in più è un tesoro da conservare nella propria cassetta degli attrezzi.
Per quanto riguarda la probabilità di ripetersi bisogna considerare che un improvvisatore contempla prima di tutto la possibilità del fallimento.
Solo attraverso una totale e continua presa di coscienza e di responsabilità nei confronti del rischio si evita di cadere nei cliché: la strada da prendere è sempre quella più rischiosa. Se sai che c’è una grossa probabilità che facendo una determinata scelta le cose possano andare molto male, allora quella è la scelta da prendere. E inoltre il fatto di non portare in scena delle proprie idee prefabbricate ma lasciarsi andare alla creazione spontanea nei qui e nell’ora del gruppo, con i tempi, le emozioni, e le dinamiche unici solo e solamente di quel momento, rende difficile la ripetizione».

Quanto è vera l’idea che sia lo stesso movimento dell’improvvisazione a percepire se stesso di livello inferiore rispetto a un ipotetico standard imposto dall’uso del testo? In quest’ottica, quanto è importante, se non proprio indispensabile, lavorare in termini di consapevolezza della propria arte (anche attraverso eventi come quelli offerti alla cittadinanza di Pontenure con cui per la prima volta nella sua storia Pandora è uscita fuori dai proprio confortevoli confini di raduno e incontro per soli improvvisatori e improvvisatrici)?
CP: «Partiamo da un dato numerico: il 99% degli improvvisatori in Italia lo fa per hobby.
Ci si iscrive ad un corso di improvvisazione teatrale per avere uno svago settimanale, per conoscere persone, divertirsi. Poi ci si appassiona e molto spesso il matrimonio dura per molti anni, ma sempre a livello amatoriale. Il che da un lato è bellissimo: quante persone possono affermare di avere avuto una passione per 10, 20 anni?
D’altra parte questo dato dichiara in maniera inequivocabile la prospettiva e l’ambito nel quale si muove la scena improvvisativa italiana.
In realtà si tratta della stessa proporzione che esiste nel teatro di prosa, ma con cifre diverse; sicché se nel teatro di prosa possiamo contare cento attori professionisti nell’improvvisazione teatrale ne contiamo cinque.
Tuttavia il movimento cresce molto in fretta e anche qui i numeri sono importanti per capirne l’espansione: 15 anni fa si contavano in tutta Italia circa 300 improvvisatori teatrali, oggi credo che ci si attesti intorno ai 4000. Ogni anno nascono gruppi nuovi, scuole, cartelloni dedicati all’improvvisazione in diversi teatri.
In questo senso la nostra scelta è abbastanza naturale: facciamo una cosa che ci piace un sacco e che diverte tutti quelli che la vedono, tanto vale cercare di farla vedere al maggior numero di persone possibile. Solo diffondendo l’arte dell’improvvisazione si aumenta il confronto e di conseguenza la qualità».

Dopo sette edizioni, qual è il bilancio di Pandora e quali le prospettive?
CP: «Quando iniziammo volevamo semplicemente ritrovarci con un po’ di compagnie del nord Italia e passare due giorni fra laboratori e feste.
Poi i partecipanti sono cresciuti di anno in anno e le cose si sono trasformate in maniera tutto sommato organica. Non abbiamo mai tirato la corda in un senso e non abbiamo mai cercato di fare il salto più lungo delle nostre possibilità, ma in ogni edizione abbiamo aggiunto un pezzetto, abbiamo imparato qualcosa di nuovo.
Quest’anno grazie al contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e alla collaborazione con il Comune di Pontenure il raduno è diventato un Festival vero e proprio. Il bilancio è stato molto positivo sia per il riscontro avuto dalla cittadinanza, sia per la risonanza internazionale nel circuito dei festival europei.
Abbiamo investito molto per avere degli insegnanti di fama mondiale e per cercare di migliorare l’aspetto logistico.
La squadra si sta ingrandendo e non può che crescere con l’espansione del Festival.
Nei prossimi anni ci piacerebbe che Pandora proponesse un intero spettro di arti improvvisate, non solo nel teatro, ma anche nella danza, nella musica e chissà in quanti ambiti che ancora non conosciamo.
Allo stesso tempo il nome di Pandora sarà veicolo per l’organizzazione di eventi cittadini, laboratori itineranti, incontri, progetti e ricerche.
Abbiamo molte idee, anche troppe, e stiamo valutando i prossimi passi.
Di una cosa siamo certi. Chiunque guiderà Pandora anche quando l’attuale direzione artistica avrà passato il testimone, lo dovrà fare sempre nel nome dell’inclusione, dello scambio senza pregiudizio, della ricerca e dell’amore.
In fondo siamo degli hippies del teatro».

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