Scendere a patti?

Mefistofele, l’opera di Arrigo Boito, chiude la Stagione lirica 2015-2016 del Teatro del Giglio di Lucca – lasciando qualche perplessità.

Se dicono il vero gli orientali quando ritengono d’individuare nel cambiamento la vera natura dell’umano – perché tutto si modifica – la Stagione lirica rimane, nell’esistenza di un teatro, una nota ambigua. Refrattaria ai cambiamenti, persiste reclusa nel suo baluardo. Ci canta addosso dalla sua turris eburnea, preclusa a noialtri che siamo parte di quell’universo in movimento.
Il vero patto col diavolo, signori, sembra averlo stretto l’Opera.
9 aprile, un sabato a Lucca. Il Giglio non vedeva un Mefistofele da ottant’anni. Lo porta in scena, in collaborazione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro Sociale di Rovigo, partecipando al Festival pisano Demoni e angeli – Il mito di Faust.
L’opera di Boito, autore scapigliato – e pertanto scisso, rovente, insofferente agli schemi, un Lucifero con la penna – ha una genesi complessa e una tormentata prosecuzione. Liquideremo in fretta gli antefatti dicendo che la prima stesura non piacque, che non venne incontro al gusto, alla comprensione di un Paese perbene, un po’ chiuso, bigotto di comodo, com’era (e forse è) l’Italia del 5 marzo 1868, data del disgraziato debutto.
Incassato il colpo, Boito ripropone l’opera nel ’76. Toglie l’intro teatrale, l’ambientazione medievale, un intermezzo particolarmente pruriginoso per la morale clericale ottocentesca. E sulla donna, Margherita, calca pesantemente il tasto del patetismo. Ma l’officina dell’artista è irta di cristalli – è cosa risaputa. E l’opera compiuta è assai simile a una composizione da tavolo, ossia quelle ottenute impilando meticolosamente un calice sull’altro, sudandovi sopra. Difficile dire quale versione avremmo oggi maggiormente apprezzato, se questa o la prima. Pertanto, neppure ci proviamo. Seppelliremo queste ossa dove le abbiamo trovate e smetteremo di specularvi sopra. Andiamo avanti, dunque.
La regia di Stinchelli porge il meglio di sé nella realizzazione del prologo, dove la scenografia di Biagio Fersini (ma su ideazione di Stinchelli) ci serve un paradiso che è: “fonte inesauribile di Luce e di energia cromatica […] cristalli che coinvogliano come antenne le energie universali […] un’atmosfera rarefatta” (Stinchelli), che vela il Chorus Mysticus, ridotto a pallide silhouette di profondo pathos. La presenza insistente dell’incenso e del suo valore sinestetico è un ulteriore affondo nella sensibilità del pubblico. Perfetto. Almeno finché, a conclusione del quadro, non si ha l’idea d’illuminare il coro, rivelandone le sembianze umane e palesando, purtroppo, lo splendido l’artificio.
La cortina di tela che amplifica le distanze, che funziona quale separazione tra spazio umano ed empireo – durante il succitato prologo – cala sulle altre scene come una mano che attanaglia e costringe spettatore e cantante. Ogni volta che è alzata, l’occhio del pubblico respira, il gesto attorale si espande. E se l’atto del Sabba classico veleggia in uno spazio che pare preso da certe stampe Art Nouveau – ma con scarti di gusto plastico verso l’ultima pubblicità di Olympia. Per la morte di Margherita la scenografia è, al contrario, di estrema efficacia grazie all’uso della luce, dilettosa scultrice, che si adopera su una materia disadorna. La presenza stabile, sull’ala destra, della biblica scala angelica, assume la natura di un monolite altero che mai diserta la scena.
Per il resto, l’utilizzo delle proiezioni sta diventando routine nei teatri italiani. Si tratta indubbiamente di una soluzione pratica, ma deleteria per la tattilità di un’opera. Così come il mix di mezzi espressivi e linguaggi non sempre giova all’unità della messinscena di prosa. Se nella rappresentazione di un aldilà inarrivabile non avremmo potuto chiedere di meglio, lo stesso non si può dire per le scene successive dove la proiezione sembra una sovrascrittura piuttosto che uno sfondo appropriato.
A emendare talune scelte, le voci di Giacomo Prestia – Mefistofele talentuoso, dotato di un ottimo fraseggio e bel timbro, e pienamente calato nel ruolo nonostante il costume ne sminuisca la possanza – e di un’intensa Paoletta Marrocu, che uccide con stile la sua Margherita (“L’altra notte in fondo al mare”). Roy Cornelius Smith sostiene bene il ruolo di Faust soprattutto negli acuti; mentre il bouquet di cori – tra i quali ne figura uno di voci bianche infantili – regala, tanto nei panni mistici quanto nella brutalità del Sabba, istanti cui varrebbe la pena rivolgere le fatali parole: “Arrestati, sei bello!” (Epilogo). Purtroppo non si può dire altrettanto della gestualità delle danzatrici e dei danzatori in scena.
In breve. Intensa ed emotiva, ma a tratti démodé, la rappresentazione cui abbiamo assistito si sposa bene con un pubblico di melomani poco avvezzi alle nuove interpretazioni, che ormai sono di norma all’estero – mentre la prova attorale di Prestia si discosta dalla media in scena e, a tratti, si fa intensa e vigorosa, subdola e sempre intelligente. Le scenografie, complessivamente d’atmosfera, qualche volta scadono nel kitsch (si veda il Sabba classico). Laddove un sorriso invita il pubblico a sospendere la propria incredulità, quando pone fanciulle asiatiche in un Sabba ellenico o interpreti di colore (seppure innegabilmente bravi) nei panni di pensatori cinquecenteschi dell’Europa del Nord. La qualità canora non manca e neppure un piacevole gioco di acustica – scaturito da una situazione forse fortuita: la fossa orchestrale troppo esigua, che ha costretto i fiati in barcaccia, generando una vera e propria pioggia mistica nello squillare delle trombe celesti. Ma la carica melodrammatica a volte gronda e la platealità dei gesti (da cui si discostano Prestia e la morte di Margherita) hanno davvero un che di vetusto.
Si va all’Opera, si viene via. La Stagione termina qui. E tuttavia non è possibile negare il fatto che a molti sarà piaciuto, questo Mefistofele, più di altre rappresentazioni. L’arte si adegua al suo pubblico, da sempre (come Boito dovette imparare a proprie spese). Ma quanto è lecito adeguarsi?

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio

Lucca
sabato 9 aprile, ore 20.30

Mefistofele
opera in un prologo, quattro atti e un epilogo su libretto di Arrigo Boito, da Goethe
musica Arrigo Boigto
Editore Casa Ricordi, Milano
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 5 marzo 1868 (seconda versione: Bologna, Teatro Comunale, 4 ottobre 1875)
MEFISTOFELE Giacomo Prestia
FAUST Roy Cornelius Smith
MARGHERITA Paoletta Marrocu
ELENA Elisabetta Farris
MARTA Sandra Buongrazio
NEREO Sergio Dos Santos
PANTALIS Moonjin Kim
WAGNER Sergio Dos Santos
direttore Francesco Pasqualetti
regia Enrico Stinchelli
scene Biagio Fersini (su ideazione di Enrico Stinchelli)
videomaker Mad About Video (MAV) di Malta
disegno luci Michele Della Mea
regista assistente Lorenzo Maria Mucci
assistente alla regia e Lilith Rosangela Giurgola
Orchestra della Toscana
CLT Coro Lirico Toscano
Maestro del Coro Marco Bargagna
con la partecipazione di Laboratorio Lirico San Nicola
Maestro del Coro Stefano Barandoni
Pueri Cantori di San Nicola e Santa Lucia
Maestro del Coro Emma Zanesi
nuova produzione Teatro Verdi di Pisa
coproduzione Teatro Verdi di Pisa, Teatro del Giglio di Lucca, Teatro Sociale di Rovigo

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