Storia di un italiano “extracomunitario”

Al Teatro Libero vanno in scena le vicende tragicomiche del giovane Aram, italiano di seconda generazione, alle prese con la vita quotidiana nella provincia lombarda.

Il cono di luce sul palcoscenico illumina una sedia vuota, che di lì a poco sarà occupata da un giovane “basso, peloso e scuro”, “armato” di un sorriso luminoso.

Aram, il protagonista di Mi chiamo Aram e sono italiano, è un ragazzo italiano, appunto, nato a Roma da madre romana e padre iraniano e cresciuto a Sinago Milanese, Synagosity, come affettuosamente viene definita dai suoi abitanti più giovani. Accoccolandosi sulla sedia e osservando con curiosità lo spazio intorno a sé, Aram respira profondamente, dando l’impressione di star soppesando con attenzione le parole da dire, con cui iniziare a raccontare la sua storia.

«Bianco… Bianco… Bianco…» esordisce il giovane in jeans e giubbotto di pelle, palesando fin dalle prime battute una sorta di ossessiva mania per il colore bianco, protagonista “cromatico” di tutta la pièce. Il bianco sarà infatti il filo conduttore del racconto della vita di Aram, una tonalità che, fin da bambino, gli procurerà emozioni forti e contrastanti: dall’amore per sua madre, la cui pelle bianchissima risulta per Aram abbagliante e diametralmente opposta all’incarnato olivastro di suo padre, all’odio inconsapevole per il padre del suo migliore amico, un autorevole avvocato, il cui soprabito bianco scatena in lui lo stesso effetto che ha un drappo rosso per i tori.

Aram si sente un extracomunitario in patria, trattato come un “arabo” da tutti coloro che, per ignoranza, considerano «Arabia Saudita tutto il territorio che va dalla Jugoslavia in giù». Questa sorta di “complesso”, questa sensazione di svantaggio lo accompagnerà per tutta la vita, ma non gli impedirà di costruire solide relazioni interpersonali, amicizie profonde e sincere sulle quali potrà sempre contare.

Ciononostante, Aram si scontrerà con i pregiudizi di chi crede di aver capito tutto di una persona dando esclusivamente peso al suo aspetto esteriore, di chi pensa di poter stabilire con un’occhiata se chi ha di fronte «è uno che si riempie lo zainetto di esplosivo e fa esplodere la metropolitana di Londra».

Con comicità e leggerezza, Aram Kian affronta sulla scena temi tutt’altro che leggeri: primo fra tutti, il disagio provato da chi come lui è un italiano di seconda generazione – considerato troppo spesso uno straniero a casa sua – al quale il giovane fa fronte con tutta la vis comica di cui è dotato, irridendo coloro che non hanno rispetto per lui, disarmandoli con l’arma più potente, l’ironia. Ottima prova del giovane e poliedrico attore, in grado di delineare e caratterizzare personaggi molto diversi tra loro, dotandoli di autentica sostanza e di una “vita” propria, arricchendoli di sfumature ed elementi peculiari.

Tra aneddoti spassosi, ricordi buffi di avventure da bambini, seppur a volte caratterizzati da un leggero alone di drammaticità, Aram disegna con garbo i profili di un’infanzia e di un’adolescenza a metà strada tra il comico e il serio, in cui vivono personaggi vivaci e divertenti, ognuno dei quali, a suo modo, ha una storia da raccontare che si intreccia a quella del giovane italo-iraniano, dando così vita a un affresco sociale semplice e vivo, in cui tutti possono riconoscere un pezzetto del proprio mondo.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Libero
via Savona, 10 – Milano
da lunedì 28 gennaio a domenica 3 febbraio
orari: da lunedì a sabato ore 21,00 – domenica ore 16,00

Mi chiamo Aram e sono italiano
Storie da Synagosity
di Arama Kian e Gabriele Vacis
regia di Gabriele Vacis
con Aram Kian
Compagnia Aram Kian
Produzione Teatro Regionale Alessandrino

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