Ritratti d’autore

Nella cittadina di Maglie, nel cuore del Salento, a lavoro in un workshop intensivo su Molière incontriamo Matteo Tarasco, prolifico regista veronese, che spesso troviamo a sfidare i confini drammaturgici dei classici, alla ricerca di nuove possibilità espressive, in una fertile e sorprendente intermittenza tra fedeltà e innovazione. Si annovera, tra tali sfide, la recente messa in scena di Eneide, Ciascuno patisce la sua ombra, sul palco del Teatro Palladium di Roma lo scorso 20 dicembre: un’innovativa prospettiva del mito di Enea, raccontato dalle donne che lo hanno incontrato, le quali conducono lo spettatore attento alla ricerca delle antiche origini culturali d’Occidente. Al regista chiediamo le radici e le modalità dei suoi periodici laboratori sperimentali in terra salentina, che hanno già portato alla realizzazione del montaggio di Il tartufo, Il Misantropo, L’avaro e Il malato immaginario.

La troviamo spesso a Maglie impegnato nella messa in scena di grandi opere teatrali. Cosa la lega a questa terra?
Matteo Tarasco: «Mi lega a questa terra un rapporto di stima e amicizia con Massimo Giordano, persona molto sensibile, che incontrai per la prima volta nel 2010 quando venni a Maglie portando il Burbero benefico, con Mariano Regillo. In quella occasione nacque una collaborazione che va avanti oramai da 5 anni e che ci ha visti crescere insieme fino alla fondazione di una piccola realtà teatrale che genera grandi bellezze, in un territorio dove il teatro è molto amato. Non ricevendo la dovuta attenzione da parte delle istituzioni sono i privati, come Massimo Giordano, a portare avanti iniziative lodevoli come la creazione di un teatro e di una compagnia quale la Corte d’ Miracoli e con loro il festival Chiari di Luna giunto alla sua decima edizione, luoghi dove creare non solo arte ma anche socialità».

Il confronto con i classici è una sua cifra drammaturgica. Cosa l’ha condotto alla scelta di rappresentare Molière e che tipo di lavoro sta portando avanti con la Corte de’ Miracoli?
M.T.: «Io e Massimo Giordano abbiamo deciso di lavorare ogni anno su un autore classico e quindi sviscerarne, attraverso vari workshop mensili, i suoi testi. Quest’anno è stata la volta di Molière: ci incontriamo ogni mese per dei laboratori intensivi e indaghiamo, attraversi le scene principali, i testi più belli».

Ci sono delle coordinate fondamentali dei suoi workshop e del montaggio delle opere?
M.T.: «Credo che prima ancora dell’estetica dobbiamo lavorare ponendoci come obiettivo l’etica, che implica non ciò che è bello o brutto, buono o cattivo, giusto o sbagliato, bensì ciò che è necessario. Compito dell’artista è pertanto indagare, per via sintetica, ciò che è realmente necessario, tanto per esprimere un sentimento, quanto per raccontare una storia. Si tratta di un lavoro che si occupa dei motivi profondi per cui si sta sul palcoscenico, piuttosto che del come ci si sta».

Cosa ricerca e cosa sperimenta in una compagnia amatoriale, seppur con atteggiamento marcatamente professionale, come la Corte de’ Miracoli?
M.T.: «Preferisco chiamare queste piccole realtà “compagnie territoriali”, che svolgono una funzione e generano un’attività molto importante nel tessuto sociale e culturale del paese, perché vanno a stimolare un territorio. In sintesi fanno quello che le istituzioni non fanno, l’educazione al teatro, che dovrebbe essere la scuola in primo luogo ad offrire. Seppure i componenti della Corte de’ Miracoli svolgono altri lavori nelle loro vita, scelgono di trascorrere il loro tempo libero insieme, al fine di raccontare storie con le parole dei grandi poeti; stanno insiemi e lo fanno vedere ai loro amici, parenti, alla cittadinanza. Tutti loro saranno cittadini più consapevoli perché hanno incontrato il teatro, luogo dove la verità si fa spettacolo, dove gli esseri umani riconoscono di essere tali. Chi lo fa ha una grande responsabilità etica, civile e civica. il teatro amatoriale è l’educazione civica migliore che si possa dare a una comunità».

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