Memoria per il futuro

Mi chiamo Rachel Corrie al Sala Uno di Roma: Maria Laura Caselli racconta gli ideali e le passioni di un’esistenza spezzata troppo presto.

Quando si pensa a paladine e paladini dei diritti umani e civili dell’età contemporanea, la memoria va subito alla metà del secolo scorso. Dal Mahatma Gandhi a Martin Luther King, da Maria Teresa di Calcutta a Nelson Mandela, sembra che la grande stagione delle rivendicazione sia ormai terminata più per mancanza di analoghi protagonisti che per l’effettivo raggiungimento degli obiettivi prefissati. Nulla di più sbagliato, ovviamente, se la strada delle magnifiche sorti e progressive, ancora ben lontana dal compiersi, continua a essere percorsa da formidabili eroi di un’umanità sempre sull’orlo della crisi, di un’autodistruzione di cui essa stessa sarà infine principale, se non unica, artefice.

Di questi umani, troppo umani, testimonianze clamorose di un pensiero che diventa atto coerente e radicale, fa certamente parte Rachel Corrie, «ragazza americana che nel 2003 decise di unirsi all’ISM – International Solidarity Movement – movimento palestinese impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando i metodi e i principi dell’azione-diretta non violenta»  che «poco tempo dopo il suo arrivo a Gaza, il 16 marzo, […] fu schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano, mentre cercava di impedire la demolizione della casa di una famiglia palestinese».

Accogliendone l’interpretazione che la vuole autentico modello di anticonformismo rispetto agli stereotipi del proprio contesto di appartenenza socio-culturale (l’Occidente e il neoimperialismo capitalistico), nonché di resistenza attiva all’interno di quello che gli esperti, storici e intellettuali individuano essere incipit del contemporaneo conflitto tra oriente e occidente e, dunque, causa fondante dell’attuale terrorismo (la questione israelo-palestinese), Maria Laura Caselli eredita dall’originaria My Name Is Rachel Corrie, pièce scritta dall’attore britannico Alan Rickman con la collaborazione della giornalista Katharine Viner a partire dai diari dell’attivista americana, l’impianto di un teatro civile in grado di promuovere l’imperativo civico di una memoria responsabile.

Accanto a questo primo e indubbio merito ideale e moraleMi chiamo Rachel Corrie ne sfoggia uno pratico, forse meno evidente, ma significativo per rilanciare il valore di uno strumento che in Italia stenta ancora a farsi strada come meriterebbe (l’essere stato «realizzato anche grazie ad una campagna di crowdfounding attivata sul sito Eppela») e un altro squisitamente tecnico, ossia la restituzione della sconvolgente umanità di una giovane donna di 23 anni appassionata, con tanta voglia di cantare Pat Benatar e di avere fidanzati, ma allo stesso tempo consapevole di come «venire qui (Palestina) fosse stata una delle cose migliori che avesse mai fatto».

Mossa da un senso di protezione nato tra i banchi di scuola fin da piccolissima (a dodici anni il primo di quei diari, i cui stralci letti in scena mostrano una monotonia enfatica da modulare con maggiore varietà cromatica), maturata nelle convinzioni al liceo di Olympia ed esplosa nell’attivismo al college di Washington, Rachel decise così di supportare in prima persona quei palestinesi le cui case venivano demolite dagli israeliani per far posto a un muro della vergogna nella zona militare tra il campo profughi di Rafah e il confine egiziano. Rachel, pur distinguendo tra l’aggressività sionista e la paura della popolazione ebraica di fronte alle reazioni arabe, ri-conobbe una e una sola causa da perorare fino in fondo – quella di chi (ancora oggi) subisce posti di blocco che impediscono di andare a lavoro o scuola e la distruzione dei pozzi d’acqua, di chi è costretto a crescere in case crivellate di fori e vede limitata la propria libertà d’azione e, soprattutto, strozzata sul nascere ogni speranza.

Smessa ogni ipocrisia moderata («il conflitto israelo-palestinese non è un conflitto equilibrato in quanto scontro tra un popolo quasi del tutto disarmato e la quarta potenza militare del mondo»), quello di Rachel non fu l’entusiasmo giovanile di chi astrattamente anela un mondo migliore, ma l’impegno reale di chi già immagina, al proprio rientro, che «probabilmente avrà incubi e si sentirà costantemente in colpa per non essere (più) qui».

La Caselli, oltre a una sorprendente somiglianza fisica con Rachel, ne restituisce intatto il patrimonio di lettere, diari ed email inviate alla propria famiglia (classe media politicamente liberal, di fatto conservatrice) su cui Alan Rickman (tra i maggiori interpreti del teatro inglese che i più ricorderanno nei panni del magnifico Severus Piton della saga Harry Potter) costruì la drammaturgia dell’allestimento originario, al quale, dopo il fortunato esordio al  Royal Court Theatre di Londra del 2005, venne impedito di andare in scena al New York Theatre Workshop.

All’interno di una scenografia componibile forse dalla stucchevole prevedibilità ma adeguata e suggestiva nel riprodurre il disordine che poteva colorare la stanza di una qualsiasi post adolescente come Rachel, l’attrice toscana delinea un autentico percorso di formazione alla vita attraverso l’esempio pedagogico di chi è morto per un ideale concreto, ossia un testo dichiaratamente politico nella canonica veste del biopic.

Affidando la narrazione a un incedere strettamente cronologico e ricercando la condivisione emotiva del pubblico attraverso l’immedesimazione totale con il personaggio per testimoniare la commovente umanità di Rachel e di un popolo, le cui spaventose condizioni di vita stanno continuando progressivamente a peggiorare, la direzione di Antonio Ligas lascia emergere una figura sì realisticamente imperfetta, ferma nella polemica con Israele, dolcissima nell’atto di amore per i palestinesi, ma dai tratti eccessivamente idealizzati, così pagando un processo d’individuazione del personaggio, rispetto alla quale l’introduzione della Caselli nei panni di se stessa non ha giovato, e di costruzione del racconto consegnato esclusivamente al verbale e a una prossemica vocale e fisica troppo preoccupata di non disperdere la (comunque centrale) connotazione anagrafica di Rachel.

Scelta rivelatasi poco felice nel dare sostegno al ritmo e, con esso, alla credibilità artistica dell’operazione politica, ma che, fortunatamente, Ligas e Caselli riescono a collocare lungo un sentiero circoscritto da due belle intuzioni dalle potenzialità indubbie e affatto velate dall’evidente emozione di un’attrice al primo grande progetto personale: la prima, un registro recitativo – da affinare, ma opportunamente fondato sul carattere folleggiante di Rachel – da cui lasciare emergere per contrarietà il dramma vissuto dalle popolazioni palestinesi; la seconda, la chiusura tranchant sulla sua tragica morte, un riuscito espediente capace di dare il giusto e assoluto protagonismo a quel popolo di bambini, donne e uomini ai quali la stessa Rachel stava dedicando i migliori anni della sua vita e che, soprattutto, attraverso i quali quegli anni, i migliori della sua vita, tali erano diventati.

I limiti scenici e le ingenuità interpretative, dunque il rischio del didascalico, sono allora sfumature di grigio rispetto alle quali Mi chiamo Rachel Corrie paga sì dazio, ma senza per questo inficiare il carattere profondamente politico di un’operazione artistica che ha tutte le carte in regola per riscattarsi anche sul piano prettamente teatrale.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sala Uno

Piazza di Porta S. Giovanni, 10, 00185 Roma
sabato 25 e domenica 26

Mi chiamo Rachel Corrie
di Alan Rickman tratto dai diari di Rachel Corrie
con Maria Laura Caselli
regia Antonio Ligas
musiche Dario Arcidiacono
scene Francesca Marasà
luci Nevio Cavina e Leandro Moussavou
assistente costumi Michela Ruggieri
organizzatore Gabriele Geri

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