Quando i servi si fecero padroni

Al teatro Vascello di Roma, una delle più celebri commedie di Plauto, Menecmi, spogliata da ogni riferimento storico e presentata con un meccanismo comico che punta tutto sulla semplicità.

I Menecmi è una delle più celebri commedie di Plauto nella quale – sull’equivoco ingenerato dal doppio (due fratelli gemelli scambiati per la stessa persona) – il suo autore fa satira sovvertendo le consuetudini socio-familiari della Roma a lui contemporanea: i giovani fanno i prepotenti e non si sottomettono agli anziani, le mogli rendono succubi i mariti, mentre i servi – invece di obbedire ai padroni – si fanno affrancare.

Questo nuovo allestimento della commedia segna il ritorno alla regia di Memè Perlini – dopo un periodo di lontananza dalle scene italiane – proprio al Vascello – il teatro di Giancarlo Nanni dove debuttò negli anni 70.
Per la messinscena Perlini – che, oltre alla regia, firma anche le scene – allestisce il palco con semplicità: due praticabili di tubi innocenti a più piani agli estremi, una pedana al centro, due costruzioni in legno di proscenio dipinte a colori pastello, una forma d’uovo e altre geometrie che pendono dall’alto e rimandano alle avanguardie artistiche del secolo scorso. Il risultato è quello di una parvenza di modernità – ormai storicizzata.

Anche i costumi coniugano il gusto classico con abiti e oggetti di scena di diversa provenienza: Menecmo indossa un casco da ciclista e una maglietta da tifoseria sportiva; sua moglie Prozia, un parasole di carta tricolore; Messanione – il servo di Menecmo II – sfoggia, su un abbigliamento da escursionista, dei campanelli rituali che suonano a ogni passo che compie; infine, nel prologo, Massimo Fedele è fasciato in un abito lungo plissé e impugna due scettri in plexiglass.

Il regista sembra così avvertire lo spettatore, fin da subito, della distanza che intende frapporre tra sé e Plauto – tra noi, pubblico moderno, e la commedia scritta per quella Roma che non possiamo più comprendere. E forse, proprio per questo, il testo messo in scena è privo di qualunque riferimento al significato storico dei Menecmi e il regista sceglie di eliminare tutti i rimandi alla cultura plautina – dal Tribunale alle cariche politiche d’epoca romana, dalle cure mediche del tempo alle divinità olimpiche.

Perlini, sul nudo meccanismo dell’equivoco, innesta una recitazione declamata, esibita, ribadita dalla musica che sottolinea gesti e postura dei personaggi (la camminata del vecchio padre di Prozia, l’aggressione a Menecmo) – mantenendo solamente i doppi sensi a sfondo sessuale che, evidentemente, sono considerati universali.

Questa scelta registica rallenta il ritmo della commedia che non può permettersi scarti di velocità. Nessun guizzo comico, quindi, anzi tempi dilatati al punto tale da arrivare a citare Chaplin (con tanto di musiche da Luci della ribalta) quando Messanione spera di affrancarsi, diventando finalmente un uomo libero.

Perlini chiede ai suoi interpreti (tutti piuttosto bravi) di usare l’armamentario completo dell’attore comico, dal nudo quasi integrale alle voci alterate (Prozia che chiama il padre insistendo sulle vocali come fanno i bambini, il medico che gioca sul falsetto e sulle note basse). Elementi che, invece di contribuire alla riuscita della messinscena, finiscono per sottolinearne le mancanze. Sembra di assistere a uno spettacolo per l’infanzia, con attori che si rivolgono al pubblico con un candore che rischia – a ogni momento – di diventare naïf, soprattutto se si pensa che gli astanti sono adulti – magari a digiuno di storia del teatro dell’antica Roma ma disposti a imparare.

Purtroppo, a fine spettacolo, non si è appreso nulla né sul teatro ai tempi di Plauto né sui motivi di riproporre un testo classico al pubblico di oggi.

Lo spettacolo continua:
Teatro Vascello
via G. Carini, 78 – Roma
fino a domenica 27 marzo
orari: da martedì a sabato ore 21.00 – domenica ore 18.00 (chiuso il lunedì)

Menecmi
di Plauto
scene e regia Memè Perlini
musiche Gianni Fiori
Alkis Zanis: Menecmo 1 e 2
Nicola D’Eramo: Vecchio
Maurizio Palladino: Spazzola-Medico
Alberto Caramel: Messanione
Cristina Giachero: Matrona
Massimo Fedele: Cilindro
Gaia Benassi: Erozia
produzione TSI La Fabbrica dell’Attore

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