Ritratti d’autore

In occasione dell’uscita di Comedians, di Gabriele Salvatores, abbiamo incontrato uno dei protagonisti del film, Marco Bonadei, che il 7 luglio debutterà anche al Teatro Elfo Puccini di Milano con lo spettacolo Nel Guscio. L’attore ci ha raccontato i suoi progetti e molto altro in questa interessante intervista, in cui emerge l’amore per il suo lavoro e per la sua compagna Chiara Ameglio.

Volendo descrivere se stesso, come lo farebbe Marco Bonadei?
Marco Bonadei: «Marco Bonadei è una persona che ama l’arte in tutte le sue forme. Mi piace immaginare, costruire, generare cose, mettere insieme le persone e, senza presunzione, direi che amo plasmare la materia, avendo una formazione artistica, in particolare scultorea. Nel tempo libero lavoro la creta, il gesso, i materiali e quindi anche i personaggi sulla scena e di fronte alla telecamera, modello me stesso. Essenzialmente sono un iperattivo al quale non appartiene un unico linguaggio.
A scuola ero abbastanza bizzarro, creavo molti problemi in classe, ma le parole di un’insegnante, dopo uno spettacolino, mi sono rimaste impresse: aveva notato che c’era del talento in quel ragazzino della periferia di Genova, inoltre ho avuto dei genitori che mi hanno sempre spinto a seguire questa mia passione.
Credo che ognuno di noi abbia la sua strada e che non ci sia un modello unico da seguire, spesso sfugge questo punto di vista perché siamo formattati su un altro modo di pensare, che è quello che la società ci vuole raccontare ed è pericolosissimo per quella agognata felicità di cui tanto si parla. La felicità per me è riuscire a stare al meglio con se stessi, nel proprio mondo, nella propria esistenza, nelle proprie difficoltà, sofferenze e gioie.
Ho scoperto nel teatro un modo per essere apprezzato e pian piano è diventata una passione che ho portato avanti. Ho fatto la scuola del Teatro Stabile di Torino, dopo due anni di provini sono stato preso, è entrato il magico mondo del Teatro Elfo di Milano, che mi ha accolto nel 2010 e con cui porto avanti una collaborazione che si fa sempre più stretta. Milano è diventata la mia casa e proprio questa città mi ha dato l’opportunità di incontrare Gabriele Salvatores, con cui ho girato Comedians».

A proposito di Gabriele Salvatore, dal 10 giugno la vedremo recitare al cinema in Comedians, accanto ad altri importanti attori. Cosa ci può raccontare del film e soprattutto com’è stato lavorare con un regista premio Oscar?
M. B.: «Salvatores è un Maestro, un regista che ha ben chiaro in mente come sarà il film che deve girare, ma al tempo stesso è completamente aperto alle proposte degli attori, alla creatività dei collaboratori, si lascia stupire lui stesso. Questa comunione tra prestabilito e “qui e ora” è stimolante. Mi ha visto recitare in scena e ha pensato a me per il ruolo di Sam Verona. Ci siamo sentiti ed è nato Comedians, questo lavoro che ha permesso alla produzione di ripartire con un film in un tempo così difficile, essendo stato girato tutto in interni, un po’ alla Carnage di Polanski. Racconta la storia di sei disperati scappati di casa, che cercano, attraverso un corso serale, di diventare dei comici, avendo la maggior parte di loro bisogno di emanciparsi, di fare uno scatto dalla propria condizione sociale, sperando di entrare nel mondo televisivo. La cosa bella di questo lavoro è che, noi attori, avendo lavorato chiusi all’interno di una grande bolla sia lavorativa, sia reale, senza contatti esterni, per due mesi e mezzo a causa del Covid, siamo diventati un vero gruppo. Il film inizia raccontando l’ultimo giorno di questo corso serale e aver avuto l’opportunità di stare tutto quel tempo insieme e quindi di frequentarci continuamente, ci ha permesso di rendere vero quel rapporto che si respira tra i personaggi, cosa impensabile in altre situazioni».

Che messaggio vuole dare oggi un film di questo tipo?
M. B.: «Il film si pone una domanda che oggi riguarda tanti: la comicità come si può fare? Si può ridere di tutto? E non dà una risposta. Ogni personaggio ha la sua, c’è anche chi una risposta non ce l’ha e, come tutte le grandi operazioni artistiche, pone la domanda al pubblico, dà una spinta a crescere, a non rimanere sulle proprie convinzioni».

Lei ce l’ha la risposta a questa domanda?
M. B.: «Io non temo il politicamente scorretto, però è evidente che non si può mai prescindere del tutto, sia dalla cultura nella quale si è immersi, che genera aspettative, pregiudizi, sia dal contesto sociale. È molto più facile accettare delle battute antisemite da un comico ebreo, così come è più facile accettare delle battute sullo stupro da un comico donna. Ci sono casi in cui il comico riesce a non essere sgradevole o tacciato di antisemitismo o omofobia, ma sono pochi i casi in cui il comico stesso non appartiene a una delle categorie sopracitate. È questo un momento storico in cui categorie “sottovalutate” pretendono ascolto e c’è anche un’attenzione maggiore».

Sul set di Comedians è nata un’amicizia con Ale e Franz, che l’ha portata a collaborare prendendo parte a una puntata del loro programma Fuori tema, andato in onda su rai 2, in seconda serata, fino a qualche settimana fa. Cosa ci racconta in merito?
M. B.: «Ale e Franz sono una grande scuola di comicità. Il loro è stato un esperimento televisivo inedito realizzato dal Teatro la Cucina, all’interno dell’ex Refettorio dell’Ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Non è così facile incontrare dei professionisti nell’ambiente e loro sono una sorpresa continua, amano giocare, si divertono, ti danno lo spazio per esprimerti e giocare appunto. Non sono per nulla gelosi del loro angolo. È stata una grande esperienza veramente».

Nel film di Salvatores inoltre ha lavorato con un suo amico, con cui collabora da anni, Vincenzo Zampa, col quale nel 2021 ha fondato la compagnia teatrale La variante umana, insieme ad Aureliano Delisi, Alessandro Frigerio. Ci spiega meglio questo progetto?
M. B.: «Esattamente. Con Vincenzo siamo al terzo lavoro, ma stiamo programmando altri progetti con diversi enti sul territorio. Col gruppo de La variante umana – nome scelto non a caso visto il periodo – ci stiamo prendendo il tempo per lavorare, per sperimentare, per andare nella direzione che più ci interessa, e soprattutto per mischiare i linguaggi, affinché emerga la nostra forma espressiva di teatro nell’ibridare questi linguaggi, con tempi di produzione che non sono quelli standard. Prepariamo spettacoli in venti, trenta giorni, che è una follia perché se ti rendi conto di aver sbagliato una strada non hai il tempo di recuperare e in arte c’è bisogno del tempo, anche per tornare indietro, per lasciar sedimentare le cose».

Questa compagnia teatrale l’ha fondata anche con la sua compagna Chiara Ameglio, come vi siete conosciuti? Riuscite a conciliare amore e lavoro?
M. B.: «Ci siamo conosciuti durante una produzione in scena, e ora sono più di sei anni che siamo insieme e che collaboriamo. Lei mi ha coinvolto in un suo progetto che fa parte di una trilogia, quest’anno vedrà la luce un secondo spettacolo sulla mostruosità dell’essere umano, sul nostro lato più oscuro, che spesso rifuggiamo in un angolino facendo finta che non esiste. Nell’accettazione di quella parte, invece, si potrebbero trovare tante soluzioni.
Le differenze di competenze, ma la vicinanza nel lavoro è abbastanza equilibrata, lei è una danzatrice contemporanea, performer, che oggi si avvicina parecchio alla prosa, all’arte recitativa, per cui riusciamo a farci crescere».

Nel suo variegato curriculum spicca anche un format molto interessante, il Menù della poesia, di cosa si tratta nello specifico?
M. B.: «Il Menù della poesia è un progetto nato del 2010, dopo l’affermazione di Tremonti “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia“. Nacque una sfida in cui dimostrare che con la cultura si mangia. Partimmo con un esperimento folle in cui un gruppo di attori vestiti da maître di sala, si presentavano in situazioni conviviali in ristoranti, serate evento e presentavano menù contenenti brani poetici. L’ospite poteva ordinare brani – come fa tutt’ora negli eventi in replica – che venivano recitati in forma diretta, a tu per tu a un tavolino o all’orecchio di una persona. Il progetto è evoluto e coinvolge diversi ambiti. Nel periodo Covid ci sono state ad esempio le poesie al telefono e attraverso i miei soci, che ora continuano a portare avanti il tutto, abbiamo fatto una bellissima raccolta fondi per l’Ospedale di Bergamo».

Il 7 luglio, invece, debutta sempre all’Elfo con lo spettacolo Nel Guscio. Ci dà delle anticipazioni?
M. B.: «Sia io sia la regista Cristina Crippa, siamo rimasti affascinati da questo romanzo di Ian McEwan, che uscì in libreria quattro anni fa. Lo avevamo scoperto senza parlarcene e poi quest’anno confrontandoci abbiamo pensato alla riduzione del romanzo, già scritto in prima persona, ma comunque da ridurre. Arduo compito perché scontrarsi con la riduzione di un giallo è complesso: significa mantenere tutti gli elementi del crimine, per far arrivare il pubblico al momento giusto a far scoprire le cose, senza perdere il contenuto. Ora abbiamo chiuso la produzione e aspettiamo luglio per debuttare. All’autore, dopo aver riletto l’Amleto di Shakespeare, è venuto in mente di scrivere una sua versione. Nasce così la storia di questo feto, che fluttuava libero nel grembo della madre e che ora sente le voci. Già coltissimo, un po’ snob, ha udito sua madre Trudy e lo zio Claude progettare un omicidio. Il dilemma del feto quindi è “Come impedire tutto ciò?”, ma soprattutto “Impedire tutto ciò porterà a una condizione migliore per me oppure no?”. La struttura scenografica permette veramente tanto, il codice viene dato all’inizio dello spettacolo. All’inizio sono chiuso dentro un vero e proprio feto, ci siamo imbattuti successivamente in delle amache da yoga molto interessanti e poi abbiamo iniziato a giocare. Inizialmente recito dentro un bozzolo, nudo, a testa giù. Veramente molto impegnativo. Intorno a me poi ho un intero cast vocale con cui interagisco».

E nel cassetto, viste le tante idee nate quest’anno, ha dell’altro?
M. B.: «Il prossimo anno debutteremo al Teatro dell’Elfo con un progetto meraviglioso in coproduzione con Torino, Moby Dick alla prova, una riscrittura di Orson Welles per il teatro, per la prima volta in Italia. Un lavoro veramente interessante su l’idea di leader, sull’idea di branco, che al cinema non riuscì a realizzare».

Lo spettacolo andrà in scena:
Teatro Elfo Puccini – Sala Fassbinder
corso Buenos Aires, 33 – Milano
dal 7 al 23 luglio 2021

Nel Guscio
di Ian McEwan
regia Cristina Crippa
con Marco Bonadei
scene e costumi Roberta Monopoli luci Michele Ceglia suono Luca De Marinis
voci registrate di: Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Enzo Curcurù, Alice Redini, Vincenzo Zampa
produzione Teatro dell’Elfo
ufficio stampa Alessia Ecora

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