Dal teatro alla realtà sul campo

Teatro Nuovo PisaPartiamo dalla pièce teatrale diretta da Marco Martinelli, in scena al Teatro Nuovo di Pisa, per porci una serie di interrogativi sulla situazione femminile in Medioriente.

Al centro della discussione una donna – l’unica menzionata nel Corano come santità – il punto di unione tra cristiani e musulmani: la Vergine Maria madre di Gesù.
Sarebbe interessante dal punto di vista culturale sapere quanti siano i devoti cristiani, ma anche islamici, a essere a conoscenza che la Vergine Maria – Maryam in arabo – è amata e pregata dai credenti di entrambe le fedi monoteistiche e, per contro, totalmente ignorata – se non addirittura additata come donna impura – dalla terza, la religione ebraica.
Il Corano conferisce a Maria un notevole rilievo: Maryam è chiamata anche  al‘adhra – la vergine – ed è definita come sostenitrice della verità, citata nel testo sacro all’Islam oltre 30 volte individualmente e molte altre come madre di Gesù. Per fare qualche esempio, nel 2017, il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti decide di cambiare nome a una importante moschea di Abu Dhabi – città meta proprio in questi giorni della visita ufficiale di Papa Francesco, dove ha firmato a quattro mani l’importante Documento sulla Fratellanza Umana con il Grande Imam di Al-Azhar – dedicandola alla Madonna; inoltre, nonostante le reiterate azioni distruttive del movimento islamico salafita, i pellegrinaggi ai luoghi di apparizione della Vergine in differenti località mediorientali raccolgono milioni di fedeli ogni anno.
Navigando in rete si possono leggere molti aneddoti legati alla figura della Madonna nel mondo islamico e anche di canali preferenziali di riguardo nei confronti delle donne musulmane che frequentano i luoghi cattolico-mariani. In Libano – nella città di Harissa – il santuario dedicato a Maria è molto frequentato da donne provenienti dal lontano Iran, tanto che si è deciso di allestire una sala con indicazioni e preghiere in Persiano per facilitarne il percorso spirituale. In Marocco, invece, durante il periodo di gravidanza, le donne si rivolgono a Maryam ripercorrendo lo stesso digiuno da lei avviato durante la gestazione di Gesù.
Le musulmane si mettono in cammino verso i luoghi di culto mariani ben sapendo che Maryam è la donna più elogiata nel Corano – anzi, l’unica donna citata per nome, definita Siddīqah/ santa (titolo strettamente riservato agli uomini); mentre Gesù, nella scrittura sacra all’Islam, è indicato come figlio di Maria, esclusiva riservata a lei solo, infliggendo una spaccatura alla linea genealogica patriarcale imperante.
Sono soprattutto le donne, quindi, a rivolgersi a Maryam – percepita sullo stesso piano in quanto donna – fulcro di intesa tra i due credo religiosi e contemporaneamente punto di conciliazione tra i due livelli – divino e umano. Le donne credenti, cristiane e musulmane, confiderebbero le loro sofferenze a Maria/Maryam – modello di virtù e compassione – perché interceda presso Dio e per ricevere conforto alle proprie afflizioni. Sull’intercessione si potrebbe aprire una lunga digressione, perché Dio, benché dotato di virtù divine, rientra nella sfera di genere maschile. Questo punto rinvia a trattare l’argomento – piuttosto ostico in Medioriente – della parità di genere.
Nella parte conclusiva dell’interessante pièce, scritta da Luca Doninelli e interpretata dall’eclettica e brava Ermanna Montanari, la Madonna risulta un po’ frastornata, quasi inerme rispetto alle sofferenze delle tre donne arabe musulmane (tutti i personaggi sono interpretati dall’attrice), che le si rivolgono chiedendo aiuto per tutti i soprusi ai quali sono state sottoposte, spesso perpetrati dalle stesse famiglie di origine.
Le risposte di Maryam – nel testo – risultano un po’ vaghe, per la verità, e le interpretazioni sulle indicazioni di possibili soluzioni impongono dei dubbi: sarà a causa del linguaggio utilizzato nelle suppliche – e anche degli obiettivi perseguiti, ossia preghiere formulate con astio e talvolta richieste di vendetta – a rendere sfuggente la Vergine Maria? Il linguaggio mariano è senz’altro privo di questi elementi di rivalsa, da regolamento di conti: certamente non congrui a un’illuminata compassione.
“Voi mi amate perché sono come voi, soffro come voi: anch’io non ho avuto il potere di salvare mio figlio dalla croce”, risponde Maryam. Ma è lecito che un fedele, di un qualsiasi credo, chieda vendetta al suo Dio? Non si insegna che Dio, Allah, la Madonna, i santi – musulmani e non – posseggano sopra ogni cosa la compassione? Perché allora le tre donne arabe, personaggi della performance teatrale, mimetizzate tra i veli e le scritte in arabo della raffinata scenografia minimalista, rivolgono preghiere piene di livore?
Una visione equilibrata potrebbe focalizzarsi sul senso di frustrazione e impotenza che proverebbero le donne del mondo arabo, dipendenti totalmente dalla parte maschile della società – laddove la parità di genere forse, anche se non bisogna generalizzare, spesso non emerge nemmeno a livello concettuale. Il sentimento di frustrazione è appurato che sfoci in due opposte direzioni: la rabbia, la violenza e la vendetta oppure la rassegnazione e lo scoraggiamento; le donne arabe, però, paiono esprimere entrambi gli aspetti generati da questo impulso – pacate e diligenti nella vita sociale, ma piene di astio e rivincita a livello interiore.
A questo punto possiamo confermare quanto gli effetti della disparità di genere – purtroppo peculiare non solamente al mondo arabo – producano attriti gravi. Mentre la necessità tutta maschile di controllare le donne sotto vari aspetti – tra i quali, la sessualità – possa sfociare in atteggiamenti violenti – anche solo verbalmente. Detto questo, il Medioriente resta una regione davvero sorprendente, luogo di origine sia della civiltà che delle tre religioni monoteiste – aldilà delle diatribe tra correnti diverse. I musulmani, per esempio, sono in attrito tra loro fin dal VII° secolo, ossia dalla morte del profeta Maometto, quando i credenti si sono divisi nelle correnti sciita e sunnita.
In questi ultimi anni, però, e qui ci riallacciamo a quanto detto prima, si distingue la capacità delle donne di fare gruppo intorno alla Madonna, indipendentemente dal credo religioso, ma soprattutto nella società civile, dove dimostrano maggiore propensione per il dialogo e un istinto alla pace sia spirituale sia terrena. A riprova di quanto appena affermato, basti ricordare che nel bel mezzo della guerra siriana – Paese ove non è ancora stato stabilito un accordo di pace definitivo – è in atto un esperimento sociale a dir poco incredibile: in Siria del nord, regione abitata a maggioranza da etnia curda, ma territorio di numerosi altri gruppi etnici e religiosi, le donne si battono – e hanno raggiunto già notevoli risultati – per la parità di genere e l’inclusione delle donne di tutti i gruppi sociali. L’iniziativa ha avuto avvio dalle giovani ragazze curde che, volontarie, sono partite per il fronte a combattere contro lo Stato Islamico, le sue atrocità e la volontà di sottomissione totale del genere femminile attraverso il ripristino della Shari’a, il diritto islamico di matrice fondamentalista. Le donne curde, nel territorio dichiarato autonomo dal 2014 e poi trasformatosi in Confederazione Democratica della Siria del Nord, hanno fatto da ponte per il dialogo inclusivo di tutte le donne – trasversalmente rispetto all’appartenenza a qualsivoglia etnia, lingua e religione. Si è così instaurato un percorso tutto al femminile di autoconsapevolezza dei propri diritti e di formazione scolastica primaria delle numerose giovani analfabeta. Donne di tutte le età partecipano ai corsi delle varie akademia, nate inaspettatamente anche nei villaggi più isolati, dove le insegnanti sono spesso le più giovani che, precedentemente alla guerra, riuscivano a frequentare la scuola. Potrà sembrare poco ma, in realtà, è un grande passo in avanti. Qui la parità di genere è riconosciuta nero su bianco nel Contratto sociale e nella Costituzione della Confederazione: in ogni consiglio di quartiere o posizione dirigenziale, i rappresentanti sono sempre due, uno per genere, così da poter valutare le decisioni attraverso le necessità e le prospettive di tutti i cittadini. Il processo sociale inclusivo dei popoli della Siria del Nord, che autonomamente si sono difesi dalle aggressioni dell’Isis e delle numerose milizie jihadiste, dà risultati molto positivi e risulta valido sia eticamente sia a livello di partecipazione degli abitanti al dibattito pubblico: senza dubbio un esempio di convivenza civile dal quale molti governi potrebbero imparare. Ma quale è stato l’effetto più eclatante dell’emancipazione femminile in questa regione? Una piccola parola con un significato enorme: pace. Qui la pace, se si escludono le scellerate incursioni della Turchia che considera ufficialmente i Curdi dei terroristi – ma con lo scopo reale di sottrarre nuovi territori ricchi di giacimenti energetici e perpetrare la sostituzione etnica – vige già dal 2012, anno del ritiro delle truppe regolari di Bashar al-Assad.
La pace qui, la costruiscono soprattutto le donne, allargando il cuore a immagine e somiglianza della con-passione di Maryam/Maria.

Lo spettacolo è andato in scena:
Cinema Teatro Nuovo
piazza della Stazione, Pisa
martedì 29 gennaio, ore 21.00

Maryam
testo Luca Doninelli
ideazione, spazio, costumi e regia Marco Martinelli ed Ermanna Montanari
con Ermanna Montanari
musica Luigi Ceccarelli
regia del suono Marco Olivieri
disegno luci Francesco Catacchio
direzione tecnica Fagio
assistente spazio e costumi Roberto Magnani
consulenza e traduzione in arabo Tahar Lamri
in video Khadija Assoulaimani
voce e percussioni in audio Marzouk Mejri
realizzazione video Alessandro Renda
realizzazione musiche Edisonstudio Roma
organizzazione e promozione Silvia Pagliano, Francesca Venturi
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
in collaborazione con Teatro degli Incamminati/deSidera
si ringraziano Luisa Orelli per i preziosi suggerimenti riguardanti la spiritualità coranica, Yiad Hafez per la consulenza sulla musica araba, E production, Gerardo Lamattina

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