Ritratti d’autore

Il 13 e 14 agosto Maximiliam Nisi porterà in scena Giuda al 54° Festival di Borgio Verezzi. Abbiamo approfondito con l’attore la figura di questo personaggio controverso e conosciuto meglio l’uomo che lo interpreta.

Maximiliam lei ritorna sulla scena dopo questi lunghi e difficili mesi in cui il teatro ha subito un forte arresto. Quali sentimenti hanno accompagnato il periodo di lockdown?
Maximiliam Nisi: «Sono sempre stato consapevole di quello che ci stava accadendo. Dopo il disorientamento iniziale ho cercato di capire e di informarmi in modo sano. Ero chiaramente molto preoccupato, ma non ho mai smesso di coltivare speranze e sogni. Malgrado facessi molte cose, anche piacevoli, la sensazione era quella di buttar via le mie giornate.
Ho riflettuto molto su questo e mi sono chiesto se la vita più sana per me fosse quella precedente o quella che il lockdown mi costringeva a fare. Oggi trovo grande difficoltà a ripartire. È stata un’esperienza, peraltro non completamente trascorsa, che mi ha profondamente cambiato».

Come nasce l’idea di questo testo?
MN: «Da una conversazione fatta con Raffaella Bonsignori, l’autrice. Raffaella è una bravissima scrittrice-giornalista, alla quale, nel corso di un’intervista che mi fece due anni fa, confidai di avere un grande desiderio: interpretare il personaggio di Giuda. Figura di orrida grandezza, misteriosa, emblematica, che nei secoli ha ispirato poeti, romanzieri, pittori, musicisti, filosofi, drammaturghi. Qualche mese dopo mi arrivò la sua prima stesura del testo e la mia emozione fu grande.
Lo spettacolo che viene portato in scena oggi è frutto di modifiche sul testo fatte insieme a lei nel corso di innumerevoli incontri, duranti i quali si sono aggiunte le suggestioni musicali di Stefano De Meo, delle immagini evocative di Marino Lagorio e i costumi di Tiziana Gagliardi».

Se dovesse spiegare questo controverso personaggio di cui vestirà i panni, come definirebbe Giuda?
MN: «Un uomo capace di amare, ma in modo imperfetto, che si trova a vivere accanto a Gesù, il figlio di Dio, che invece è maestro d’amore. Giuda non può comprendere l’amore universale di Gesù, non riesce ad ammettere condivisioni, il suo amore è ossessivo, possessivo.
Dalla disillusione del suo desiderio di essere amato come lui vorrebbe, non come gli altri ma più degli altri, nasce, dentro il suo animo, il risentimento feroce che lo porterà al tradimento di Gesù che, pure, tanto amava».

Cosa si nasconde a suo avviso dietro il tradimento di Giuda?
MN: «Dietro il suo tradimento c’è sicuramente anche l’ineluttabilità di un disegno divino. Giuda sente che, in qualche modo, quello che ha fatto gli è stato chiesto, ma dentro la sua tragedia non si può dimenticare la forza devastante che ha avuto quell’amore disilluso che per lui era diventato più importante della sua stessa vita e che lo ha trascinato ad agire come lui, forse, non avrebbe mai voluto».

Giuda può essere forse considerato un uomo contemporaneo?
MN: «Sì, assolutamente. Lo è nel suo tormento interiore. Giuda è un’icona delle contraddizioni dell’uomo moderno, fragile e alla continua ricerca di amore. È un uomo contemporaneo in quanto egotico e spesso privo di una scala di valori definita. Un uomo che soffre molto per se stesso, per non esser stato capito e per ciò che crede di non aver avuto».

Che rapporto ha Maximilian Nisi con la fede?
MN: «Un rapporto litigioso, discontinuo, altalenante e allo stesso tempo anche molto appassionato e profondo. Considerando ciò che sosteneva Sant’Agostino, secondo il quale dal contrasto dovrebbe nascere la fede, questo dovrebbe significare che la mia fede è vivida e reale. A diciassette anni mi volevo fare frate, il tempo poi ha sublimato questo mio desiderio e lo ha trasformato in altro. Da attore, anni dopo, mi sono ritrovato ad interpretare Gesù, Francesco d’Assisi, Giovanni il Battista, Zerbinotto, Mefistofele, il Caprone e questo mi ha aiutato, seppur nella finzione, a sentirmi un valido strumento di Dio, anche quando mi trovavo a impersonare il demonio».

Per lei questa non è la prima volta al Festival, che sensazione prova a farne parte?
MN: «No, è la tredicesima. Sono molto legato a Borgio Verezzi, gli devo moltissimo. Ho ricordi bellissimi legati al Festival e tornarci è sempre una grandissima gioia. Anche questa volta mi sento di dover ringraziare tutti per l’opportunità che mi è stata data, forse con un pizzico di veemenza in più rispetto alle altre volte: aver avuto la possibilità di evadere col pensiero nei mesi del Covid è stato importante. Questo progetto è il mio modo per ricominciare, per questo non ho scelto di raccontare ‘una’ storia ma ‘la’ storia».

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