Ritratto d’autore

In occasione del suo nuovo progetto teatrale, che lo vede coinvolto come regista e attore, Persinsala intervista Massimiliano Caprara. Nel nuovo spettacolo Infection ritroviamo il trio che esordì con l’Opera da tre soldi di Brecht, composto dallo stesso Caprara, Veronica Milaneschi e Michele Bevilacqua, questa volta riconfermato e affiancato da nuove figure quali Rosario Petìx, Daniele Coscarella e Alessandro Cecchini.

Il risultato di Infection è vincente e ritroviamo la scelta di adottare l’ironia come mezzo di comunicazione. Quanto è determinante nel suo teatro l’aspetto comico?
Massimiliano Caprara: «L’aspetto comico è importante nel senso che, per me, il teatro è essenzialmente un divertimento, un piacere, una gioia. Un qualcosa che per poter dare il massimo della sua serietà non deve mai essere presa sul serio.
Mi danno sempre un po’ d’imbarazzo certi figuri così compresi di loro, così gravi, che si travestono da registi, si infuriano con gli attori o cose del genere.
Mi sembrano personaggi ridicoli inventati dalle nonne per sconcertare i nipotini.
Non esiste, quindi, una scissione del comico rispetto alla summa del lavoro teatrale in sé. Vi sono spunti che alleggeriscono le più crude tragedie e io semplicemente non le ignoro».

Vede il teatro come una forma di azione sociale?
M.C.: «Sì, tutto il teatro è politico, a meno di non essere ubicato in campagna, perché è espressione della polis. Ora, il punto è che, essendo espressione della società, ne assorbe le tendenze nel bene e nel male. Una società che deve raccogliere le sue forze dopo una guerra, a esempio, esprimerà un tipo di teatro differente da quello espresso da una società opulenta ed apatica. L’ideale dell’artista, invece, è piuttosto il contrario, cioè di poter influenzare la società, in alcuni casi con pretese di insegnar qualcosa oppure di cambiare certi atteggiamenti.
Ecco, in tal senso devo dire, anche confrontando esperienze diverse in diversi paesi, che la società italiana è una società indifferente, stressata e pessimista.
Qui scatta in me quel pizzico di orgoglio d’artista. Il mio teatro non si rassegna ad assecondare queste patologie: è un teatro solare, ritmico, evidentemente positivo, anche ingenuamente sorridente. Far ridere una platea depressa può essere difficile, ma anche se non fosse lo spettacolo per essa ideale in questo momento storico-sociale, uno spettacolo solare e divertito sprona al cambiamento almeno nell’atteggiamento complessivo. E questo è un incitamento cui non rinuncio».

Infection è una riflessione sulle dinamiche del potere e sui mezzi di cui esso si avvale, sull’alienazione dell’uomo e su una possibile altra realtà che regola le dinamiche di questo mondo. Da dove nasce l’ispirazione per creare l’aspetto bidimensionale, ovvero il dar vita a quell’altra realtà che dipinge con contorni impensabili e dialoghi illogici?
M.C.: «Nasce come burla della fede, di coloro cioè che credono in qualcosa che poi, magari, bestemmiano. Siamo in un mondo fatto di credenze e gli oggetti di fede sono disparati; si passa dal credente nella scienza al suggestionato da forme energetiche e spirituali, oppure dal tradizionale fedele in una qualche divinità ’all’uomo convinto che tutto sia regolato da reazioni chimiche e fisiche. Qualunque sia il caso, l’oggetto di fede ha sempre due caratteristiche: è responsabile di tutto, è invisibile e inconoscibile. Il fatto poi che questa dimensione si muova come un ufficio del catasto è semplicemente il lato umoristico che sottende la gestione del potere di per sé. L’essenza stessa del potere è risibile: dall’impiegato da cui dipende un certificato vitale, fino al capo mafia o al Presidente della Repubblica, perché ogni volta che qualcuno è investito da un’aurea per piccola che sia di “potere” diventa ai miei occhi un risibile pagliaccietto. Risibile come i santini, le madonnine, i libri sacri e i copricapi bizzarri… Allora questa è la mia risposta escatologica all’ansia di verità di una società impaurita e depressa: yuk e lek! »

Ha lavorato molto all’estero. Quanto di quell’esperienza si porta dietro, quali influenze ha assorbito e sono state determinanti per la sua cifra artistica?
M.C.: «Dall’estero ho importato ancora maggior gioia e speranza sulle sorti del teatro, in generale, nelle nostre società occidentali. Qualche piccola tecnica in più forse, una serenità maggiore, magari, ma in generale bisogna riconoscere che gli artisti, in particolare quelli del teatro, sono come parte di una grande famiglia che ha riti, norme e modalità uguali in tutti i paesi …ìmagari in Spagna porta sfiga il giallo, in Romania ti mettono le corone da morto nei camerini! ma, insomma… in generale il teatro non conosce confini.
Aggiungo, tuttavia, che lavorare all’estero ti fa capire che profondo legame esiste tra queste tre indissolubili realtà: società-lingua-teatro… la lingua è l’intermediario tra il teatro e la società».

Prossimi spettacoli in cantiere?
M.C.: «Intanto la mia creazione che, a proposito di estero, si è diffusa in tutta Europa, parlo dei Corti teatrali che riprenderò dopo innumerevoli tentativi di imitazione al teatro dell’Angelo qui a Roma, poi Carnage (ricorderete l’omonimo film di Polasky) quindi la ripresa dell’Opera da tre soldi di Brecht che tanto successo ha avuto quest’inverno, e tra queste cose un paio di regie a Barcellona in estate».

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