Camminare, coltivare, crescere, imparare, ascoltare

Festeggiando i suoi primi vent’anni, il Festival d’Autunno del Teatro delle Ariette incanta per il modo unico di fare teatro e di relazionarsi con il pubblico. Un’esperienza che è autentica fonte di ispirazione.

Ci si avventura tra i colli bolognesi – semplicemente splendidi. Ci si addentra nella valle, mentre la strada scivola morbida fra le dolci alture. Si avanza alla ricerca del Teatro delle Ariette. Si arriva a una casa dove un cartello lo annuncia, precisando di procedere a piedi passando per una strada laterale. Nell’aia ci sono oche, pony, animali da cortile. La casa è quella di Paola Borselli e Stefano Pasquini, e quelli sono i loro animali.
Seguendo le indicazioni si arriva a piedi al Deposito Attrezzi, uno spazio teatrale rurale risistemato da Paola e Stefano, mattone su mattone, quindici anni fa. Perché la storia delle Ariette è assolutamente particolare. Una scelta di vita, innanzi tutto, in cui gli ideali si trasformano in azioni concrete. Decisioni che riguardano sia la vita sia il teatro – intesi come la stessa cosa.
Lasciata Bologna nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino, Paola e Stefano vanno a vivere in campagna, nel podere delle Ariette, appunto, e riprendono a fare teatro ma in un modo diverso, legato visceralmente alla nuova esistenza che si sono scelti. La loro esperienza si intesse di condivisione di spazi e vicende umane, ed è agita anche dagli spettatori – che sono parte del rito, insieme agli attori, i quali mantengono, però, fortissimo il loro ruolo di officianti. E il rito è, sì, quello magico del teatro, ma anche quello della compartecipazione dei racconti personali – quelli che, una volta, ci si scambiava davanti a un camino.
Vivere in città cambia tutto, ma cambia soprattutto il modo di esistere e di stare al mondo, di rapportarsi alla natura e all’altro da sé. L’effetto di riavvicinarsi alla campagna, è quello della riscoperta – talvolta di una vera e propria rivelazione. E questo è un aspetto fondamentale da tenere presente quando si voglia analizzare l’esperienza del Teatro delle Ariette.
Come il silenzio degli spazi naturali è vitale e fecondo (afferma Stefano parlando di 2781 Sul tetto del mondo, una delle loro ultime produzioni), la vita in questi luoghi è intessuta di relazioni dalla qualità specifica – che difficilmente si spiega a parole. Deve essere provata.
Non si sfugge al tempo, ricorda ancora Stefano: esso è immobile, sono gli uomini ad attraversarlo. Tempo e silenzio a contatto con la natura aprono la strada a una saggezza schietta, pragmatica e poetica insieme, riflettendo il mondo naturale a cui si riferiscono.
L’atmosfera delle Ariette è in un certo senso inusuale per l’universo teatrale nel quale ci muoviamo oggi, ed è caratterizzata da una effettiva serenità, dal desiderio di ascolto e dalla tranquillità. Un insieme di sensazioni ed esperienze che nascono dalla «consapevolezza del propria fragilità» – aspetto, questo, che cambia radicalmente il nostro rapporto con gli uomini e le cose.
Il progetto che si dispiega durante l’intero anno si intitola A teatro nelle case e porta le loro produzioni, e gli spettacoli di altre Compagnie (affini per tensione poetica ed estetica), all’interno della loro casa, nel Deposito Attrezzi (di cui sopra), in abitazioni private di terzi, nei bar o nei locali, e in vari ritrovi disseminati nei paesi della Valsamoggia. Da vent’anni le Ariette presentano in spazi inusuali i loro spettacoli incentrati sulla comunità, la condivisione, lo scambio di storie, il rapporto col tempo, i prodotti della terra e il cibo.
Momento clou di A teatro nelle case è il Festival d’Autunno: una settimana di eventi, spettacoli e incontri che animano la valle. Giunto a un anniversario importante, il Festival è stato l’occasione per riflettere sul rapporto fra maturità e giovinezza, per indagare la relazione e lo scambio intergenerazionali – sempre in condizione di continuità e dialogo. È stato anche il momento più opportuno per presentare diversi progetti legati a questi luoghi e, primo fra tutti, Territori da cucire – un modo del tutto peculiare che le Ariette hanno ideato per contribuire alla creazione di legami nella nuova comunità, costituitasi improvvisamente un paio d’anni fa, quando si sono fuse in un nuovo Comune diverse realtà territoriali.

Per la terza e ultima tappa di Territori da cucire, è stato presentato al pubblico il film di Stefano Massari e Stefano Pasquini, Parliamo d’amore?, frutto della tournée estiva del Teatro delle Ariette e del Collettivo La Notte (il gruppo formatosi nel corso di un laboratorio delle Ariette e composto da under 30), che avevano messo in scena, in agosto, lo spettacolo Di cosa parliamo quando parliamo d’amore – ovviamente in case private, osterie, aziende agricole, centri sociali; ottenendo in cambio dagli spettatori, come di consueto, storie e racconti, documentati nel film. Le proiezioni sono state precedute da due incontri, il primo con Instabili Vaganti e, il secondo, con Altre Velocità – un gruppo di giovani critici e osservatori, che ha seguito il progetto di quest’anno.
Sempre legata al territorio, l’idea di Antonio Catalano, Quattro passi. Piccole passeggiate per sgranchirsi l’anima, ovvero una camminata che ha attraversato in quattro tappe la valle, trovando ogni sera ospitalità in una diversa abitazione. Catalano, esploratore attento e sensibile, ha ascoltato i racconti degli abitanti, incontrati lungo il percorso, ai quali ha offerto in cambio poesie e narrazioni ispirate dai luoghi e dalle scoperte fatte lungo il percorso.

Data l’attenzione per le nuove generazioni, il Festival ha ospitato gli spettacoli vincitori e segnalati al Premio Scenario 2015, e ha dato spazio a Il lato oscuro della costa, giovane associazione di Lido Adriano di Ravenna, che promuove la cultura hip hop, e che ha presentato una performance, un workshop sulla musica rap e un concerto. È stata inoltre raccontata l’esperienza pluriennale della Non Scuola del Teatro delle Albe, grazie a un incontro con Alessandro Argnani (attore del Teatro delle Albe e guida della Non Scuola) e alla proiezione del film di Alessandro Penta, Eresia della felicità, le cinque giornate di Milano, dedicato all’evento teatrale ideato e condotto da Marco Martinelli – e intitolato, Eresia della felicità. E ancora, per celebrare i suoi primi vent’anni, è stato presentato il video Le stagioni delle Ariette, montato con le fotografie di Stefano Vaja – i cui scatti hanno accompagnato l’attività del teatro dal Duemila a oggi.

Dal ricco bouquet del Festival abbiamo avuto la possibilità di cogliere lo spettacolo Max era Max, presentato da Il lato oscuro della costa, e Quattro passi – Gran finale, l’ultima tappa del viaggio poetico di Antonio Catalano (entrambi il 30 settembre, presso il Deposito Attrezzi). Il primo, decisamente particolare, insieme godibile e divertente ma anche dal fascino insolito e caratteristico, è uno spettacolo che si giova di un’atmosfera unica, derivante, con ogni probabilità, dal fatto che un rapper (Max Penombra) calchi la scena nei panni di attore. Scelta, questa, che sebbene dia alla performance un tono peculiare (vagamente stralunato, se si vuole) e ne rappresenti senza dubbio un’interessante qualità, dal punto di vista strettamente teatrale (per ritmo e tenuta) ne costituisce forse anche un limite e, pur nelle potenzialità che lascia intravvedere, risulti ancora un po’ acerba.

Con Antonio Catalano e Quattro passi – Gran finale sembra di fare un balzo nelle illustrazioni dei libri di fiabe di una volta: pastelli e acquerelli dalle tonalità fra il giallo e l’ocra, il celeste e il verde; dai contorni a penna definiti. Ci si muove sull’erba, ancora verdeggiante seppure leggermente bruciata dal sole, in radure e sentieri popolati di piccoli animali, pesci, lepri e creature parlanti. Una favola delicata e divertita, eppure profonda e poetica. Una poesia quotidiana e del quotidiano. Un cantar storie, assurde e surreali, assolutamente necessario, vagamente ironico e a suo modo provocatorio, insieme delicato e bambino, in cui il sogno della comprensione immediata fra gli abitanti del creato si realizza nel momento della disobbedienza, della caduta, quando un bimbo non obbedisce così da tuffarsi nel mondo, abbracciarlo ed esplorarlo senza più freni o timori.

Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito di A teatro nelle case – Festival d’autunno 2016
ideato e organizzato da Teatro delle Ariette
da venerdì 23 settembre a domenica 2 ottobre
varie location

venerdì 30 settembre, ore 20.30
Le Ariette – Deposito Attrezzi
Max Penombra presenta:
Max era Max
di e con Max Penombra

ore 22.00
Le Ariette – Deposito Attrezzi
Antonio Catalano presenta:
Quattro passi – Gran Finale

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