Il battito d’ali di una farfalla muove il dolore del mondo

Al Teatro Cometa Off il pubblico è narrativamente condotto a rispondere a una domanda dolorosa e impossibile. Si apre il sipario su Matteo 19, 14. Lasciate che i bambini vengano a me.

Non c’è che dire. Gran bella scrittura drammaturgica quella di Lorenzo Gioielli, portata sul palco del Cometa Off da Riccardo Scarafoni: dialoghi secchi, ritmi abilmente dosati, ora all’apice dell’acme emotivo, ora in posizione di riposo, appena prima di spiccare un balzo. Gli attori – Veruska Rossi e lo stesso Scarafoni – risultano perfettamente calibrati su un testo con cui giocare d’equilibrismo, assai simile a un meccanismo ad orologeria, o – meglio – a un paese delle meraviglie dove nulla è quel che sembra. Gli uomini dissimulano sé stessi, per sfuggire alla rete che la vita tende, assumendo il comportamento etico dei virus, capaci di travestirsi, nascondersi, mentire, pur di sopravvivere.

Forse questo prepotente istinto non è riferito solo alla specie, ma alla singola cellula, che lotta per sé stessa, come se ne avesse cognizione. Quindi la domanda è: quando diciamo di amare – per esempio – i bambini, li amiamo tutti, o solo il nostro? Quella scintilla di verità che avvertiamo quando incrociamo il loro sguardo, c’è in tutti o solo nel nostro?

I due personaggi seduti al tavolo di un bar si domandano se l’onnipotente esiste, preferendo pensare a un Dio che organizza, in grado di fornirci una specie di armadio dove tenere custodita in perfetto ordine la parte buona e quella cattiva, così che – guardando gli scaffali – si abbia la sensazione di un quadro. Invece l’arresa consapevolezza è quella di un caos. Certo, il battito di una farfalla a Tokyo corrisponde allo scoppio di un temporale qui o alla morte di un bambino a queste latitudine pigre, ma è necessario nutrire la fede che ci sia un legame di senso, perché agli uomini – se c’è – non è dato conoscerlo. I due seduti al bar ammettono di avere bisogno di smarrita compassione, e in ultimo l’avranno, anche se non esattamente del tipo che cercavano.

La scrittura di Gioielli sembra ispirarsi a quella di David Mamet, sia nella struttura drammaturgica (i personaggi sono chiusi in un’arena e a colpi di dialogo si sezionano a vicenda come in un combattimento gladiatorio), sia nel leitmotiv ricorrente del commediografo americano: la verità che evitiamo – ma che ci serve – passa sempre per il tradimento dell’altro. I due si affrontano, ma il tempo batte i minuti, quello da guadagnare per la vita, o da rallentare, perché disponiamo solo di un numero finito di pulsazioni; e di occasioni solo una.

La bellezza graffiante dello spettacolo è,però, intorbidita da tre schermi al di sopra dell’azione, che mandano la storia documentaria e muta del terzo personaggio, quello assente sul palco. Cosa può aggiungere l’immagine a quanto l’efficace azione teatrale espone già al più alto grado? Quelle immagini che sanno di cronaca, o di fiction ricostruita, inquinano il cuore narrativo della pièce, non rendendo un buon servizio all’abile drammaturgia. La debole potenza del teatro è la parola, scampando la “puttanesca” seduzione dell’immagine, anche quando vuole essere “civile”. «Io credo soltanto nella parola – diceva Flaiano -. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa». La parola è la forza di quello che accade sotto a quegli schermi, obbligandoci a riflettere sul nostro stato di uomini, con la sola consolazione di una farfalla che batte le ali dall’altra parte del mondo.

Lo spettacolo continua
Teatro La Cometa Off

Via Luca della Robbia 47, Roma
Dal 5 al 17 aprile 2016
da martedì al sabato ore 21, domenica ore 17

Matteo 19,14. Lasciate che i bambini vengano a me
di Lorenzo Gioielli
con Veruska Rossi e Riccardo Scarafoni
regia Riccardo Scarafoni
scene Emanuela Cignitti
luci Giacomo Cursi
scenotecnica TNT Srl
costumi Lisa Sorone
aiuto regia Leonarda Imbornone
foto e video Patrizio Cocco

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