Cuore rapace contro un sangue a lei caro

teatro-eliseo-roma-80x80La straziante vendetta di Medea tinge di nero il palcoscenico del Teatro Eliseo. Pierpaolo Sepe sceglie di immergere il pubblico nelle cupe tenebre del furore, entro le quali riluce come riflesso su una lama l’ineluttabile bravura di Maria Paiato.

La fortunata tournée di Medea nella versione di Pierpaolo Sepe e interpretata da una magnifica Maria Paiato prosegue  il suo viaggio. Partita da Milano a ottobre, è giunta finalmente a Roma, incorniciata dallo storico Teatro Eliseo. Esistono innumerevoli rielaborazioni del mito di Medea, eppure è possibile individuare due principali riferimenti teatrali classici: Euripide in greco e Seneca in latino. È bene sottolineare questa distinzione, perché i due autori hanno elaborato la trama, e quindi i personaggi, in modo assai diverso. Euripide è il primo a codificare la tragedia, indagando la psicologia di una donna dolorosamente umana, un’antica regina preda del Fato (l’amore per Giasone ispirato da Afrodite) e predatrice di vendetta come auto-affermazione dei propri diritti. Seneca trae ispirazione dal greco, ma rielabora il materiale secondo una visione  stoica. Il filosofo cordovese, tutore del giovane Nerone, sceglie un approccio didattico utilizzando il personaggio di Medea come exemplum negativo, condannato dallo stesso coro. Le azioni compiute dalla discendente di Febo, regina della Colchide, moglie di Giasone e madre di Mermero e Fere rappresentano la depravazione del senno abbandonato lascivamente alla mercé delle passioni e, di contro, agiscono da elogio alle virtù della moderazione, dell’apatia (in senso filosofico) secondo i canoni di comportamento stabiliti. La Medea di Seneca è un personaggio mostruoso, penetrare la sua ottica è un’impresa. Ogni sezione dell’opera sembra montata verso una spettacolarizzazione del furore che sfocia nella brutale follia. Sangue chiama sangue, la madre uccide i figli per punire il marito, colpirlo nel suo punto debole, con coscienza. L’inferno verso il  quale si muove Medea è scientifico, la donna preferisce indugiare sul proprio sentimento amoroso, barattarlo addirittura con la morte del fratello, smembrato e gettato a mare, e tale volontà è la causa funesta della sua profonda, inconsolabile sofferenza. L’adattamento di Sepe deriva proprio da questa versione latina della tragedia, se possibile più crudele, fosse solo per la messa in scena dell’omicidio in due tempi prima di uno e poi dell’altro figlio sul tetto della casa, dopo aver atteso Giasone per farlo assistere allo scempio. Tuttavia, senza una conoscenza pregressa della trama, tutto quanto avviene ha la sua difficoltà di comprensione. Da una parte  vengono dati per scontati gli elementi portanti della trama, con una accelerata insistenza sulle nefandezze di Medea, gli atti immorali da lei compiuti (anche se, dichiara, per amore). Dall’altra il pubblico è distratto dalla messa in scena. In uno spazio chiuso da vetrate frantumate, illuminato da una luce lunare, immerso nella nebbia, si consuma la tragedia, affidata alle parole che si fanno azione drammaturgica. I cinque personaggi, Medea, Giasone, Creonte e due moderni coreuti, divengono cantori di disgrazie in uno spazio decisamente dark, che rende ancora più cupe le parole. I movimenti dei corpi sono precisi, come pure il tono della voce, controllata, regolamentata. Ci si perde a osservare la scioltezza dei gesti, ad ascoltare il volume delle voci che non esaltano la poesia delle parole, la stancano. A questo punto possiamo dirlo, Medea è uno spettacolo che si regge completamente sulla formidabile interpretazione di Maria Paiato. Dall’aspetto marcatamente androgino,  in una versione di Neo, l’Eletto di Matrix, l’attrice con la sua voce a tratti tonante a volte fragile e minuta, la tensione viscerale, il tremore dei pugni chiusi a stritolare la pietà, gli occhi feroci e senza paura diviene un punto cardinale. Il resto, anche il lavoro più o meno buono del cast, sembra marginale, periferico. Il fatto è che la rappresentazione non appare costruita in funzione del testo, ma è il testo modificato secondo le esigenze rappresentative. La volontà è quella di allestire un horror della colpa, i toni si mantengono notturni, neri, il risultato però è che i personaggi possano soffrire un vago senso di evanescenza. Un esempio su tutti, il personaggio interpretato da Giulia Galiani è un misto tra Frankenstein Jr, Rocky Horror e Hermione Granger di Harry Potter, non sembra mai presente a se stessa. Una scelta precisa, un’interpretazione personale di Seneca e per questo meritevole, ma senza il fuoco acceso dalla Paiato a indicare la direzione dell’opera, saremmo forse approdati al teatro sperimentale, concettuale, con tanto di introduzione in chiusura al tema delle carceri. Uno spettacolo interessante dal punto di vista intellettuale, sebbene poco coinvolgente da quello emotivo, la Medea che trapela dall’opera non appare come una donna, ma un titano, un demone, una strega, quando non un uomo. Maria Paiato diretta da Sepe regala al pubblico un personaggio ferocemente grandioso, nonostante tutto.

Medea

Lo spettacolo continua:
Teatro Eliseo

via Nazionale, 183 – Roma
fino a giovedì 17 aprile 2014
orari: martedì, giovedì, venerdì ore 20.45, mercoledì e domenica ore 17.00, sabato ore  ore 16.30 e 20.45,
(90 minuti senza intervallo)

Fondazione Stabile Contemporanea
Teatro stabile d’innovazione presentano
Medea
di Seneca
traduzione e adattamento Francesca Manieri
con Maria Paiato, Max Malatesta, Orlando Cinque, Giulia Galiani, Diego Sepe
regia Pierpaolo Sepe
scene Francesco Ghisu
costumi Annapaola Brancia D’Apricena
luci Pasquale Mari
trucco Vincenzo Cucchiara
foto Pino Le Pera
aiuto regia Luisa Corcione
direttore di scena Clelio Alfinito
tecnico elettricista Carmine Pierri
realizzazione costumi Sartoria Orlì
assistente volontario scene Valeria Mangiò
assistente volontario costumi Claudia Volpe
assistente volontario regia Simone Giustinelli
grafica Luca Marcogliano

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