Bedda madre

Elena Arvigo affronta un tema che non vorremmo nemmeno mai sentir nominare. Dopo la prova estenuante del confronto con Sarah Kane è in scena al Teatro Argot Studio di Roma con lo struggente blues della maternità negata.

Abbiamo tutti bisogno dell’aiuto degli altri.
Nero su bianco. Recita più o meno così la citazione da Bertolt Brecht che attende gli spettatori in platea, semplici fotocopie lasciate sulle poltrone, per un concetto semplice, ma immensamente complicato da mettere in pratica, perché non è sempre facile aiutare, quasi come è difficile lasciarsi aiutare, accettare.
Lo spettacolo inizia con una voce in greco antico che recita versi dalla Medea di Euripide. Prima il suono armonico della lingua ellenica, poi l’italiano per comprendere. Una voce concitata, sconvolta, angosciante, che scorre mentre quattro donne compaiono sulla scena. Restano in piedi ai quattro angoli di un tavolo e, immobili, osservano il pubblico con sguardo neutro. Nessun segno particolare, niente oggetti né segnali. Sono donne come tante, il loro aspetto, gli abiti sono comuni, impossibile prevedere che dentro, nell’intimità della loro mente, sono andate in frantumi.
Nella stanza caotica, dimessa che le quattro donne condividono presso una struttura psichiatrica giudiziaria si consumano le loro giornate di detenute. Svolgono qualsiasi attività possibile per impiegare la mente e ingannare i pensieri, ma niente può distrarre il loro cuore, fisso su un unico tragico pensiero: i loro figli. Non ci sono più, sono morti. E sono state loro a ucciderli.
Si trovano, infatti, in un ospedale specializzato nel trattamento delle donne colpevoli di infanticidio. Stendendo un laccio rosso da Euripide a oggi, Grazia Verasani, giovane talento multiplo, ha scritto nel 2002 questo coraggioso From Medea portato in scena per la prima volta a Roma dalla GIGA di Giorgio Albertazzi e apprezzato anche in Europa, dal quale è stato realizzato un adattamento cinematografico di recente, Maternity Blues, diretto da Fabrizio Cattani e con Anna Osvart. Il testo è di per sé potente, ma la Compagnia SantaRita diretta da Elena Arvigo propone una messa in scena che la rende impattante. Non c’è nessuna barriera che possiamo alzare, le emozioni arrivano dritte allo stomaco e ne siamo travolti, ma più di tutto è la confusione nella quale siamo gettati a creare disagio. Improvvisamente diventano scomode le nostre poltrone. Maternity Blues (From Medea) è uno spettacolo che priva gli spettatori dei comodi giudizi colpevolisti, né offre giustificazioni o stende uno sguardo pietoso verso queste donne. Marga, Eloisa, Rina e Vincenza hanno una loro identità caratterizzata, un passato puntellato da errori di valutazione, delusioni, ma nulla di meno o di più rispetto alle altre, che potesse far prevedere l’abisso nel quale sono precipitate, nel quale hanno lasciato agire un altro sé, una madre assassina che non sono loro. Perché quell’omicidio ha fatto due vittime. Il tempo in ospedale si trascina, ma il mondo esterno è un’ingerenza, le feste comandate un obbligo da sbrigare, niente ha sapore, nulla è autentico perché intossicato dal dolore, dall’impossibilità di perdonare a loro stesse un gesto debole e scellerato insieme. Le quattro attrici sono brave in modo sconvolgente, le crisi che inevitabilmente arrivano per ognuna di loro sono strazianti. Nonostante ciò resta difficile fare i conti con il loro gesto, anche a mettersi nei loro panni, ma nei panni di chi resta, di chi spera un giorno di diventare genitore, di chi lo è stato ma adesso non lo è più. Resta però il fatto che, nei momenti più bui, quando le vite si oscurano al punto che un figlio appaia come una limitazione oppure sentiamo il “peso insostenibile dell’amore” allora è bene chiedere aiuto, necessario prima, sempre prima.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Argot Studio
via Natale Del Grande, 27 – Roma
fino a giovedì 20 dicembre
(durata 1 ora e un quarto circa senza intervallo)

SantaRita Teatro e Nutrimenti Terrestri presentano
Maternity Blues (From Medea)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Sara Zoia, Elodie Treccani, Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
musica Giuseppe Fraccaro
scene Lorenza Indovina
luci Paolo Meglio
voce off Alessandra Salamida
assistente alla regia Tommaso Spinelli

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