La coscienza di essere eretico

Da Fedra a Elettra: Ad Arte chiude la propria terza edizione con la più eretica delle tragedie greche.

Gemella diversa di Antigone, l’Elettra di Hugo Von Hofmannsthal fu un’originale ricontestualizzazione del mito sofocleo. Non siamo più nella soave culla greca che stava dando i natali alla civiltà occidentale (il cui atto di nascita venne sancito proprio dall’intervento di Atena nelle vicende che coinvolsero il fratello Oreste), ma in un luogo di meschinità e risentimento che potrebbe essere ovunque.

Attorno al tavolo, circondati tra quattro servili domestici, sul fare del tramonto, Egisto e Clitennestra gozzovigliano come due ingordi miserabili. Il re che ha ucciso Agamennone, usurpandone il trono, è un idiota che racconta barzellette, un uomo ridicolo nel vestirsi di un’armatura troppo grande per lui, mentre Clitennestra, che ne asseconda le voglie con isteriche risate e occhi spenti, è una donna sottomessa al proprio tiranno.

Chiuso l’incipit, inedito rispetto al testo di Hofmannsthal, la rielaborazione della tragedia firmata da Giuliano Scarpinato può entrare nel vivo. Elettra è una giovane ragazza umiliata dalla stessa servitù di palazzo, «vive senza vita», cinge a sé un cappotto militare incapace di coprirle il corpo martoriato da anni di privazioni e tormenti (auto)inflitti. Crisotemide, la piccola e pavida sorella che antepone la speranza del futuro all’urgenza del presente (la vendetta), vorrebbe fuggire per essere felice, «io sono una donna e voglio un destino da donna». Essere genitrice, però, per Elettra significherebbe essere come la propria, un misto di atroce maternità e corrotta femminilità ed è per questo che – della madre – ne infesta i sogni apparendo come fantasma per accusarla dell’assassinio di Agamennone.

La vera bestia è lei, la regina Clitennestra e non Elettra che pure vive da «cagna selvatica» a custodia della memoria del padre. Ne rimembra continuamente la sorte, macerando nell’odio e per l’odio, vittima che aspira consapevolmente a diventare carnefice. Elettra, segnata con lividi ed ematomi, glaciale nella sua solitudine, se ama solo strumentalmente Crisotemide, l’angelo candido che vorrebbe semplicemente essere donna e madre, libera e lontana da quel posto di perdizione, odia spudoratamente una Clitennestra ormai ridottasi a rottame umano, malata controfigura dello straordinario mito greco.

Il ritorno dell’amato fratello, la realizzazione dell’unico sogno in grado di mantenerle il cuore pulsante non saranno per Elettra fonte di alcuna pacificazione, tutt’altro. Cessato l’odio che fino ad allora l’aveva letteralmente alimentata, la vedremo cadere di schianto, dinemandosi e stramazzando a terra, con Oreste che si cinge il capo della corona. Fu davvero lieto fine, quello di chi si ribella e uccide i propri genitori, sembra interrogarci Hofmannsthal?

Scarpinato mantiene innanzitutto la centralità dell’analisi psicologica, le influenze freudiane e le potenti suggestioni shakespeariane introdotte dalla quella rilettura, così confermando la ferocia eretica di una protagonista che, nella sua strenua resistenza all’oblio e audace rivendicazione dell’odio, esprime al pari di Antigone la più dilaniante metafora dell’opposizione del singolo alla massa (che vorrebbe ridurlo al gregge) e del popolo (silente e ragionevole, dunque mansueto) ai potenti.

All’interno di certo disordine scenografico, complicando nell’essenzialità di un atto unico la contestualizzazione dei vari avvenimenti interni ed esterni, Scarpinato mostra di sapere ben gestire gli spazi del meraviglioso Teatro alla Greca di Calcata per dare modo alla sua compagnia (nata «dall’incontro di un gruppo di attori diplomati alla scuola del Teatro Stabile di Torino», dunque naturalmente affiatata) di tenere alto il ritmo delle dinamiche sceniche. Ed è in questo favorevole contesto drammaturgico che emerge l’assoluto protagonismo del sangue: Giulia Rupi, nonostante l’ingessatura posturale ne abbia inficiato la tenuta drammatica e il delirio finale sia da rivedere, è un’Elettra tutta nervi e occhi sbarrati, ostinatamente dedita all’azione, arsa dal desiderio di matricidio, simbolo di una vita tragica che non potrà essere che preparatio mortis. Elena Aimone è un’eccellente Clitennestra, patetica senza se e senza ma, rassegnata compagna del grottesco Egisto di Lorenzo Bartoli, mentre Eleonora Tata una struggente Crisotemide, dolcissimo alter ego della spigolosa sorella.

Accanto alle luci, la regia attiva di Scarpinato non è però stata esente da ombre, in particolare per la banale e stereotipata connotazione estetica delle psicologie dei personaggi (Elettra nei panni di un’isterica rivoluzionaria, Crisotemide in quelli di un’inetta bigotta vestita del bianco candido delle spose, Clitennestra in quelli di una stupida drogata) e la scelta di diluire gravemente la complessità delle tematiche originarie (introspezione psicoanalitica, profondità antropologica e critica politica) in un allestimento monocorde e già eccessivo nella composizione sovrastrutturale. Confuso nei costumi, ridondante e stucchevole nelle musiche, disomogeneo nell’impostazione attorale, focalizzato semplicisticamente sulla dimensione generazionale per annunciare l’inevitabile scacco di una gioventù troppo fragile e inadeguata rispetto alle responsabilità cui sarebbe chiamata ad assolvere, la creatura di Scarpinato sembra allora mancare gran parte l’audacia di Hofmannsthal, mantenendone tuttavia (e purtroppo) salda l’impostazione reazionaria e normativa, compensando in negativo lo splendido livello emotivo della narrazione.

Uno spettacolo, dunque, solo in parte da applausi per questa ultima giornata di festival, apertasi nel pomeriggio con Maria Assunta Locarmine un «monologo per voce e chitarra» di Paola Francesca Iozzi e con Savino Ventura alla chitarra, tradizionalissimo e breve esempio di «narrazione teatrale che parla di ecologia, di impegno personale e di cambiamenti». Una storia purtroppo di banale malvagità umana, di «territori minacciati della devastazione ambientale», un monito da cui «nessuno di noi può dirsi esente dal prendere coscienza».

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Ad Arte – Teatrocinefestival
Piazzetta di Porta Segreta

Calcata Vecchia
17 luglio, ore 18:00

Maria Assunta Locarmine
monologo per voce e chitarra
testo e voce Paola Francesca Iozzi
musiche dal vivo Savino Ventura

Teatro alla Greca
zona Capomandro, Calcata
17 luglio, ore 20:30

Collettivo Cave Canem presenta
Elettra
di Hugo Von Hofmannsthal
regia ed elaborazione drammaturgica Giuliano Scarpinato
con (in o.a.)
Elena Aimone – Clitemnestra
Anna Charlotte Barbera – Una serva
Lorenzo Bartoli – Egisto
Claudia Benassi – Una serva
Elio D’Alessandro – Aio di Oreste
Francesca Maria – La guardiana
Raffaele Musella – Oreste
Giulia Rupi – Elettra
Daniele Sala – Un servo
Eleonora Tata – Crisotemide
musiche Elio D’Alessandro
assistente ai movimenti Daniele Sala
costumi Dora Argento
luci Gabriele Gugliara
produzione Associazione Città Teatro in collaborazione con Collettivo Cavecanem

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