Il grido silenzioso intorno all’assassinio dei nostri figli

Torna a Bologna il Collettivo InternoEnki, vincitore del Premio Scenario per Ustica 2013, a testimonianza di un teatro contemporaneo che in Italia c’è e finalmente si vede.

Profuma di pomodoro appena tagliato e pronto per diventare salsa l’aria che dal palco ricopre lenta la platea: con frenesia e ritmo, i parenti tutti si sono riuniti per lavare, asciugare, tagliare, imbottigliare, far bollire le conserve, in un’immagine che ricorda una consolidata catena di montaggio. Chi non è già parente presto lo diventerà, quasi a voler rimarcare un’appartenenza genetica a un contesto che non prevede finestre per guardar fuori.
Come schizzi di sugo, parole e azioni guizzano improvvise macchiando il perfetto quadretto bucolico che narra di un’abitudine contadina che sa di tradizione, di terra, di fame, di sud. Per lavorare devi andare in Germania e non serve imparare la lingua perché il ritorno in paese è deciso ancor prima della partenza. Se vuoi fare l’università, Bari è la tua meta, sempre vicino alla famiglia ma abbastanza lontano da poterne fare un vanto. Comunista è la voce fuori coro che non ringrazia chi porta lavoro ma ne evidenza i traffici illeciti, urlando le sporche conseguenze che questo civil straniero porta con sé.

È uno Giasone questo affascinante straniero. Facile innamorarsene, quasi fino a perdere il lume della ragione. Gli si permette di tutto: di circuire, incastrare, imbrogliare, torturare terre e speranze. Promette di realizzare sogni di futuro e poi li divora voracemente.
Se si è fortunati, insomma, si passa la vita a elargire fiducia e far da bestia a padroni sconosciuti. In fondo ci vuole poco per accecare il povero: basta donargli una scarpa, con la promessa di fargli avere anche l’altra, una volta supportata la sua scalata al successo. Il che non appare come ricompensa all’arrendevole supporto dato al potente invasore, bensì come un gratuito atto d’amore di un padre generoso, venuto a portare ricchezza.
È una subdola carità, che lascia il popolo per molto tempo mezzo scalzo, fermo nel suo sempre reiterato stato di attesa del miracolo. Si cammina, pertanto, zoppicando, con un piede nella scarpa e uno che tocca terra, quella terra madre torturata dalle trivellazioni, benefattrice perché ricca di petrolio e di cibo ma anche tomba per i suoi stessi figli.

Medea ci è cascata, anzi ci cade sempre. Si è innamorata di Giasone anche questa volta. Si è invaghita delle sue promesse e le ha affidato il suo regno e i suoi figli lavoratori e lui l’ha tradita. I fagioli si sono seccati, le vacche hanno fatto il latte giallo, le galline sono morte, l’acqua non è più potabile, la vigna non da più uva per il vino. E ancora, li ha fatti ammalare di tumore, li ha fatti lavorare senza protezione. Ancor peggio, si è portato dietro i lavoratori dal proprio paese.
Ma Medea e il suo popolo lo sapevano già. Neppure i botti dei fuochi d’artificio della festa della Madonna sono riusciti a coprire il rumore della domata rassegnazione, di quella docile sottomissione che oramai ha la forma dell’abitudine.
Avrebbero voluto andare via i suoi figli: «Ma’, me ne voglio andare» è il leitmotiv di un disperato aggrapparsi alla vita, quando si è già malati, quando si sa già che non è più possibile partire. E adesso chi le indosserà più quelle due paia di scarpe?

M.E.D.E.A. è l’acronimo di Master in Management e Economia dell’Energia e dell’Ambiente promosso da Eni.
Il Collettivo InternoEnki, nato a Roma nel 2010 e che coinvolge un numeroso gruppo di giovani attori provenienti da tutta Italia, è partito da qui per costruire uno spettacolo che, procedendo per immagini narranti, si fa emblema della sorte tragica di una terra di poveri e onesti credenti. Con un ritmo crescendo e andante, mischiando temi, usi, parole e suoni di un altro tempo, narra l’epica vicenda di una madre che decide di sacrificare i suo figli in nome di una possibilità di vita, l’unica possibilità di vita che conosce.
Su un palco vuoto, prende forma la storia di un’anima straziata, la cui storia tiene aggrappata all’amata e amara terra, pronta a sacrificarsi per il fantasma del benessere.
In scena all’interno de Il Giardino della Memoria, per il XXXIV anniversario della strage di Ustica, Medea Big Oil è la storia della Basilicata, del sud ma alla fine è la storia di tutta l’Italia. Chi, di noi, oramai può possedere e portare due scarpe uguali senza pagarne il prezzo?

Lo spettacolo è andato in scena
Museo per la Memoria di Ustica
Parco della Zucca – via di Saliceto 3/22, Bologna
giovedì 10 luglio, ore 21:30
ingresso libero

Medea Big Oil
scritto e diretto da Terry Paternoster
con gli attori del Collettivo InternoEnki
1° Coro Maria Vittoria Argenti, Teresa Campus, Ramona Fiorini, Chiara Lombardo, Terry Paternoster, Mauro F. Cardinali, Gianni D’Addario, Donato Paternoster, Alessandro Vichi
sostituti 2° Coro Elena Cucci, Valentina Izumi Cocco, Monica Mariotti, Anna Ferraioli Ravel, Michela Ronci, Salvatore Langella, Angelo Lorusso, Ezio Spezzacatena, Pierfrancesco Rampino, Matteo Vignati
produzione Internoenki
disegno luci Giuseppe Pesce
assistente tecnico Ezio Spezzacatena
organizzazione Anca Enache
residenze artistiche Teatro Bi.pop c/o Zona Rischio Casal Bertone (Roma) –  Teatro Sala Umberto (Roma)

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