Il mondo magico dell’infanzia

Manola Rotunno si cimenta nella scrittura di un testo autobiografico, in cui le reminiscenze di bambina culminano nella coscienza di voler essere una scrittrice.

La narrazione comincia dall’infanzia in un caseggiato popolare, dentro cui vi era un posto assai misterioso: il gabbiotto dell’immondizia, custodito da un tenebroso uomo “puzzolente”. In ogni individuo c’è un “gabbiotto”, una sorta di sgabuzzino buio, di solito a un piano interrato, in cui vanno a gettarsi gli oggetti inutili. Per la maggior parte delle persone si tratta di tenerlo ben chiuso, al severo riparo della curiosità altrui, giacché l’immondizia è ben da distinguere con l’ordine araldico che deve regnare al piano nobile.

Il teatrante sa bene che la propria verità sta nello “sgabuzzino”, non nei propri risoluti discorsi. Sa che il ciarpame è la materia del grande teatro e che le parole, piuttosto che uscire alla fonazione vestite di un significato dato dal parlante, siano in realtà significanti che lo trascendono, quindi immondizia.

La protagonista del monologo è stretta tra l’insonnia (l’abbandono alla verità notturna del proprio desiderio) e il controllo (deve proteggere i fantastici oggetti del gabbiotto dall’uomo “puzzolente” che, nell’immaginario infantile, di notte vuole rubarli). Niente deve andare perduto di quei ricordi, che per il drammaturgo sono un po’ gli attrezzi del mestiere, sempre minacciati dall’oblio, dall’obbligo della razionalità, dai sensi unici di un’esistenza chiamata alla sicurezza sociale. Come Trigorin ne Il gabbiano vede una nuvola che sembra un pianoforte e subito appunta la sensazione in un proprio immaginario ripostiglio letterario (chissà che non possa servire), così la giovane scrittrice redige una lista di ogni cosa (delle persone buffe, dei film visti, dei fidanzati), tentando così di arrestare la deriva del tempo.

Crescere? E diventare adulta, tanto da smettere di ascoltare la propria parte infantile? Ogni artista è un inguaribile nevrotico, aggrappato com’è a quell’incanto primigenio che è stato: il bambino come poeta naturale, capace di fondersi attraverso il gioco con l’anima del mondo. L’artista secondo l’autrice è un individuo irrisolto: non è più bambino, ma allo stesso tempo resiste allo strattone verso la maturità. Sente come un dramma la perdita della sensazione vertiginosa di un’altalena, della propria stanza dei giochi, perfino di un gabbiotto della spazzatura, dove per magia qualunque rifiuto può trasfigurarsi in un oggetto dalle peculiari magie narrative.

L’uomo “puzzolente” è la realtà, mentre l’artista veglia che gli oggetti sepolti nella propria memoria non sprofondino sulla sua superficie molle, ma restino sempre disponibili alla propria presa estetica. L’artista secondo Freud ha in orrore la realtà, perché impone mortificanti rinunce pulsionali, rinunce che evita vedendo realizzato il proprio ideale nelle opere d’arte che produce, o in una fervida immaginazione. L’insofferenza alla realtà è in una lista perfino delle cose che farà, di fatto trovando già ora soddisfazione nel fantasticarle. L’artista è fuori dal tempo, è in ciò che vuole fare, in ciò che forse non farà mai, trovando in questo la propria irriducibile insoddisfazione fondativa.

La scrittura oscilla tra la confessione intimista e il teatrino autarchico dei buffi personaggi di una giovane vita, tra il registro incantato della favola e quello macchiettistico. Si assapora una pietanza scenica con troppi ingredienti per un solo mattatore, tanto che perfino la strabordante energia attoriale dell’interprete, fatica a non farsi sommergere. Tuttavia la prova drammaturgica ha il pregio della freschezza espressiva, che la Rotunno avrà modo di mettere più a misura.

Del resto a questo serve procedere sulla linea del tempo, malgrado il nostro capriccioso puntar di piedi: andare a levare, ad asciugare. Il problema è far rimanere il midollo di noi stessi, secco come il seme di un’oliva. Il teatrante spenderà più di una vita per ridursi già ora alla verità rugosa di un seme, prima che la morte ingoi il seme, e a noi vivi sia dato di gustarne il sapido frutto.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Tordinona

via degli Acquasparta 16, 00186, Roma
dal 10 al 14 maggio 2017 ore 21.00; domenica ore 18.00

Mi sveglio già pettinata
testo scritto e interpretato da Manola Rotunno
regia di Leonardo Buttaroni
scenografie di Paolo Carbone
foto di scena di Manuela Giusto
assistenti alla regia Francesca Romana Miceli Picardi e Marta Marsili

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