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Dal 23 novembre al 2 dicembre 2018, al Teatro della Tosse di Genova va in scena la IV edizione di Resistere e Creare, la rassegna internazionale di danza firmata da Michela Lucenti e Marina Petrillo che quest’anno parte da una domanda: Se dico danza a cosa pensi?

Un percorso fatto di spettacoli e laboratori che nascono dall’incontro e dalla collaborazione tra il Teatro della Tosse e il collettivo Balletto Civile (in residenza artistica presso le sale di Sant’Agostino dal 2015) e che, attraverso un Cartellone improntato sulla varietà di generi, la ricerca espressiva, l’attenzione a tematiche sociali mira a favorire il dialogo e la cura della relazione con l’altro da sé. Ecco cosa hanno raccontato Michela Lucenti e Marina Petrillo a Persinsala.

Siamo giunti alla 4a edizione della rassegna. In che modo è cambiata, cosa avete aggiunto e cosa pensate manchi ancora?
Michela Lucenti: «La rassegna pone l’accento sulla domanda Se dico danza, a cosa pensi?. Nelle risposte che ho sentito, spesso c’è un preconcetto: il nostro obiettivo è, con urgenza, quello di provare a scardinare l’idea di molti spettatori, che affermano: il ballo è bello ma non l’ho capito. Occorre vivere l’approccio all’oggetto artistico passando da un momento narrativo, che deve necessariamente essere capito, a un momento empatico che deve essere provato. Leggere questo tipo di oggetto, non necessita di strumenti di critica, di abitudine o studio ma di empatia, occorre leggere l’oggetto performativo stesso. Occorre il dialogo perché questo è un linguaggio antico e multidisciplinare che è parte di ognuno di noi ma, dall’altro lato, ci sono molti giovani che vorrebbero davvero capire. Bisogna far sì che lo spettatore sia invaso da un’immagine più che da un concetto. Balerhaus (coproduzione Sanpapié e Teatro della Contraddizione, n.d.r.), ad esempio, produce reazioni diverse: si può danzare con uno sconosciuto, come in una balera, ma poi si rientra in sala ed ecco il secondo elemento dello spettacolo – quello costruito e pensato. Credo che occorra un momento di restituzione, confronto e scambio».

Marina Petrillo: «In realtà, siamo ancora in itinere e le nostre valutazioni con noi. Gli spettatori hanno bisogno di essere accolti dentro la danza, più che in teatro. La danza è un linguaggio base che appartiene a tutti ma che è percepito come distante. Tutti ballano: i ragazzi in discoteca, i bambini, ma pochi vanno a vedere la danza. Occorre ricostruire il pubblico attraverso una lingua comprensibile, riallacciarlo alla radice popolare senza abbassare il livello. Si tratta di mescolare l’altissimo, ovvero la ricerca anche scientifica, con ciò che è più vicino, più “terreno”. Occorre che il pubblico senta questo linguaggio vicino ed è per questo che penso manchi una cosa nello specifico, ovvero un momento di riflessione collettiva, di confronto, un momento di dialogo e di scambio tra coloro che vivono questo momento artistico in tutti i sensi».

L’edizione di quest’anno parte dalla domanda succitata: Se dico danza a cosa pensi?. Voi cosa rispondete?
M.L.: «Io penso a libertà: la danza deve tornare a essere un oggetto libero! È da anni che mi occupo di danza e non accetto più chi dice: quello balla male, quello è grasso, quello è magro. Non possiamo più, soprattutto in questo momento, decidere chi può e chi non può danzare: la danza è libertà di espressione, l’espressione di una capacità primitiva che contraddistingue l’essere umano. L’attacco più ovvio a questo genere di affermazioni è: ma allora perché si studia?. Quello che noi rispondiamo è colmo di rispetto verso chi dedica la vita a una tecnica. Ma il nostro tentativo è di porci da un altro punto di vista».
M.P.: «Non lo so (e ride). Me lo sono chiesta spesso. La danza è un movimento: sento la danza nella pancia. La danza è emozione: quando ti innamori la senti. La danza è istinto».

Tra i numerosi titoli, quali, secondo voi, rappresentano meglio lo spirito della rassegna?
M.L.: «Tutti gli spettacoli sono interessanti ma, in effetti, ci ha colpito molto Pasta e Lava. Si tratta di una sperimentazione nuova, che unisce alto e terreno. È la rappresentazione del racconto attraverso il corpo, c’è commozione verso l’atto compiuto».
M.P.: «È un po’ come chiedere: quale figlio preferisci?».

La rassegna è il risultato di multidisciplinarietà, ricerca espressiva, dialogo con la comunità (non solo teatrale) e generi diversi. Questa apertura espressiva cosa rappresenta per il pubblico? Può essere un elemento di difficoltà per la veicolazione del prodotto e una più ampia diffusione?
M.L.: «L’altra sera, dopo lo spettacolo Tiresias, un’abbonata affezionata mi ha detto: Come mi piace seguire questa rassegna: entri aspettandoti qualcosa ed esci avendo ricevuto qualcosa di inaspettato!. Questo è piacevole, ma non è rassicurante. Altri sono venuti e sono rimasti sconvolti – ad esempio dai nudi di un altro spettacolo – ma ci sono persone più anziane che si lasciano andare. È un lavoro che si fa sul pubblico. C’è una vitalità maggiore e noi tentiamo di cogliere la pluralità offrendo la pluralità stessa: i danzatori non sono ballerini che portano qui la loro prima esperienza, ma artisti che stanno cercando una strada, già riconosciuta, attraverso il confronto con le piazze italiane ed europee. Si tratta di danzatori che stanno già sperimentando sul serio questo tipo d’arte».
M.P.: «Il teatro non morirà. Non è morto in 2500 anni! Ma possiamo farlo diventare davvero sofferente e non è giusto perché c’è voglia di condivisione, ricerca e scoperta. Soprattutto perché la civiltà occidentale ha tolto il sacro dalla vita delle persone e, dal momento che le nostre religioni non avvicinano al nucleo centrale, alla ricerca dell’essere. C’è una componente – ossia la vita stessa – che è sacra e nel teatro c’è questa componente. Proprio per questa ragione, il teatro sopravvivrà. Se riusciamo a unire le varie voci e tipologie di rappresentazioni e tutte le arti performative e a metterle al servizio della comunità, forniamo uno stimolo. Un Paese in cui c’è più cultura, è un Paese più civile e il teatro è il luogo da cui questo processo prende avvio».

Anteprime su una prossima edizione?
M.L.: «Cercare di scavare tra i più giovani, proponendo una call, e vedere se è possibile realizzare e produrre almeno una proposta, di un giovanissimo, che vuole creare qualcosa sostenuto dal Festival».
M.P.: «Abbiamo un sacco di idee e in tanti ci fanno la corte, soprattutto perché nelle ultime due edizioni ci siamo aperti alle residenze. Siamo una piccolissima realtà, una rassegna, per cui rassegniamoci! Eppure, con le nostre esigue risorse siamo riusciti a portare alla luce tanti lavori nati anche da incontri avvenuti qui, in altre occasioni di confronto».

Una frase d’effetto per convincere il pubblico.
M.L.: «Venite e lasciatevi andare!»
M.P.: «Vieni a provare! Vieni a danzare!»

La rassegna Resistere e Creare va in scena:
Teatro della Tosse
Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse Onlus
piazza Renato Negri, 6
Genova
da venerdì 23 novembre a domenica 2 dicembre

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