L’arte raffinata dello straniamento

A Uovo Performing Arts Festival due performance fanno riflettere sul nostro presente e sulla nostra realtà, per accompagnare il pubblico in un percorso dove non tutto è ciò che sembra.

Se si volesse fornire una definizione, si potrebbe dire che Uovo è performance allo stato puro. Curiosando tra le sue proposte si può trovare un’offerta assolutamente varia – come del resto aveva già preannunciato la conferenza di presentazione – che, finché non la si esplora di persona, è difficile concepire. Così come stupisce piacevolmente la presenza di un folto pubblico – numerosissimo sabato 23 marzo – che si divide tra i due eventi che si contendono il successo della serata: Forecasting di Giuseppe Chico e Barbara Matijevic e Plumes dans la tête – Stato di Grazia di Silvia Costa. Preparano alla programmazione di punta – come una sorta di aperitivo sfizioso – i video che, dalle 18, sono trasmessi a flusso continuo: Memoriesfil rouge tra gli interventi più significativi di dieci anni di Uovo – e Don’t be afraid of the clock di Pathosformel.
Passare da una modalità spettacolare all’altra innesca subito una serie di riflessioni: la differenza tra la visione di una performance in video piuttosto che dal vivo cambia di molto percezioni e sensazioni degli spettatori e, in questa occasione, se ne può fare un’esperienza diretta. Quando il pubblico è a contatto diretto con l’artista, la comunicazione non è solo tra le due parti coinvolte, ma è fortissima l’interazione tra spettatore e spettatore: non tutte le reazioni sono uguali tra loro e, se questo è un fenomeno che si può osservare comunemente nel teatro tradizionale, in quest’occasione il tutto si amplifica notevolmente.
Le tematiche affrontate sono interessanti e profondamente attuali. Sia in Forecasting sia in Plumes dans la tête si “ragiona” sul rapporto che ognuno di noi ha con la tecnologia e, nello specifico, su quanto il mondo virtuale interagisca con la realtà – in Forecasting – o con l’oscura realtà di devianze psicologiche e traumi sessuali, nella seconda performance. Argomenti in certo senso prevedibili – legati come sono alla nostra contemporaneità – ma resi in modo ingegnoso e anticonformista in entrambi i casi. L’effetto dello straniamento è, infatti, totale e immediato ma, nonostante questo, c’è un qualcosa che rende quanto rappresentato in scena assolutamente credibile. L’ideale prolungamento dei corpi sullo schermo di un pc portatile – nel lavoro di Giuseppe Chico e Barbara Matijevic – equivale alla luce riflessa dalle foglie d’oro di Silvia Costa e alla sua immobilità sospesa.
L’arte si rivela in una forma complessa ma chiara allo stesso tempo e non vi è bisogno di avere una spiegazione razionale di quello che accade in scena o di quanto si percepisce perché il pregio di questo tipo di spettacolo è il suo essere intuitivo, lasciando il pubblico libero di vivere ed elaborare l’esperienza in modi completamenti diversi – chiamando in causa anche il vissuto personale che può riaffiorare o addirittura “censurare” quanto si sta osservando.
Uovo Performing Arts Festival, ancora una volta, si è confermato un’eccellente occasione per proporre un genere che in Italia è ancora poco frequentato e che sarebbe giusto avesse maggiori spazi. Un modo per percepire e comprendere la realtà in maniera diversa e assolutamente originale.

Uovo Performing Arts Festival
è andato in scena:

Teatro Franco Parenti
via Pier Lombardo, 14 – Milano
venerdì 23 marzo dalle ore 18.00

Memories
Don’t be afraid of the clock
di Pathosformel
Forecasting
di Giuseppe Chico e Barbara Matijevic
Plumes dans la tête – Stato di Grazia
di Silvia Costa

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