L’eterno fascino del mito

Ostia Antica All’interno della rassegna estiva dedicata al teatro classico, nella splendida location degli scavi di Ostia Antica, si è consumato il dramma raccontato nella Medea di Euripide, con una Pamela Villoresi in ottima forma.

Almeno dal secolo VIII a.C. esistono frammenti che attestano la popolarità del mito di Medea. Figlia di Eete, discendente di Elios e sovrano della Colchide, e di Asterodea, potente maga e ninfa del Caucaso, Medea è la fanciulla che aiuta Giasone a recuperare il Vello d’Oro sacro a Zeus e a condurre la Argo, la gloriosa nave degli Argonauti, in Grecia. Colpita da una freccia scagliata da Eros su indicazione di Afrodite, Medea si innamora fatalmente dell’eroe e da questo sentimento sarà dominata sempre in ogni sua azione. L’amore la spinge a tradire il padre, provocare la sua morte e a uccidere il proprio fratello. Quando si parla di sacrifici per il bene della coppia, ebbene Medea ne compie di concreti e guadagna dieci anni di vita coniugale e due figlioletti. Nel V secolo (431 a.C.) Euripide, drammaturgo ateniese tra i fondatori della tragedia classica, canonizza il personaggio nell’opera omonima e semina il terreno della cultura occidentale di tutti i tempi (proprio dalla Grecia resa oggi, con la crisi finanziaria, malerba dell’Europa) definendo tematiche universali eterne in un dramma umano (seppure di mito si parla) di una modernità sconvolgente nei contenuti, nelle dinamiche e nella struttura teatrale tutta racchiusa nello scrigno psicologico. Il testo di Euripide racconta l’ultimo giorno di Medea a Corinto prima dell’esilio coatto imposto da Giasone, deciso ad abbandonare la famiglia per sposare la figlia del re, Glauce (o Creusa). Medea, si trova improvvisamente senza marito, famiglia, patria, prospettiva, tradita nella fiducia dei propri sentimenti, ingiuriata, sola. La furia da Erinni la condurrà a ristabilire la giustizia per i giuramenti disonorati con una reazione totale, una punizione feroce che si consumerà nella morte di Glauce e del re di Corinto e poi, terribile, nell’assassinio dei due figli innocenti i cui cadaveri la madre trasporterà via tra le braccia fuggendo da Corinto a volo di un carro trainato da serpenti alati, negando a Giasone il conforto di seppellire l’amata prole.

Il sodalizio artistico Panici-Villoresi lavora sulla Medea di Euripide dal 2010, presentandolo in giro per l’Italia. Una riduzione tradizionale, senza pretese avanguardistiche, ma tesa a valorizzare il testo, violento di suo e scioccante alla base. Gli attori si muovono sulle interessanti scene disegnate dall’artista Michele Ciacciofera, che qui probabilmente si disperdono nel suggestivo paesaggio archeologico risultando meno efficaci. Come le musiche, non proprio necessarie, che hanno mascherato con il proprio volume le parole di alcuni attori, spesse volte quelle della prima corifea. Perplessità sui costumi degli interpreti maschili, specialmente Giasone, una versione affatto corinzia di un musicista grunge. Tuttavia si tratta di inezie, quando lo spettacolo risulta equilibrato e coinvolgente. Medea diviene metafora della donna vincolata in un ruolo prefissato, costretta a dichiarare guerra per conquistare la propria libertà in un tessuto sociale che la rende straniera agli occhi dello Stato e di sé, bandita dal dominio sul proprio corpo e sulle proprie scelte. Non stupisce quindi che l’intero allestimento sia un meccanismo che ruota intorno alla protagonista, il personaggio Medea e il talento travolgente di Pamela Villoresi, musa di Strehler. Travolgente, appassionata, la Villoresi largheggia con una recitazione intensa, luminosa nel suo acceso abito rosso fuoco, rosso sangue. Rappresenta una donna priva di reticenze che palesa in modo esplosivo ogni emozione, sia l’amore o la rabbia, la delusione, i dubbi oppure il trionfo. Una donna abbandonata che più volte invoca aiuto, senza che un dio ascolti la sua preghiera e inveisce contro il vero responsabile della tragedia, l’uomo. Le motivazioni addotte dallo smanioso marito fedifrago si appellano alla convenienza dell’unione con la giovane figlia del re di Corinto, la prospettiva della fama e la gloria derivante che l’eroe considera valori assoluti. L’amore coniugale per Giasone è un puro accessorio, trascurabile e più ancora, manipolabile, strumento di auto-affermazione nel mercato sociale. Opinione che lo slega da qualsiasi obbligo nei confronti di Medea, colei che ha permesso agli Argonauti di terminare con successo la loro impresa. Non a caso Dante lo spedisce all’Inferno, nella prima delle Malebolge, tra i seduttori per proprio interesse. La vendetta di Medea, però, appare sproporzionata e terribile, non ammette alcuna riduzione della pena, procede implacabile compreso l’omicidio dei figli, come atto d’amore. Eppure è straordinario come un atto tanto deplorevole, così come lo vediamo, non risparmi nessuno di noi spettatori da un irrefrenabile senso di pietà.

Medea madre, Medea assassina, Medea moglie, barbara, eroina. Medea offesa, Medea fragile, ardita, nobile, Medea depravata, straniera, Medea folle e sconvolta, isterica, disperata e spietata. Medea la strega, Medea la donna. Paradossalmente la figlicida per antonomasia è stata condannata dall’arte a un eterno parto. Il personaggio di Medea ha attraversato trasversalmente i secoli, maliarda: la troviamo negli scritti di Pindaro, Ovidio e Seneca, raffigurata sui bassorilievi a Pompei, nelle gemme, nella pittura espressionista, torna a teatro in Francia ispirando Pierre Corneille, nell’opera lirica, al cinema con un affermato Pasolini e un giovanissimo Lars Von Trier, diventa la rappresentazione dell’antinazismo, dei conflitti razziali africani, è stata persino un uomo in una rassegna del teatro gay a Seattle. Tutto e il contrario di tutto, Medea probabilmente non finirà mai di raccontarsi e insieme, di narrare noi stessi. Per una sera di luglio, Medea è giunta nello splendido scenario del Teatro Romano di Ostia Antica ed era proprio lei in carne e ossa. Il suo rancore, la passione, il tormento, la sofferenza urlata hanno lacerato il buio.

Lo spettacolo continua:
Teatro Romano Ostia Antica
via dei Romagnoli, 717 – Ostia Antica (Roma)
giovedì 26 luglio, ore 21.00
(durata 1 ora e quaranta circa, senza intervallo)

Associazione Teatrale Pistoiese, Artè Stabile di Innovazione e Teatro dei Due Muri presentano
Medea
di Euripide
regia Maurizio Panici
traduzione e adattamento Michele Di Martino, Maurizio Panici
con Pamela Villoresi, Massimiliano Franciosa, Renato Campese, Maurizio Panici, Silvia Budri De Maren, Andrea Bacci, Evelina Meghnagi
progetto scenico Michele Ciacciofera
elaborato da Giorgio Gori
costumi Michele Ciacciofera
luci Emiliano Pona
musiche Luciano Vavolo
canti Evelina Meghnagi

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