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Marco Brinzi, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Marco Brinzi, di cui abbiamo recentemente ammirato l’eclettismo nelle due differenti performance al Festival Inequilibrio di Castiglioncello, La grande passeggiata e Scene di Woyzeck, risponde alle domande di Persinsala. Un’intervista alla scoperta di un giovane attore (classe ’82) con tutte le carte in regola (si è diplomato presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano diretta da Luca Ronconi) e che – attualmente impegnato sul set cinematografico di Operazione Lombardia, lungometraggio di Fulvio Bernasconi – sarà tra pochi giorni in scena con Kanterstrasse/Muro di Ciro Masella a Collinarea, kermesse di musica e teatro che si svolgerà nelle colline pisane tra Lari, Crespina e Ponsacco fino al 28 luglio.

Lei è un attore di cinema, tv e teatro: di queste tre forme di spettacolo, quale la rappresenta meglio?
Marco Brinzi: «Il teatro, perché è il “mondo” dal quale provengo e in cui credo maggiormente sia come formazione attorale sia come arte. Oltre al fatto che apprezzo il contatto diretto con il pubblico».

Ritiene che, per un giovane attore, sia preferibile specilizzarsi da subito, per poi allargare i propri orizzonti, o, al contrario, sia opportuno tenersi più strade aperte e, nel caso, scegliere successivamente?
MP: «Un attore, anche se giovane, merita di essere definito tale indipendentemente dal mezzo che ha scelto per esprimersi. Penso che non ci si debba mettere nella condizioni di essere classificati, tanto più se si è giovani. Al contrario, è importante accrescere il proprio bagaglio artistico, quasi si avesse a che fare con una tavolozza di colori. Rimango dell’idea che ognuno debba seguire il proprio percorso artistico, ascoltandosi. Ogni percorso è diverso, essendo strettamente legato alla vita dell’individuo».

L’abbiamo recentemente vista al Festival Inequilibrio in due diversi spettacoli. Cosa pensa e quali sono state le sue sensazioni nell’aver preso parte a progetti tanto differenti tra loro?
MP: «Erano due spettacoli ovviamente diversi, dato che possedevamo due stilemi drammaturgici molto differenti tra loro – sebbene provenienti dallo stesso “cantiere”, ovvero il Laboratorio Toscana di Federico Tiezzi. Per il primo, La grande passeggiata, la sensazione provata è stata che, nel portare in scena un testo in versi di un drammaturgo talentuoso quale è Fabrizio Sinisi, avessimo una sorta di piccola “missione” da compiere: in altre parole, era un po’ come suggerire al pubblico, soprattutto quello dei festival – composto in prevalenza da gente di teatro – di accorgersi dei nuovi scrittori “teatrali”. Per Scene di Woyzech, che è al contrario un lavoro corale, portare in scena lo studio svolto in questi due anni di laboratorio sul testo e avere un responso mediamente positivo è stata un’emozione proprio in quanto gruppo di giovani attori».

Per quanto riguarda il lavoro portato avanti con il Teatro Laboratorio della Toscana, ci interesserebbe conoscere la sua opinione sull’approccio recitativo, ma anche “drammaturgico”, scelto. Ad esempio, alcune scene di Woyzeck sembravano inedite rispetto al testo buchneriano.
MP: «Premetto, a discapito del lavoro, che, a mio parere, lo spettacolo ha perso – nel suo lungo percorso di studio – quell’energia iniziale che si sentiva due anni fa. Questo è del tutto naturale, succede anche ai migliori spettacoli. Ad esempio, dopo 120 repliche del Così è se vi pare di Castri, avevamo difficoltà a far rivivere la situazione e la resa risultava meccanica, quindi morta. Nel caso di Scene di Woyzech, dal punto di vista della recitazione, facevamo delle proposte a Federico Tiezzi, e ci interrogavamo su come raccontare una vicenda che non segue un vero filo narrativo, mancando nel testo di Buchner scene complete. Il risultato è uno spettacolo ricco di citazioni registiche, segni visivi molto forti che ricorrono nel teatro di poesia di Federico».

Ci racconta la sua esperienza (personale e professionale) sul set di una produzione importante quale Operazione Lombardia?
MP: «Come descriverla? Mi hanno chiamato per un ruolo da protagonista. Dovevo avere l’accento italo-svizzero, quindi ho studiato la storia della Svizzera per capire in quale mondo sarei stato catapultato: una bella sfida. Nel complesso, direi che è stata un’esperienza molto valida, soprattutto perché ho sentito la responsabilità di una truoupe e un regista che credevano nel mio lavoro. Di conseguenza, ho dato voce e corpo anche al lavoro degli altri – o almeno il mio intento è stato questo. La precisione “svizzera” sul set è stata implacabile. Mi alzavo alle 7.00 ogni mattina per essere al trucco per le 7.30 e se sgarravo di due minuti – perché da buon italiano mi assaporavo il caffè mattutino – venivo bollato come fannullone (ovviamente scherzo). La produzione e l’intero cast sono stati magnifici, sia umanamente sia artisticamente. Sento di essere cresciuto molto, lavorando con un mezzo, il cinema, col quale avevo avuto poco a che fare fino a quel momento».

Con chi le piacerebbe lavorare?
MP: «Tantissimi, troppi. Istintivamente nominerei tre registi che credono molto nel lavoro con gli attori: Peter Stein, Arianne Muckine e Oskaras Korsunovas. Tre registi distanti tra loro ma legati dal modo di rendere sempre “vivo” il fare teatro. Per quanto riguarda i colleghi attori, vorrei interpretare una scena con Bruno Ganz (per rimanere in Svizzera). Amo gli attori: ad esempio, vedere Danio Manfredini a Santarcangelo è stato qualcosa di sublime».

Nato e cresciuto a Lucca, dove vive tutt’oggi, si trova spesso a lavorare “fuori sede”: qual è il suo rapporto “artistico” con una città che vive soprattutto di grandi eventi dalla ribalta internazionale (es. i Comics o il Summer Festival), ma che sembra far fatica a valorizzare i propri talenti?
MP: «Questa è una domanda frequente. In realtà, osservando bene, mi pare che rispetto a qualche hanno fa le cose siano migliorate nella “città dell’arborato cerchio” per i giovani talenti nostrani. Dimitri Galli Rohl, ad esempio, è un regista teatrale giovane che il Comune ha premiato quale cittadino illustre. Mi sembra ci sia, quindi, un’attenzione maggiore verso i talenti artistici. Personalmente sono amareggiato quando ho difficoltà a trovare interlocutori sul territorio che mi concedano anche solo cinque minuti del loro prezioso tempo per presentargli un piccolo progetto. Ma si sa: nessuno è profeta in patria. Quindi cerco altrove e sono felice».

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