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Attrice e doppiatrice, ma anche counselor e arte teatro-terapeuta: a margine del Festival X-Actor, Mariagiovanna Rosati Hansen ci parla del sacro fuoco dell’arte che entro le rugge.

Non grandi nomi internazionali, magari da botteghino, ma riconosciuti professionisti locali di altre realtà europee: cosa significa questo per Roma, metropoli con il vizietto del provincialismo?
Mariagiovanna Rosati Hansen: « Il fatto di non avere grandi nomi è, di fatto, la grande sfida di questo progetto. È un’occasione per dare la possibilità a compagnie meno conosciute (anche se gli artisti provenienti dagli altri Paesi europei sono, di fatto, molto conosciuti in patria) di farsi scoprire ed eventualmente girare all’interno della rete con i loro spettacoli, oltre che di allargare le loro competenze artistiche e abbattere i pregiudizi.
La città di Roma, a mio avviso, dovrebbe accogliere con più generosità e partecipazione questo genere di iniziative proprio per fugare il vizietto del provincialismo e conquistare finalmente il diritto di essere ritenuta Capitale della Cultura e dell’Arte così come avviene nei Paesi europei che partecipano a questo festival».

Qual è la storia del Festival Teatrale Europeo, ormai giunto alla sua dodicesima edizione? Le istituzioni sono presenti? Come riuscite a finanziare il progetto?
MRH:
«Nel tempo e durante questi dodici anni i Paesi coinvolti sono diventati dodici da quattro che erano all’inizio. Tengo a dire che non abbiamo mai avuto alcun aiuto economico o altro da nessuna istituzione, mai. La cosa sconcertante è che quest’anno abbiamo partecipato a un bando del Comune di Roma e uno dei requisiti richiesti – che definirei surreale – l’avere già avuto sovvenzioni per almeno 4 anni. Come si dice a Napoli, cornuti e mazziati? Insomma oltre al danno la beffa. Da sempre tutte le nostre iniziative sono sovvenzionate dalla generosa partecipazione dei soci stessi».

Quali sono le procedure attraverso le quali selezionate le compagnie e preparate il programma? C’è spazio anche per la formazione e masterclass?
MRH: «Il Bando di partecipazione al festival si trova sul sito www.festivalteatraleeuropeo.com e/o www.istitutoteatraleuropeo.it
Ogni anno, durante il Festival si tengono workshop con la conduzione dei Direttori delle compagnie ospiti. Quest’anno sono stati tenuti da Frank Radug sul Corpo in azione, Nicoletta Vicentini sulla commedia dell’arte, Patrick Pawlak con La voce in scena».

Uno spettacolo in tedesco e uno in polacco hanno riempito le sale dell’Abarico. Un’improvvisa ondata di pubblico poliglotta in grado di comprendere rappresentazioni senza sovratitoli o cosa?
MRH: «Questo festival di teatro europeo che nasce nel 2005 ha come obiettivo quello di divulgare il concetto di multilinguismo come ricchezza tutta europea da approfondire e divulgare. Per questo non vengono proiettati sottotitoli, in modo da permettere a chiunque di verificare come nel teatro non esistano barriere linguistiche
Il multilinguismo è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea sin dall’inizio del processo di integrazione. La coesistenza armoniosa di molte lingue è un simbolo forte dell’aspirazione dell’Unione a essere unita nella diversità, uno dei fondamenti del progetto europeo.
Le lingue definiscono le identità personali, ma fanno anche parte di un patrimonio comune. Possono servire da ponte verso altre persone e dare accesso ad altri paesi e culture promuovendo la comprensione reciproca. Una politica di multilinguismo positiva può migliorare le opportunità nella vita dei cittadini: può aumentarne l’occupabilità, facilitare l’accesso a servizi e diritti e accrescere la solidarietà, grazie a un maggior dialogo interculturale e una migliore coesione sociale. Vista con questo spirito, la diversità linguistica può diventare una risorsa preziosa, soprattutto nel mondo globalizzato di oggi».

Il bilancio di questa edizione, cosa vi rende particolarmente fieri e una anticipazione sul prossimo anno.
MRH: «
Siamo appena all’inizio della stagione teatrale 2016/17, e abbiamo appena concluso la XII rassegna teatrale europea, da quest’anno Festival X-Actor, e il mio pensiero va agli attori e alle attrici che, su questo nostro palcoscenico che abbiamo voluto chiamare lo spazio oltre la scena, hanno portato la loro fatica e la loro passione questa volta dall’Italia, dalla Polonia, dalla Germania e in passato anche dall’Inghilterra, Scozia, dalla Russia, Francia, Spagna, perfino dall’Algeria. Tutti noi, alla fine di questa meravigliosa avventura, ci siamo chiesti: gli artisti cosa devono ancora sopportare per poter lavorare facendo teatro? Intendo in tutta Europa, ma particolarmente in Italia, dove siamo veramente l’ultima ruota del carro (di Tespi).
L’anno teatrale che si para davanti a noi sembra essere la fotocopia di quello passato, è sempre la solita storia: ricorsi contro decreti insulsi, bandi in ritardo, finanziamenti che non arrivano mai.
Francamente sono veramente preoccupata da ciò che ci riserverà il futuro, ma anche ripagata dalla soddisfazione che vedo negli occhi dei giovani artisti che si sono avvicendati sul nostro palcoscenico dell’ABᾹRICO, per la coraggiosa creatività che ho visto in scena, per la loro resilienza alimentata soltanto da una fede, una passione assoluta.
Mi chiedo allora: fino a che punto attrici, attori, tecnici, registi, drammaturghi (e tutti i teatranti motivati da questa passione) continueranno ad accettare compromessi pur di andare in scena? Che cosa ancora vorranno chiederci o pretendere, i politici, gli amministratori, gli enti pubblici ufficialmente preposti alla salvaguardia della cultura? Forse per loro non è Cultura ciò che facciamo?
Noi teatranti abbiamo già rinunciato, pur di andare in scena, alle tutele sindacali, alla gravidanza, a una vita privata, perfino a una pensione dignitosa. Abbiamo spesso rinunciato a paghe decenti per non parlare dei periodi di prova retribuiti.
Tutto ciò che facciamo è per soddisfare la nostra passione, perché francamente la verità è una sola: non sappiamo vivere senza fare teatro.
Ma si può fare un festival, un cartellone, senza pagare o sottopagando gli attori che gli danno vita? Non sembra un po’ troppo chiedere tutto questo a degli artisti? Tanto più quando alcuni tra noi (pochi, pochissimi) al contrario vivono benissimo, aiutati da tutte le istituzioni solo perché hanno un nome e non è detto che farebbero ciò che fanno se non guadagnassero ciò che invece riescono a guadagnare.
Mi chiedo come sia possibile tutta questo, questa discrepanza tra attori ricchi e attori poveri?
Noi viviamo, o meglio sopravviviamo, solo perché il nostro Pubblico ci segue con amore e fedeltà e in ogni caso stiamo già programmando il prossimo anno, Il XIII festival Teatrale Europeo si terrà dal 22 al 27 febbraio 2018 con la partecipazione dell’Inghilterra, della Svizzera, della Germania e della Polonia e di altri Paesi che ci hanno chiesto di poter partecipare anche con spettacoli in cui, ovviamente, vedremo gli attori recitare insieme ognuno nella propria lingua (già abbiamo realizzato con grande successo questa esperienza con La notte di Helver ovvero Noc Helvera in italiano e polacco nel 2014)».

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