Ritratti d’autore

A pochi giorni dal debutto de l’Inferno, al Ravenna Festival, dove andrà in scena dal 25 maggio al 3 luglio, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari raccontano il loro nuovo progetto che li vedrà protagonisti fino al 2021. Accanto a loro, centinaia di cittadini ravennati, che daranno voce e corpo all’umanità ritratta da Dante nella sua Commedia. Il primo passo sarà condurre gli spettatori dalla selva oscura a riveder le stelle. Nel 2019, sarà la volta del Purgatorio e, a settecento anni dalla morte del poeta fiorentino in quel di Ravenna, l’intera città si trasformerà nel palcoscenico del Paradiso dantesco. Perché, come afferma lo stesso Martinelli: «I classici ci svelano a noi stessi. I classici ci tendono le braccia per tornare a vivere tra i viventi. Quanta bellezza nelle tracce lasciate da quei morti!». E i classici, la loro riscoperta come strumento per imparare a vivere, sono anche alla base della non-scuola, quell’esperienza che Martinelli porta avanti da venticinque anni, coinvolgendo centinaia di adolescenti: «Cerco il punto di “messa in vita”, che precede e dà direzione e senso alla “messa in scena”. Non mi interessa creare nuovi attori, mi interessa far scoprire a tutti i ragazzi il potere esplosivo, liberante, della pratica scenica». E questa costanza, questa coerenza che il Teatro delle Albe dimostra dal lontano ‘83, ha un fine che Ermanna Montanari indica con icastica levità: «Si semina, e come i contadini sanno da millenni, si spera che ci sarà un raccolto».

Etica ed estetica. Nel suo decalogo, Farsi Luogo, l’accento si pone su una concezione politica e di vita che si riflette nel vostro lavoro. Come si porta avanti una tale posizione?
Marco Martinelli: «Come ci riuscivano i ribelli e gli artisti che ci hanno preceduto. Che hanno vissuto in società schiaviste e oppressive, non tanto migliori della nostra, eppure hanno testimoniato con la loro arte che il desiderio di felicità e giustizia non si compra né si smercia. Che nessun tiranno può cancellarla dalla faccia della terra. Riguardo al quotidiano, i grandi sogni richiedono una pazienza tenace e instancabile».

Lei ha affermato che se gli uomini e le donne di teatro vogliono cambiare l’attuale sistema dovrebbero riunirsi e cercare di discuterne. Ma crede davvero in una possibile riforma?
M. M.: «Anch’io faccio fatica a dedicare tempo a riflettere a fondo e discutere e organizzare me e i colleghi su queste pur importanti questioni. Sono, siamo, impegnati a fare bene, giorno e notte, il nostro lavoro: è quello che la società ci richiede, no? È quella la nostra “missione”, no? Credo che una buona politica culturale dovrebbe saper chiedere pareri e informazioni “utili” ai registi e agli attori, non costringere gli stessi a fare loro “politica culturale”. Dove lo possiamo trovare il tempo? Non eleggiamo i deputati, non c’è un Parlamento? Un buon Ministro della Cultura dovrebbe, credo, invitare nella capitale il miglior teatro italiano, due giorni di convegno, ma convegno vero, e ascoltare veramente e non per finta, il parere dei teatranti: ci andremmo tutti, e di corsa. E poi via, il resto dell’anno a iniettare forza e senso e energia nell’arte della scena».

Passiamo alla sua esperienza con la non-scuola. Sono molti i teatri, i registi e i coreografi che usano non professionisti nei loro lavori. Un modo, anche, per portare a teatro persone che altrimenti non vi andrebbero ma che sono cooptati grazie a quello che definirei l’effetto recita scolastica. Da quali presupposti si muove la non-scuola?

M. M.: «La non-scuola è partita fin dall’inizio, venticinque anni fa, da altri presupposti: la felicità dell’adolescente, la felicità del teatro. L’eresia della felicità, direbbe Majakovskij, in una società che la usa solo come slogan pubblicitario. Da Ravenna a Scampia fino a Chicago e al Senegal, abbiamo sperimentato come le “tecniche” del teatro siano capaci di dare forma e linguaggio scenici a bisogni profondi dell’adolescente».

Come procede lei, praticamente, con i ragazzi della non-scuola quando affronta un testo?
M. M.: «Cerco il punto di “messa in vita”, che precede e dà direzione e senso alla “messa in scena”. Non mi interessa creare nuovi attori, mi interessa far scoprire a tutti i ragazzi il potere esplosivo, liberante, della pratica scenica. Poi è inevitabile che tra quelle centinaia che con noi vivono il teatro come un rito di iniziazione (vincere timidezze e paure, affrontare gli sguardi degli altri, tirare fuori quel che solitamente ci si nasconde “dentro”), ve ne siano alcuni che si “ammalano” e che faranno poi del teatro il proprio mestiere, la propria vita».

Il teatro, all’università, è stato per decenni relegato allo studio del testo. Mentre, nelle scuole di altro ordinamento e grado, è stato ridotto alla recita di fine anno. Secondo lei perché è utile per chiunque fare teatro?

M. M.: «Perché i classici sono sempre vivi. Perché un testo di Aristofane o di Melville, ancora racconta ai viventi di oggi le paure e i desideri più profondi. Quelli che ci muovono nella giornata. Quelli che sono più noi di noi. I classici ci svelano a noi stessi. I classici ci tendono le braccia per tornare a vivere tra i viventi. Quanta bellezza nelle tracce lasciate da quei morti! Quanta bellezza che ci serve nell’arte più difficile tra le difficili: vivere. Stare con dignità in questo mondo, in questo “passaggio”. Affrontare il Mistero a occhi aperti».

Ho letto che ciascuno spettatore de L’Inferno sarà Dante e, come tale, sarà accompagnato dal proprio Virgilio. Nella pratica, questo significa che lo spettacolo sarà per uno spettatore alla volta?

Ermanna Montanari: «Non è proprio così. Io e Marco saremo la coppia alchemica, maschile e femminile, che guiderà gli ottanta spettatori ogni sera, i quali come Dante faranno il loro viaggio dall’inferno al paradiso. Lo faranno con le loro gambe, come Dante “autore” fa fare al Dante “personaggio”, girone dopo girone, bolgia dopo bolgia. La Commedia è il poema del cammino, l’endecasillabo ha il ritmo dei nostri piedi di pellegrini. Ogni spettatore sarà in un certo senso Dante, mentre io e Marco saremo la sua duplice guida, Virgilio e Beatrice insieme. In fondo questo ci dice il poema: che non ci si salva da soli. Che in fondo all’abisso, se vogliamo uscirne fuori, è meglio andarci insieme».

Leggo che ne L’Inferno avete coinvolto circa quattrocento persone. Agiranno tutte insieme o ricopriranno gli stessi ruoli in giornate diverse, data la lunga tenuta?
M. M.: «Intanto, siamo arrivati a quasi settecento. Essendo cittadini con vari mestieri e impegni, non potranno garantire la presenza tutte le sere: contiamo di averne almeno, in media, duecentocinquanta a serata. Ognuno di loro sarà impegnato in uno o più cori, e come i nostri attori sarà tenuto a rispettare con disciplina il segmento di lavoro preparato insieme».

Quando vi confrontate con le persone che desiderano prendere parte al vostro lavoro, cercate di inserirle in passaggi che avevate già strutturato o, al contrario, partite dall’apporto che ognuno può dare per costruirvi intorno il ruolo?
E. M.: Si parte sempre da un’idea, una concezione inizialmente strutturata, ma guai a pensarla rigidamente! Occorre essere attenti a tutte le suggestioni che ci possono dare le persone e le situazioni, disponibili a cambiare se la vita si rivelerà più interessante delle nostre idee, e al tempo stesso pronti a non farci travolgere da tutto quel che accade e che le persone in buona fede vengono a dirci. Anche perché, lavorando con centinaia di partecipanti, può accadere che ti si venga a dire tutto e il contrario di tutto. Chi ha la responsabilità della regia, deve saper guidare, e al tempo stesso lasciarsi guidare. Com’è possibile? Non ci sono ricette. È un ben strano paradosso, ma accade. “Mestiere” è parola assonante con “mistero”».

Perché avete sentito l’esigenza di inserire brani di altri autori (Pier Paolo Pasolini, Simone Weil, Ezra Pound) nel testo del vostro Inferno?

M. M.: «Perché avevamo l’esigenza di mettere in cortocircuito tra loro testi di epoche differenti, di autori che pur separati da Dante da secoli, sono mossi dalla stessa fame di giustizia, di Bellezza. Sette secoli ci dividono dal “sacro poema”, e siamo tanto cambiati sotto certi aspetti, ma sotto quelli che contano davvero siamo sempre gli stessi: siamo sempre dentro la “selva oscura”, ancora ci muove il desiderio di non affogarci, là in mezzo, di cercare Luce». Il coro pre-tragico come partecipazione e compartecipazione della comunità al rito laico del teatro.

Cosa sperate accadrà da un’esperienza che si protrarrà fino al 2021 coinvolgendo centinaia di persone?
E. M.: «Si semina, e come i contadini sanno da millenni, si spera che ci sarà un raccolto».

Foto di Cesare Fabbri

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