«Volevano seppellirci, ma non sapevano che eravamo semi»

due-teatro-roma-80x80All’interno della rassegna A Roma, a Roma!, prende forma Megalopolis, lo spettacolo-protesta della compagnia Instabili Vaganti, ospite del Teatro Due di Roma, che informa e sconvolge.

Il progetto Megalopolis è nato nel 2012 a Città del Messico dalla volontà di artisti e studenti dell’Università. Lo scenario che ispira questo esperimento è la Piazza delle tre culture, meglio riconosciuta come Plaza de Tlatelolco, nota per il massacro del ’68, dove oltre trecento giovani vennero uccisi da esercito e polizia a pochi giorni dall’inaugurazione delle Olimpiadi di Città del Messico. Megalopolis è un occhio puntato sui vari scenari del mondo, a partire da quelli di disagio e lotta, dove i diritti umani vengono usurpati e le diverse libertà limitate da imposizioni restrittive. «È un grande laboratorio teatrale internazionale che vuole indagare il processo della globalizzazione in tutti i suoi aspetti positivi e negativi».
Il lavoro delle compagnie, dunque, si concentra principalmente sulle grandi città, le megalopoli appunto, fonti inesauribili di esperienze urbane ideali per studiare, indagare, analizzare, e poi svolgere e diffondere un teatro sociale.

Lo spettacolo porta l’attenzione sull’ultima strage messicana, su quel 26 settembre 2014, quando 43 studenti di Ayotzinapa (Iguala, Messico) scomparvero – morti, bruciati vivi e sepolti in una fossa comune – dopo un fermo dalla polizia. Sono i nuovi desaparecidos, scomparsi dal risvolto tragico, su mandato di un narco-governo. Storie che si ripetono: governi, associazioni, strutture sociali, forze del dis-ordine e vittime, a volte singole, a volte numerose. Odierna la tragedia e odierno il linguaggio con cui la compagnia porta in scena lo spettacolo. Nel titolo viene, infatti, utilizzato un simbolo che invade la rete, l’hashtag, per promuovere e diffondere una forma di conoscenza che arrivi ai più. Nessuno deve rimanere disinformato di fronte a quanto avvenuto. Da un’azione urbana, quindi dal basso, si ambisce al più vasto mondo del web, rendendo partecipi e non estranei ai fatti, abolendo il camuffamento dei fatti, l’omissione e la censura. «Re-azioni artistiche alle quali abbiamo voluto dare un contributo attraverso il nostro linguaggio teatrale, il nostro progetto, per difendere una libertà di opinione, di espressione e di manifestazione sempre più minacciata in tutto il mondo».

Contemporanea anche la forma dello spettacolo. Un teatro fisico, fatto di materia recitativa, supporti di immagini e sonori, di diverse forme che coinvolgono il canto e melodie strazianti, cariche di pathos. Corpi che si contorcono, che simulano il dolore, che danno risalto ai gesti, un’azione performativa che desta turbamento, scuote e permea. E la reazione del pubblico alla fine dello spettacolo, cioè qualche secondo di silenzio prima di partire con l’applauso, è essa stessa indice di un riuscito effetto. Il pubblico è pietrificato, sconcertato dal modo in cui i giovani artisti sono riusciti a immedesimarsi e a far immedesimare in un dolore, in un’ingiustizia, forse, in realtà indefinibili. Ecco che per definirle e comprenderle si impiega il più comunicativo linguaggio del corpo, le parole che sono slogan e espressioni che ricordano l’animosità che riscalda le piazze «Vivos se los llevaron y vivos los queremos!». Come anche immagini sul fondale, foto degli studenti che si alternano per tutto lo spettacolo, accompagnate da parole che si ripetono, rimbombanti, lente, pesanti, laceranti, utilizzate in modo tale da imprimere nella mente tutta l’angoscia del caso, tutta la tristezza che, da propria di un popolo, diviene comune, la rabbia e l’indignazione, il dolore per le vittime di Ayotzinapa, lo spettro inquietante del fenomeno dei desaparecidos che ritorna.

Lo spettacolo procede come a rallentatore, come se il tempo si fosse fermato nell’osservanza di un lutto. La sensazione è, infatti, quella della perdita, che è difficile da elaborare, poiché certe ferite continuano a sanguinare e anche a divenire infette se il corso della giustizia non cambia. Procede con la ripetizione incessante dei nomi degli studenti che vengono rievocati numerose volte, fino allo sfinimento, con cadenza martellante. C’è urgenza di riscatto e si avverte l’impegno, la solidarietà la vicinanza ai ragazzi. Estremamente reale, non si applicano tagli nel narrare i dettagli delle torture, nel rappresentare un urlo disperato che ci riporta alla mente i versi di Quasimodo, «l’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo». Estremamente reale perché lo spettacolo è volutamente messa in scena di questo orrore, sperimentalismo che accresce l’emozione e gli spasmi dati da concitazione e sofferenza. Il messaggio è che siamo tutti coinvolti, nessuno escluso «anche se ora ci siamo tutti, non siamo tutti» e «se tu fossi il 44?».
«Iguala è diventata sinonimo di trauma collettivo. Il Messico è in lutto» dichiara John Gibler.
Senza alcun sentimentalismo, i ragazzi riportano il senso di speranza e di lotta che anima giovani e piazze, il concetto che chi semina odio raccoglie rivolta, la certezza che se toccano uno e come se avessero fatto torto all’umanità intera, e per utilizzare le parole di Brecht «quando l’ingiustizia diventa legge la resistenza diventa dovere». Gesti dirompenti e forti hanno infiammato e continuano a infiammare le piazze del mondo e vengono, quindi, riportati sulla scena simbolicamente. Le mani di rosso sangue dipinte, lo straziante soffocamento di una bocca che anela libertà e rantola un «no quiero vivir mas con miedo», non voglio più vivere con paura. Atti sovversivi, complici e solidali, lo spettacolo dovrà girare, noi assieme a loro non dimentichiamo.

No olvidamos.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Due

via dei Due Macelli 37 – Roma
dal 17 al 19 marzo 2015

MEGALOPOLIS # 43
Progetto internazionale Megalpolis
scritto, diretto e interpretato da Anna Dora Dorno
con Nicola Pianzola e la compagnia Instabili Vaganti

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