Ritratti d’Autore

Immagino la sede degli uffici della Pinacoteca di Brera, in via Fiori Oscuri, come un pezzetto di storia della Vecchia Milano incastonato tra opere d’arte di valore inestimabile: un ufficio funzionale e ampio dove, alle spalle della vice-direttrice, le trifore illuminano una scrivania di mogano, stampe pregiate e un morbido tappeto. Questa la fantasia che, come tale, è decisamente frutto di una fervida e ingenua immaginazione.

La realtà è che la dottoressa Olivari mi accoglie al secondo piano di uno stabile non certo all’altezza di essere la sede di una delle massime istituzioni del nostro Paese: linoleum rosso consunto, pareti a pannelli macchiate, una fotocopiatrice che non ha funzionato per settimane, luci al neon e angusti sgabuzzini dove è difficile lavorare perché non c’è spazio nemmeno per girarsi. Eppure la vice-direttrice di Brera è sorridente, innamorata del suo lavoro, e se si lamenta è perché il progetto della Grande Brera «è valutato al di sopra delle nostre teste e viene discusso in sedi politiche dove non siamo invitati a partecipare», ha la sensazione: «che si sia deciso di abbandonarci e di fare un’operazione di smantellamento di cui non riusciamo a vedere il futuro» ma, nonostante tutto, crede ancora che i giovani debbano «studiare quello per cui si sentono portati, che li interessa e li entusiasma».

Si è fatto un gran parlare delle infiltrazioni di umidità che avrebbero minacciato lo Sposalizio della Vergine di Raffaello. Si è risolto il problema?
Mariolina Olivari: «Il realtà il fatto è accaduto nel mese di giugno e non so come né con quali motivazioni sia stato divulgato alla stampa ad agosto inoltrato, quando in realtà il problema si era risolto in poche ore. Nell’immediato era stato fatto tutto quanto necessario: staccare prontamente il quadro, che non aveva riportato danni, e posizionarlo su un pannello. Ciò che preoccupa, al contrario – e che i media non hanno sottolineato – è quello che si dovrebbe fare per la manutenzione ordinaria di Brera. L’incidente, del resto, era avvenuto per una congiuntura sfortunata: più giorni di temporali con scrosci forti d’acqua che il tubo – essendo vecchio – non è riuscito a convogliare, tanto da scoppiare e provocare una perdita che però non ha assolutamente danneggiato l’opera. Il vero cruccio è che i numerosi tagli al Ministero dei Beni Culturali – che non sono iniziati da quest’anno, ma che si trascinano da tempo – impediscono una manutenzione continua dei palazzi che ospitano i musei».

Si discute da tempo della realizzazione della Grande Brera. Cosa ne pensa e a che punto è il progetto?
M. O.: «Nonostante la mia posizione, onestamente non so rispondere. Il progetto è valutato al di sopra delle nostre teste, viene discusso in sedi politiche dove noi non siamo invitati a partecipare. Le notizie, quindi, le apprendiamo dai mezzi di informazione, come qualsiasi altro cittadino».

Nemmeno la nuova giunta comunale vi ha interpellati?
M. O.: «So che era in programma in questi giorni una riunione, però non siamo stati invitati e non sappiamo neppure chi siederà al tavolo per discutere il progetto. I problemi sono gravi e hanno diverse ramificazioni: Brera è attualmente sovraccarica di istituzioni mentre, poco più in là, lo Stato possiede un altro palazzo del quale era iniziata la ristrutturazione e che dovrebbe entrare a far parte del circuito Grande Brera, così da raddoppiare l’area museale, dotare l’Accademia di locali funzionali e decorosi, e noi che lavoriamo alla Pinacoteca e alla Soprintendenza di uffici decenti».

Nella Sala X della Pinacoteca sono ospitati quadri importanti della donazione Jesi. Come mai questa sistemazione così poco fruibile?
M. O.: «La Sala X è in realtà il Corridoio Albini, proprio perché precedentemente aveva un allestimento predisposto da Albini negli anni 50 e, naturalmente, essendo un vano lungo e piuttosto stretto non è facile da occupare. In un museo che avesse i giusti spazi dovrebbe fungere da corridoio con un’unica parete di fondo, sulla quale si posizionano poche opere, e non essere moltiplicato da una serie di siparietti, che rendono lo spazio difficile da gestire e da custodire. Purtroppo la nostra mancanza di sale penalizza soprattutto l’Ottocento e il Novecento, tanto che il secolo scorso è stipato nel Corridoio Albini, mentre l’Ottocento è attualmente disperso: abbiamo solo una sala e mezza a disposizione, con una selezione rigidissima che sacrifica tanti capolavori».

Ultimamente si sono fatti tentativi di mostre che contrappongono opere della permanente con altre di autori contemporanei, come Burri e Fontana a Brera. Cosa pensa di questo genere di iniziative?
M. O: «Ci interesserebbe continuare su questa linea. Burri e Fontana a Brera in particolare nasce da un accordo tra la nostra soprintendente (Sandrina Bandera, n.d.g.), che è anche il direttore del museo, e le Fondazioni Fontana e Burri – che possiedono splendidi corpi di opere appartenenti ai due artisti. Abbiamo trovato interessante mettere in contatto l’arte contemporanea con l’antica per capire se esistono fili di continuità, riprese di ritmi, colori, forme – che sono tra i principi basilari dell’arte, soprattutto italiana. Anche qui, il nostro programma di mostre, per quanto si tenti disperatamente di portarlo avanti, è penalizzato perché non abbiamo spazi vuoti dove allestirle, ma dobbiamo usare delle sale del museo e io, personalmente, sono avversa a questa scelta perché le sale museali devono rimanere tali. Benvenuta, quindi, una mostra come Burri e Fontana a Brera perché colloquia con le opere già esposte, ma le mostre che obbligano a smontare delle sale per inserire quadri estranei al museo trovo siano negative e creino problemi non di poco conto perché bisogna sapere che noi, ad esempio, non abbiamo locali ad hoc dove aprire e chiudere le casse, dove fare il controllo dello stato di conservazione o dei tarli – spesso presenti in opere che viaggiano molto e che non dovrebbero entrare in un museo per salvaguardare naturalmente gli altri quadri».

Le mostre hanno un buon riscontro di pubblico?
M. O: «Purtroppo l’unica mostra che ha registrato un’ottima affluenza è stata quella sul Caravaggio, che abbiamo allestito nel 2009 perché alla gente – è assurdo dirlo ma è quanto abbiamo constato – interessa vedere solo quello che già conosce. Il nome noto trascina. Non a caso, il titolo della mostra viene scelto per attrarre: Caravaggio, quindi, ma anche Michelangelo oppure Leonardo».

Crolla la Domus dei Gladiatori a Pompei, siti come Velia o l’area archeologica di Siracusa sono infestati di erbacce e sterpaglie, quasi fossero abbandonati a se stessi: cosa sta succedendo in Italia?
M. O.: «La nostra sensazione è questa: ci sembra che si sia deciso di abbandonarci e di fare un’operazione di smantellamento di cui non riusciamo a vedere il futuro perché è giusto pensare che il privato possa sopperire a molte mancanze dello Stato ma non può sostituirlo. In questo momento poi il privato ha le stesse difficoltà, se non peggiori. Anche perché la cultura non rende in termini economici, nel senso che la manutenzione di un museo comporta spese quotidiane – come la luce, l’acqua per gli impianti di climatizzazione, le pulizie, la sicurezza – che nessuno potrebbe mai pensare di affrontare per un semplice ritorno di immagine».

Le soprintendenze hanno i mezzi per controllare le opere poste sotto la loro tutela?
M. O: «Noi non siamo solo un museo ma anche una soprintendenza e abbiamo nove province della Lombardia della cui tutela dovremmo occuparci. Purtroppo le difficoltà per andare in missione sono molte. Quando sono arrivata a Brera, agli inizi degli anni 80, c’erano pochi funzionari e due vetture con autista. Quindi, a turno potevamo utilizzarle e raggiungere tutti i presidi, anche i più sperduti. Adesso purtroppo l’uso dei mezzi propri è subordinato a una Circolare della Corte dei Conti che ci permette di usarli soltanto se riusciamo a dimostrare che l’auto costa meno dei trasporti pubblici. Ma avendo sotto il nostro controllo territori anche molto periferici, come le valli lombarde, riuscire a raggiungere alcuni luoghi e ritornare a Milano è effettivamente impossibile. A volte, c’è solo una corsa di pullman al giorno, che però parte da Como, da Bergamo o da un’altra provincia – che dobbiamo aver raggiunto nel frattempo. Gli orari spesso non coincidono e questo può comportare che, per fare un sopralluogo di un’ora, si perda l’intera giornata lavorativa e si arrivi a casa a sera tarda. La funzione di controllo sta venendo meno perché la logistica è stata abbandonata, mentre ogni missione implica l’accumulo di ore di straordinario che lo Stato da anni non paga. Molti di noi – io compresa – hanno centinaia di ore di straordinario da recuperare. Se non fosse per la coscienza con la quale portiamo avanti il nostro lavoro, potremmo assentarci per mesi».

Sembra si confonda la sponsorizzazione spot con la manutenzione ordinaria. Uno Stato come quello italiano non ha fondi sufficienti per valorizzare il patrimonio artistico, pur avendo stanziato circa 23 miliardi nel 2010 per le spese militari?
M. O.: «In questi anni c’è stato un cedimento totale da questo punto di vista e adesso siamo allo smantellamento, quando al contrario lo Stato italiano si era dato da subito istituzioni per la tutela del proprio patrimonio artistico e, anche in momenti della nostra storia gravi o in cui lo Stato era davvero povero – penso alla guerra e al dopoguerra – ha sempre fatto molto per tutelare le opere e per ricostruire e riaprire i musei. Ma questo accadeva perché l’arte era un settore portante della società civile, mentre adesso sembra che ci sia una volontà politica di dismissione totale. La nostra sensazione dall’interno è che l’arte, la cultura siano percepite come un costo di cui bisogna liberarsi. Non un settore sul quale investire per un ritorno, ad esempio, a livello turistico, bensì come un lusso del quale si può fare a meno».

Cosa pensa dell’idea di valorizzare il patrimonio culturale grazie a una visione, come si suol dire, business oriented? In altre parole, quale può essere il valore aggiunto dell’assunzione alla Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale di laureati in Economia e Commercio, come ad esempio il dottor Mario Resca, che ha un passato nell’industria privata?
M. O: «Come il dottor Resca stesso ha dichiarato, purtroppo – e ripeto purtroppo – non ha avuto alcun risultato».

Cosa pensa quando sente personaggi anche autorevoli suggerire la vendita del Patrimonio pubblico per risanare i debiti dello Stato?
M. O: «Come cittadina penso che il pubblico abbia una funzione insostituibile perché deve – e non solo può – essere disinteressato, pagando anche delle scelte non redditizie ma esemplari dal punto di vista culturale. Il privato non se lo può permettere. Lo abbiamo constatato in questi anni con le Fondazioni: alcune – ottime – hanno dovuto chiudere perché non ce l’hanno fatta dal punto di vista finanziario mantenendo alto il livello della qualità. Non è un caso che si parli sempre meno di cultura e sempre più di marketing. Ma invece di vendere, perché non domandano a noi che lavoriamo in questo settore cosa fare per valorizzare il patrimonio? Lo Stato potrebbe dotarsi di altri strumenti. Ad esempio: perché non vende le cose che produce, invece di cederle a terzi? Se noi interni lavoriamo a una pubblicazione, come un catalogo – naturalmente a livello gratuito perché siamo personale interno – invece di appoggiarci solamente all’editore per la stampa, perché gli forniamo gratuitamente il catalogo e la sua proprietà? Lo Stato, per legge, non può guadagnare sulle sue opere di ingegno, né riesce a gestire negozi o sviluppare una rete di distribuzione. Pensate solamente a quanto guadagneremmo con le cartoline di Brera!».

Consiglierebbe a un giovane di laurearsi in materie umanistiche?
M. O: «La domanda è molto imbarazzante. Se avessi di fronte un ragazzo che pensasse di trovare un posto nelle istituzioni pubbliche o private, lo sconsiglierei caldamente ma se partiamo dal presupposto che conti la scelta personale, credo che una persona debba studiare ciò per cui si sente portata, che fa con interesse ed entusiasmo. Perché senza la passione è impossibile portare avanti alcuni mestieri. E il secondo punto è che si fa sempre in tempo a ripiegare: se non avrai avuto le possibilità di trovare il tuo, farai un altro lavoro. Il lavoro comunque dovrebbe entusiasmare perché la fatica e i problemi sono tali in un Paese disorganizzato come il nostro, che altrimenti non si riuscirebbe ad andare avanti».

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