L’insostenibile contraddittorietà dell’istinto del gregge

angelo-mai-romaLo  «scandaloso viaggio teatrale» di Silvia Calderoni, MDLSX, apre l’attesa stagione 2016 dell’Angelo Mai Altrove Occupato.

Ambito off limits per generazioni e per un’intera epoca, gli studi di genere hanno prepotentemente affermato il proprio protagonismo nel dibattito pubblico di un paese, culturalmente e storicamente attestato su posizioni confessionali e reazionarie, qual è il nostro.

Nonostante le resistenze e le strumentalizzazioni di chi, identificando la biologia del sesso con l’identità di genere e gli orientamenti sessuali, ne banalizza le questioni fondamentali dell’amore e della felicità, sembra finalmente aprirsi anche in Italia una stagione di primavera e risorgimento rispetto a una capitale urgenza. Quella di diritti minimi che, finora manifestatisi in lotte palliative (dal cosiddetto sessismo della lingua alla richiesta di concessioni dall’alto), esistono unicamente nella misura in cui essi stessi (i diritti) vengono riconosciuti ed esercitati senza discriminazioni o imposizioni.

Ma se, nata ormai quasi mezzo secolo fa, la ricerca di genere risulta vecchia quando ridotta a punto di vista accademico e letterario, essa continua a esistere con fare rivoluzionario se riconosciuta per quello che realmente è, ovvero coscienza politica (perché attiva nel quotidiano) capace di coinvolgere e scuotere la carne viva di ogni privato.

Più che l’imperante maschilismo tout court, è l’alterità mascherata da stranezza con le conseguenti differenziazioni giudirico-morali tra individui a esserne bersaglio privilegiato. Il totale sacrificio di ogni affermazione di libertà e anticonformismo sull’altare della stabilità e della moderazione oltre ad avere naturali motivazioni socio-economiche, riferisce infatti a qualcosa di ancora più atavico e profondo, strutturandosi all’interno di una essenziale ed esistenziale relazione tra sapere e potere che, toccando l’intimità di ognuno, appare in grado di gestire globalmente l’intera collettività, per esempio, categorizzando il genere (la retta via del comportarsi da maschio o da donna) su un ideale di omologazione che svilisce l’influenza delle contingenze storico-sociali.

Da queste premesse più libertarie che artistiche (ammesso che si possano distinguere) prende forma MDLSX, un «ordigno sonoro, inno lisergico e solitario alla libertà di divenire, al gender b(l)ending, all’essere altro dai confini del corpo, dal colore della pelle, dalla nazionalità imposta, dalla territorialità forzata, dall’appartenenza a una Patria».

La struttura binaria e asimmetrica tra i sessi di Donna Haraway, la soggettività performativa e infieri di Judith Butler, il socialismo femminista e internazionalista di Rosi Braidotti, infine la demolizione del fallocentrismo di Paul Beatriz Preciado, oltre che la biopolitica del vate Michel Foucault, costituiscono gli espliciti punti di riferimento dell’audace progetto di «Silvia Calderoni che – dopo 10 anni con Motus – si avventura in questo esperimento dall’apparente formato del D-j/Vj Set», scegliendo una formula ben poco sperimentale per rappresentare un’intenzione potenzialmente rivoluzionaria e culturale nel (condivisibile) senso politico del termine. Una scenografia appropriata nel richiamare nella duplicità del reale e virtuale e con il proprio disordine la tensione di una «proposta di una identità post-nazionalista», e la manifesta anarchia dell’intreccio di «brandelli autobiografici ed evocazioni letterarie» costruito con grande naturalezza da struggenti video familiari incastonati all’interno di uno schermo rotondo sospeso e ampi stralci tratti da Middlesex di Jeffrey Eugenides (accomunati dall’abbreviazione in Cal delle protagoniste, Calderoni e Calliope) offrono solo parzialmente il fianco a questo ambizioso tentativo di «fuoriuscita dalle categorie – tutte, anche artistiche».

Nonostante il totale controllo energetico e fisico della scena da parte della Calderoni e l’eccellente contestualizzazione musicale (tra gli altri, Talking Heads, Rem, Smashing Pumpkins, The Smiths), MDLSX tende ad autoconfessare la propria ingenuità e, con essa, la propria inconsistenza, cedendo sotto il peso di due strutturali contraddizioni. La prima riscontrabile nell’incipit sull’inadeguatezza delle parole, clamoroso per uno spettacolo la cui dichiarata esplosività corporea risulta di fatto sommersa da un fiume verbale praticamente ininterrotto, lineare e didascalico, per nulla lisergico (a meno che non si voglia considerare tale per l’assunzione di LSD da parte del fratello della protagonista e la descrizione del trip di un pollo cucinato che vola via dalla tavola); la seconda nel confronto con l’altro condotto attraverso una dialettica affermativa e esclusiva, mai posta nelle condizioni di superare i confini concettualizzanti della coscienza e di ambire all’interpretazione inclusiva del singolo quale essere umano – anzi vivente – prima ancora che essere sessualmente (in o auto)determinato.

Se per gli autori citati non era tanto il primato del maschio, tanomeno quello dell’eterosessualità o dell’impossibile integrazione tra i sessi, a costituire il problema, quanto l’asfissiante e omologante ricerca di una definizione univoca capace di garantire una direzione (o meglio, un consenso) stabile, certa e sicura al percoso della vita (ricerca subìta con ansia da chi ne viene a essere oggetto di studio e potere, dal queer al sensibile, e imposta con impersonale violenza dal binomio consumismo/capitalismo per mezzo di soggetti/custodi anonimi), per la Calderoni sembrerebbe trattarsi di esigere la liceità di un’appartenenza rispetto a un’altra, di una categoria (pur di mezzo, come la propria) piuttosto che un’altra, di un contratto (letteralmente e teatralmente sottoscritto in scena) rispetto a un altro, così ribadendo, accettando e testimoniando la massiva invasività psichica e pratica di un modello basato sulla subalternità – con buona pace degli autori invocati quali numi tutelari.

MDLSX è allora uno spettacolo che, vista la solidità e l’emotività inscenata, pur non patendo la pochezza drammaturgica di un’originalità basica e purtroppo spesso naïf (le tute Kaspar Hauser style dal film di Davide Manuli con la stessa Calderoni protagonista, l’insistere sulle autoriprese, il laser vaginale, la cogestione sonora con Enrico Casagrande), mostra notevoli lacune ideologiche che, nel complesso, inficiano il tentativo di scardinamento di un dispositivo fondato sulla discriminazione e l’inferiorità tra generi, così regredendo all’antitetico piano delle rivendicazioni di legittimità di una (qualsiasi) momentanea adesione sessuale.

Un dispositivo di ieri che, tragicamente, adombra l’oggi, stagliandosi tra passato e avvenire, e che avrebbe bisogno di ben altro che MDLSX o di elemosine come la Legge Cirinnà nella sua edulcorata versione finale per essere radicalmente, autenticamente e criticamente messo in discussione.

Lo spettacolo è andato in scena:
Angelo Mai Altrove Occupato

viale delle Terme di Caracalla 55a
dal 23 al 27 febbraio 2016, ore 21

MDLSX
regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
drammaturgia Daniela Nicolò e Silvia Calderoni
con Silvia Calderoni
suoni Enrico Casagrande
in collaborazione con Paolo Baldini e Damiano Bagli
fonica Paolo Panella
luce e video Alessio Spirli
produzione Elisa Bartolucci e Valentina Zangari
promozione Italia Sandra Angelini
distribuzione estera Lisa Gilardino
produzione Motus 2015
in collaborazione con La Villette – Résidence d’artistes 2015 Parigi, Create to Connect (EU project) Bunker/ Mladi Levi Festival Lubiana, Santarcangelo 2015 Festival, Internazionale del Teatro in Piazza, L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, MARCHE TEATRO
con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna

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