Memoria

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La perdita della memoria – dovuta al passare del tempo, all’invecchiamento, alla morte dei testimoni oculari, o al negazionismo – quale fulcro centrale del lavoro scritto e diretto da Eugenio Barba.

Una messinscena minimal: due paraventi, un tavolinetto con teiera e tazza, un altro con un orsetto di peluche vestito da bambola, due sole lampade a illuminare il palco e i performer, che padroneggiano voce, canto e musica dal vivo per ricreare l’atmosfera e attrarre l’attenzione del pubblico. Attrarre l’attenzione del pubblico attraverso qualità tecnico/performative che permettono all’individuo di trasformarsi in interprete – questo, in una sintesi forse irrispettosamente troppo concisa, il teatro di Eugenio Barba. E tutto, sul piccolo palco/non palco della Sala Cieślak del Teatro Era, funziona o sembra funzionare. Nessuna sbavatura, nessun gesto che non sia controllato fino all’eccesso, nessuno spazio per l’improvvisazione, l’errore o un guizzo di sincerità.
Di fronte ai nostri occhi, Else Marie Laukvik racconta la storia di due giovanissimi ebrei sopravvissuti all’Olocausto. Il testo di Barba si concentra su due frammenti di esperienza: restare in piedi nel cortile del campo di concentramento, in un gelido inverno, in attesa dello spidocchiamento, mentre i compagni di prigionia cadono a terra assiderati; ed essere in fila con un gruppo bambini, vedendoli freddare, uno a uno, con un colpo di pistola sparato in bocca. I due racconti si srotolano e si concludono felicemente.
Poi la memoria comincia a rivelarsi fallace: al racconto lineare si sostituisce quello frammentario – che accomuna, stranamente, vecchi e bambini, non più consci del passare del tempo, del prima e del dopo. Ma Barba resta fedele a un tecnicismo di precisione nel suo raccontare i fatti, una seconda volta, da A a Z, non passando da R a T a C e poi B. Ma mantenendo una cronologia, nella frammentazione, che è lontanissima dalla realtà psicologica e fisiologica della perdita di memoria. E così Else Marie racconta B e poi C, poi R e infine T. Anche quando sembra sbagliare, confondersi, ricorrere all’aiuto del compagno, Frans Winther, il movimento abbozzato, il gesto abortito, la frase lasciata a metà hanno una perfezione talmente cristallina da non lasciare mai nell’incertezza lo spettatore: tutto è finzione, in questa messinscena, tutto è invito alla meraviglia per la performance in atto. Di nuovo il quadro si compie, con infinita esattezza, un pathos perfino maggiore e, a volte, quasi asfissiante – come quell’odore dolciastro che emettono i fiori marcescenti nei cimiteri.
I due pendant sono dedicati a scrittori, sopravvissuti ai campi di concentramento, che si sono suicidati in tarda età – Jean Amery e Primo Levi. Due postille al discorso che sembrano ripensamenti posticci. Il primo forse aggiunge all’orrore dell’Olocausto il tema della coscienza delle proprie origini (Amery, prima della guerra, era cresciuto come cristiano e solo con il Nazismo aveva scoperto le sue radici etniche, ovviamente ebraiche), il secondo quello dell’inutilità della storia (Elie Wiesel, alla notizia del suicidio di Levi, avrebbe commentato che probabilmente lo scrittore italiano aveva visto qualcosa di brutto, avrebbe compreso che l’Olocausto non aveva insegnato nulla all’umanità). Ora, quest’ultimo punto, soprattutto, visto il lager a cielo aperto della Striscia di Gaza e la persecuzione del popolo palestinese da parte degli israeliani fa riflettere (e vista anche la recente dichiarazione di Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello Stato israeliano). Fa pensare essere ancora qui ad arrovellarsi il cervello sull’Olocausto (certamente tra i peggiori orrori, drammi e ignominie della storia recente), senza però considerare che quella storia e memoria dovrebbero servire, oggi, a evitare lo sterminio di altri popoli. La vittima non è autorizzata a diventare carnefice, e sentirsi in colpa per il passato conta meno che agire efficacemente perché non si ripeta l’orrore.
Ma torniamo allo spettacolo. Come dicevamo, il lavoro di Barba giunge a livelli di raffinatezza indiscutibili. Basti un esempio: Else Marie dice che racconterà la storia di Stella e del perché le venga da vomitare ogni volta che vede una bambola. Ora, l’attrice non racconterà mai a parole l’aneddoto esplicativo. Ma quando descriverà l’impiccagione dei criminali nazisti di fronte a Stella, svestendo di colpo il peluche e reggendolo per un cordoncino legato al collo, sarà come il coup de théâtre di un prestidigitatore. Performance e metafora indubbiamente pregnanti: l’attrice e, in controluce, il regista, ammiccano allo spettatore che, nel tradurre il segno visuale in ragionamento, si autocompiace della propria perspicacia. Ovviamente non siamo in un bar di periferia dove il gioco è capire il doppio senso della barzelletta. Qui il to play (giocare, ma anche recitare in inglese) è ai livelli di raffinatezza dello zucchero bianco.
Un recitare che, in certo qual modo, non diventa mai teatro, quanto prova di bravura, intelligenza e maestria. Ma quello scambio tra attore e spettatore, che è appunto il teatro occidentale, quel terzo teatro che Eugenio Barba enunciò, sembra venire meno. Non è un caso che gli interpreti non siano usciti per gli applausi finali: lo scambio di ringraziamenti perde il suo senso se non c’è stato scambio autentico.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era

via Indipendenza, 1 – Pontedera (PI)
domenica 28 gennaio, ore 17.30
Teatro Tascabile di Bergamo – Nordisk Teaterlaboratorium

Odin Teatret presentano:
Memoria
drammaturgia e regia Eugenio Barba
con Else Marie Laukvik e Frans Winther
testo Else Marie Laukvik, Eugenio Barba e Frans Winther
musica Frans Winther e canzoni popolari jiddish
capienza limitata consigliata la prenotazione

Fotografia di Tommy Bay

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